Dalla chitarra classica in Conservatorio alle sessioni di registrazione con i grandi nomi della musica italiana, fino alle produzioni nate nel caos di una stanza a Quiesa. Emanuele Volpi, in arte VOLPI, si muove in uno spazio tutto suo dove l’accademia incontra l’istinto e la quotidianitĂ si trasforma in canzone. Il suo nuovo singolo mette al centro un oggetto in cui chiunque puĂ² rispecchiarsi, trasformando un’abitudine disordinata in un punto di osservazione sulla realtĂ . Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come convivono le sue diverse anime musicali, tra rigore tecnico e totale libertĂ creativa.
Si dice che tu sia l’espressione emotiva di una generazione. Ma siamo onesti: la “sedia-armadio” è solo il simbolo della pigrizia di chi non ha voglia di piegare i vestiti la sera. Quando la pigrizia è diventata un concetto filosofico?
«Magari fosse solo pigrizia, secondo me è piĂ¹ il riflesso esistenziale di chi non ha voglia di piegare i vestiti. É la perdita progressiva di sĂ©. Ăˆ quel momento in cui inizi a rimandare le cose, anche quelle piccole, e ti accorgi che stai perdendo un po’ il controllo dello spazio che vivi. A quel punto la sedia armadio prende il possesso della casa e diventa piĂ¹ umana del suo proprietario. Mi sembrava una metafora divertente ma anche molto umana. Ho vissuto sulla pelle queste sensazioni e ho voluto sfogarle nella mia canzone.»
Sei laureato in chitarra classica al Conservatorio, ma nel pezzo cerchi “l’imperfezione”. Quanto fa soffrire il tuo io accademico quando decidi deliberatamente di lasciare una nota stonata o un suono sporco in produzione?
«Da quando ho deciso di fare musica per me, ho scelto di farla nel modo che mi diverte di piĂ¹. Questa scelta mi ha portato inevitabilmente ad avere un approccio piĂ¹ istintivo e meno tecnico. Il chitarrista classico laureato che è in me ha fatto pace con questa cosa e si diverte un sacco. Oggi mi interessa di piĂ¹ una take che trasmette emozioni che una take perfetta.»
La cover del singolo è fatta con le foto delle sedie-armadio mandate dai fan. C’è stata qualche foto così disastrosa e degradante che hai dovuto scartarla per non far intervenire l’ufficio d’igiene?
«Sì. PiĂ¹ di una. Non erano sedie armadi ma vere e proprie discariche. Montagne alte due metri tanto da non riconoscere piĂ¹ la sedia. D’altro canto ci sono stati fan molto ordinati dispiaciutissimi di non aver mai avuto una sedia disordinata. Sicuramente ne hanno una interiore.»

Lavori in studio con Luca Chiaravalli per nomi importanti del pop italiano come Nek, Renga, Raf e Fausto Leali. Cosa si prova a passare la mattina a scrivere arrangiamenti per il Festival di Sanremo e la sera a produrre “elettronica emotiva” in camera tua a Milano?
«É sempre un gran piacere lavorare con il Mº Luca Chiaravalli. Ho imparato un sacco di trucchi del mestiere per quanto riguarda tutta la parte di produzione musicale e vita da studio. Quando registro le mie chitarre per i mostri sacri appena citati mi trasformo in Emanuele Volpi session man concentratissimo. Quando produco i miei pezzi divento VOLPI e sfogo tutte le idee creative che mi passano per la testa.»
Sei passato da Quiesa (un paese in Toscana di quattromila anime) al MI AMI Fest di Milano. L’estetica del quotidiano e del disagio di cui canti si alimenta meglio nella provincia profonda o nel caos milanese?
«Non per tutti Ă© uguale. Nel mio caso ho trovato qualcosa da dire quando mi sono trasferito a Milano. Ho sentito ancora di piĂ¹ quella sensazione di essere indietro rispetto agli altri e di trovarmi in una grande cittĂ senza conoscere nessuno. Oltretutto la vita lavorativa del musicista Ă© fatta di alti e bassi, e tutti questi pensieri sono stati degli ottimi ingredienti per cucinare la mia musica.»
Hai fondato un’orchestra Afrobeat-fusion e hai aperto per Seun Kuti, che è praticamente l’antitesi del pop intimista italiano. Quanta di quella sfacciataggine ritmica hai nascosto dentro un pezzo alt-pop come Sedia Armadio?
«La mia band AfroQuiesa Orchestra è stata un punto di partenza fondamentale. Ritrovarmi a 17 anni a scrivere afrobeat per 10 elementi mi ha aiutato a sbloccare la mia vena da compositore. Pur essendo un genere lontano dal mercato musicale italiano l’afro beat è pieno di contaminazioni musicali che cerco sempre di portarmi dietro in ogni produzione. Anche SEDIA ARMADIO ha tanti dettagli musicali presi da generi diversi come il glam rock, l’hip hop il math rock e molti altri. Magari non si percepiscono al primo ascolto, ma arrivano da tutta la musica che ho ascoltato e suonato negli anni.»
Il tuo primo EP si intitolava 6 canzoni fatte a mano. Oggi che tutti producono con l’intelligenza artificiale o con i loop preconfezionati, “fatto a mano” è un attacco all’algoritmo o solo nostalgia da artigiano?
«In realtĂ nessuna delle due. Mi diverto molto di piĂ¹ a prendere in mano gli strumenti e semplicemente suonare qualcosa. A volte il risultato è subito soddisfacente, altre volte è necessario trovare una quadra andando a tentativi, altre volte ancora ci sono giornate in cui è meglio lasciarsi ispirare da un bel film, un bel libro o un bel videogioco. Nessuna nostalgia o guerra. Solo musica.»










