Diciamolo: in Italia siamo abituati a chiamare “festival” qualsiasi cosa duri più di sei ore e abbia un palco. Ma poi arriva Spaghetti Festival e ti rimette al mondo. Anzi, ti ricorda che la cultura può essere un atto collettivo e godereccio allo stesso tempo. Niente panel da sbadiglio o concerti usa-e-getta: qui si mescolano cantautorato viscerale, stand-up, attivismo, arte urbana, talk senza paternalismi e… spaghetti. Veri, caldi, condivisi. Di mezzanotte. Perché non puoi parlare di futuro se non hai mangiato abbastanza.
In due giorni — 19 e 20 luglio, Città dell’Altra Economia, cuore sociale e testaccino della capitale — oltre 4000 persone hanno dato vita a una bolla temporanea di intelligenza emotiva e artistica.
Sul palco, la dolce rabbia di Emma Nolde, che con La stessa parte della luna ha graffiato l’aria. E poi Anna Castiglia, che canta come si scrive una lettera che non si ha il coraggio di inviare. Joan Thiele, tra electro-misticismo e confessione, ha portato Atto II come fosse un rito pagano. Mentre Giuse The Lizia e Centomilacarie hanno ricordato che anche la malinconia può essere ballabile, e non è un reato.
Amalfitano ha sparso groove come coriandoli, Vittorio Pettinato e Beatrice Rigillo hanno portato parole che si sono piantate nel petto, non nelle orecchie.
E poi ci sono stati i talk. Non quelli da sala conferenze, ma quelli che sanno di bar del quartiere dopo il secondo gin tonic: parole vere, opinioni affilate, discorsi che sporcano le mani e illuminano le coscienze. Si è parlato di città, corpi, appartenenze, femminismo, queer culture, giustizia climatica. Il tutto tra un DJ set, una performance e l’odore inconfondibile del sugo che sobbolle.
Spaghetti Festival non è indie, è necessario. È l’evento che mette insieme la Gen Z e i trentenni ex-hipster con mutuo e figli, è il posto dove puoi ascoltare una ballad struggente e poi discutere di spazi pubblici, mentre scoli i rigatoni. È una piazza che si costruisce dal basso, con strumenti, idee e forchette.
In un Paese dove spesso cultura fa rima con autoreferenzialità, Spaghetti Festival si prende il lusso di essere leggero, popolare, ma profondamente politico. E lo fa senza farti sentire stupido. Anzi: ti fa sentire parte di qualcosa.










