Che il rock stia invecchiando bene lo dimostrano due cose: le rughe di chi suona e la pelle d’oca di chi ascolta. E Roma, in una sera sudata all’Ippodromo delle Capannelle, ha vissuto entrambe. I Black Keys, dopo un concerto dimenticabile di dieci anni fa, tornano con la furia gentile di chi sa che la seconda possibilità è un privilegio, non un diritto.
Ma prima di loro, a far rombare i Marshall e risvegliare le cervella, ci pensano i Jet. Sì, quelli là di Are You Gonna Be My Girl. No, non erano in playback. Sì, hanno fatto sul serio. Il frontman Nic Cester canta come se fosse il 2003 e nel pubblico ci fossero ancora le Vans a scacchi. Poi però si lanciano in una cover di Un’avventura di Battisti e lì lo show fa un frontale con l’italianità, senza airbag.
Garage rock, zero chiacchiere, full impatto
Quando salgono sul palco Dan Auerbach e Patrick Carney, la scena cambia. Nessuna intro teatrale, niente countdown epici, solo due uomini, mille watt e un suono che sa di legno bruciato e whisky sbagliato. Poi arrivano i musicisti di supporto e il sound esplode in orizzontale: Gold on the Ceiling, Lo/Hi, Everlasting Light, Weight of Love… roba che ti schiaccia il petto con stile.
Non c’è storytelling, non c’è il “ciao Roma”, non c’è nemmeno un misero “siete carichi?” – solo musica, solo riff, solo presenza. E forse è proprio qui il punto: i Black Keys sono diventati adulti, ma non hanno mai smesso di essere artigiani del suono.
Il volume è una terapia, la scaletta una dichiarazione di guerra
Il pubblico – età media 30, voglia media 110 – esplode su Howlin’ for You e I Got Mine, canta come fosse l’ultima volta su Lonely Boy, e resta sospeso sulle note di Little Black Submarines. Il palco è spoglio, ma basta una luce che vibra sul groove per trasformare tutto in atmosfera. La scenografia? Ce l’hai nel diaframma, quando vibra.
Jet lag e blues rurale: il revival giusto, per una volta
In un’epoca in cui ogni reunion puzza di bollette da pagare, vedere i Jet tirare fuori le unghie e i Black Keys fare il concerto della vita sembra quasi rivoluzionario. Nessuna retorica, nessuna estetica posticcia: solo band che suonano con l’urgenza di dire ancora qualcosa. E il pubblico, tra una birra calda e un selfie sbilenco, lo sente. E risponde.
Il rock non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di onestà, watt e sudore. E a Roma, per una notte, li ha avuti tutti.










