I soldi sono finiti è l’album che segna l’esordio dei Ministri, pubblicato nel novembre del 2006.
È con I soldi sono finiti che la band milanese, composta da Federico Dragogna (paroliere, chitarra e cori), Davide Autelitano (voce e basso) e Michele Esposito (batteria), inizia a cavalcare il successo musicale con un forte impatto sulla scena indie-rock italiana.
I soldi sono finiti è un album “politically incorrect”, caratterizzato da molteplici particolarità.
La raccolta infatti presenta su ogni copertina l’inserimento di una moneta vera da 1 euro, come fonte di provocazione e sensibilizzazione nei riguardi della crisi discografica di quegli anni. A rafforzare il messaggio, nel booklet è presente la nota “spese della produzione dell’album”.
Un disco che, attraverso la potenza della rock music, unita alla registrazione di effetti ed intermezzi che ci riconducono a suoni popolari, è protesta e ribellione societaria e musicale.
E tutto questo lo si può apprezzare fin dalle prime tracce, in canzoni come Non mi conviene puntare in alto, I soldi sono finiti e I muri di cinta, nelle quali rabbia e desiderio di rivoluzione graffiano le carni con forza. Quella stessa forza capace di far male ma, al contempo, che sa dar vita al cambiamento.
La gente che sta negli uffici e aspetta la sera per spendere,
poi trova tre disperati convinti di essere liberi.
Ma noi non siamo puliti, suoniamo per non lavorare mai.
Un album che non urla e ferisce soltanto di collera, ma che sa raccontare la profondità dei tagli e delle cicatrici.
Lo si può leggere in tracce come La sacra quiete della sera o La mia giornata che tace, dove la sofferenza che nasce dal sentirsi diversi, e la disperazione di vivere un mondo e un tempo che non hanno la stessa melodia della propria anima, riescono a farsi musica.
E anche se mi sveglieranno,
io li odierò perché mi sorveglieranno.
Lascia che ridano di me,
lascia che piangano di me.
L’album termina però con una nascosta ma bella sfumatura di speranza.
La si percepisce nei testi di Il sangue dal naso e Abituarsi alla fine. Una speranza figlia dell’accettazione di sé stessi e del presente, della tristezza e del senso di solitudine che originano dalle differenze. Ma anche della voglia di non arrendersi, e della consapevolezza che, col tempo e con la forza dei desideri, si possa sempre rinascere.
Ma quando avrò sangue dal naso, tu lasciami fare.
Ci vuole tempo per ricominciare.










