A Barcellona la musica non ha più bisogno di nascondersi nei club e la magia nasce soprattutto quando nel cartellone c’è un nome come Kaytranada.
C’è qualcosa di magico nel ritrovarsi al Parc del Fòrum con trentamila persone intorno nonostante i quaranta gradi ed un ventaglio che improvvisamente diventa l’oggetto più prezioso che possiedi.
Il Brunch Electronik Festival è, a tutti gli effetti, un festival enorme: quest’anno una lineup incredibile, sei palchi, tre giornate e circa 70.000 persone attese nell’arco del weekend.
Ma sarebbe riduttivo raccontarlo soltanto come l’ennesimo grande appuntamento internazionale della musica elettronica.
Il Brunch, prima ancora di essere un festival, è ormai un pezzo della città.
La cosa interessante è che questa identità non nasce necessariamente dalla sua dimensione internazionale (anche se quella ormai è evidente).
Il cartellone mette insieme nomi che arrivano da mezzo mondo e che, in altri contesti, richiederebbero: viaggi, weekend organizzati con mesi di anticipo e soprattutto un portafoglio decisamente meno rilassato. Qui invece Jeff Mills, Paul Kalkbrenner, Kaytranada, Eric Prydz o Floating Points vengono portati dentro una formula che, pur essendo diventata molto grande, continua ad avere un rapporto diretto con il pubblico della città.
Il festival può sembrare, a guardarlo da fuori, una delle tante esperienze internazionali che Barcellona vende molto bene alle persone di passaggio che abitano la città, ma dentro ci sono soprattutto persone che questa città la abitano per davvero.
Il Brunch infatti ha trasformato una scena musicale che per definizione rischia di diventare elitaria in qualcosa di abbastanza accessibile da essere vissuto come un appuntamento collettivo.
La musica elettronica, del resto, ha sempre avuto un problema con la propria mitologia.
Detroit, Berlino, Ibiza, i club seminterrati, i set di otto ore, i pellegrinaggi nei templi della techno: tutto molto romantico, ma anche fuori budget in this economy.
Il Brunch, invece, prende una parte di quella liturgia e la porta in un luogo raggiungibile ed aperto a tutti.
Tra i grandi nomi del venerdì, Kaytranada è stato quello più desiderato ma soprattutto quello che ci ha fatto pensare a quanto sia facile, nei festival, confondere un artista con qualcuno che semplicemente sa stare dietro a una console.
Il suo set è stato uno dei momenti più belli della giornata di Venerdì proprio perché non esisteva distanza alcuna tra quello che succedeva sul palco e quello che succedeva sotto. Non si era in tantissimi sotto cassa (soprattutto se si pensa alle dimensioni del Brunch), ma era uno di quei casi in cui il numero delle persone conta poco, perché si ballava e basta. E per davvero.
Non c’era bisogno di aspettare il drop giusto per convincere la gente a muoversi, bastavano le prime note e qualcuno intorno a te sapeva già cosa stava arrivando.
Kaytranada ha costruito il suo set proprio su questa familiarità: la sua musica, il suo manifesto.
Un set che spaziava dall’house al funk, dall’R&B all’hip hop – la matrice Kaytranada suonata con quella naturalezza che gli permette di non sembrare mai fuori posto, anche quando cambia completamente atmosfera. Ed insieme a noi, lui ballava divertendosi. Guardava il pubblico. Urlava, sorrideva, incitava, si muoveva con la musica e diventava la musica stessa.
Questa è una cosa che sembra banale finché non ti capita di vedere la differenza.
Perché in un festival così grande dove ci sono decine di artisti, palchi, orari e cachet, è abbastanza facile che la musica diventi un lavoro come un altro. Arrivi, fai il tuo – metti un paio di tracce e te ne vai.
È comprensibile, ma si vede – ma soprattutto, si sente la differenza.
Quando invece dall’altra parte hai qualcuno che ha voglia di ascoltare la sua musica mentre la sta suonando, lì è un altro mondo.
Kaytranada non doveva dimostrare niente a nessuno.
Non ha cercato di trasformare il set in uno spettacolo più grande del necessario, non ha avuto bisogno di una folla abnorme davanti per far funzionare quello che stava facendo. Bastava la musica, lui era lì per il groove ed il groove soltanto. Ed il fatto che dall’altra parte qualcuno quella musica la conoscesse abbastanza bene da poterla cantare e ballare ha reso quel momento incredibile ed unico.
Ed uno dei punti di forza del Brunch Electronik è esattamente questo: in un festival che ormai è diventato enorme, internazionale ed inevitabilmente commerciale, c’è comunque spazio per fare festa.
Per riconoscersi, per ritrovarsi, per riunirsi.
Ed il fatto che un artista come Kaytranada può convivere con Jeff Mills, con la techno industriale di Rødhåd, con il progressive di Miss Monique e con un live di Paul Kalkbrenner, dimostra quanto questo festival non sia una playlist fatta per accontentare tutti ma piuttosto sia una città in miniatura dove puoi cambiare quartiere senza cambiare festival.
Certo, il Brunch è ormai una macchina enorme: un’identità visiva riconoscibile, sponsor, food, merchandising ed una produzione pensata per migliaia di persone.
È un prodotto e sarebbe ingenuo fingere il contrario. Ma è anche un prodotto che, almeno a Barcellona, ha costruito una comunità attorno alla musica invece di limitarsi a importare grandi nomi.
Ed è proprio per questo che il Brunch funziona anno dopo anno.
Non pretende di essere Berghain, né Ibiza. È qualcosa di più semplice, a portata di umano e, per questo, forse più utile: il posto in cui puoi sentire grandi artisti senza dover trasformare la loro musica in una missione spirituale o in un investimento finanziario.
Alla fine della giornata torni a casa sudato, probabilmente un po’ sordo e con meno soldi di prima.
Ma non abbastanza da pentirtene.
E a Barcellona, per un festival estivo, non è poco.










