Crescere con i piedi sulla sabbia a Minorca, studiare a Madrid e finire a Milano dentro la scuola di Amici. Il viaggio di Cate Lumina confluisce in Catalina (Latarma Records), un EP bilingue dove il pop contemporaneo incontra una doppia appartenenza geografica ed emotiva. Abbiamo scavato dentro le sue canzoni per capire cosa succede quando i riflettori della TV si spengono e la musica comincia a fare sul serio.
L’Intervista
Nel tuo disco si parla di “doppia appartenenza” e “flusso di emozioni”, che fa molto fiction di Rai 1. Dicci la verità: in quale lingua ti viene meglio mandare a quel paese qualcuno?
«Sono una che perde poche vezes la pazienza: se la perdo in italiano la perdo in maniera molto soft, invece se la perdo parlando in spagnolo divento proprio una drama queen da telenovela. Quindi direi che mi viene meglio in spagnolo.»
Sei passata dalla calma di Minorca al caos di Madrid, fino alla nebbia di Milano. La tua musica ha preso più la malinconia milanese o la tendenza a fare tardi la sera degli spagnoli?
«È vero, la vita mi ha portata a muovermi, cambiare casa e vivere contesti molto diversi, ma la mia “doppia anima” non dipende solo dai posti: è qualcosa che mi porto dentro. Ho un lato molto introspettivo, a volte anche nostalgico, e uno completamente opposto. Nella mia musica queste due parti convivono sempre, si inseguono e si scontrano. Credo che le città in cui ho vissuto abbiano solo amplificato tutto questo: da una parte ho vissuto la sensibilità che ti lascia un certo tipo di quotidianità più lenta, dall’altra mi sono trovata coinvolta nell’energia di altri contesti più veloci. Ma alla fine non è una scelta tra malinconia milanese o notti spagnole, sono entrambe le cose perché fanno parte sia delle mie esperienze che di come si è formato il mio carattere.»
Finita nel tritacarne di Amici sotto l’ala di Rudy Zerbi, che non è proprio un diplomatico. Qual è la lezione più cinica (ma utile) che ti ha dato?
«Più che tritacarne la chiamerei palestra molto intensa. Ad Amici ho imparato tantissimo. La lezione più “cinica ma utile” di Rudy Zerbi è che essere se stessi non basta se non lo accompagni con tanto lavoro. Lo facevo già ma mi ha ricordato che l’autenticità è la base, poi però serve disciplina, costanza e voglia di migliorarsi ogni giorno. Eravamo allineati su questo pensiero.»
Il pubblico della TV si affeziona in fretta ma ha la memoria cortissima. Adesso che i riflettori del daytime si sono spenti, come gestisci l’ansia di sparire dai radar?
«In realtà non ho l’ansia di “sparire dai radar”. Sto lavorando sodo alla mia musica restando me stessa e sono molto grata della visibilità che mi ha dato il talent. Però sono anche consapevole che i daytime non sono l’unico modo per farsi conoscere a un pubblico, infatti non voglio legarmi solo a quello. Spero che adesso possa essere la mia musica a parlare per me e a raccontarmi davvero, anche più di quanto riesca a fare tutto il resto.»

Spesso usare una lingua straniera è un trucco per dire cose che in italiano farebbero troppa paura. C’è qualcosa in questo EP che hai detto solo perché la cantavi in spagnolo?
«Sì, ma non per paura, più per comodità emotiva, per sentirmi davvero a mio agio. Con lo spagnolo mi viene naturale essere più diretta, più istintiva. Per esempio Diamantes l’ho scritta da sola, interamente in spagnolo, dopo la perdita di mio nonno: è uscita di getto, perché in quel momento l’emozione l’ho canalizzata così, senza filtri. Per me il bello di parlare due lingue è proprio questo, poter scegliere quella che in quel momento sento di più.»
In un brano dialoghi con tua madre rimasta in Spagna. Spesso i genitori sono i critici più spietati: quando ha sentito il pezzo ha pianto o ti ha fatto notare un refuso?
«La prima volta non le è piaciuto, mi ha detto che c’erano troppi cori e che non si capiva bene tutto quindi direi che da vera “prima critica ufficiale” è stata fedele al suo ruolo. Io le mando sempre i brani appena li finisco, è la mia prima ascoltatrice ed è anche tanto severa. Poi però sì, ha capito il significato del pezzo. E quando mi ha sentita cantarlo in televisione si è emozionata molto. Siamo molto legate.»
Uscire con un formato fisico oggi, a ventitré anni, è una scelta quasi anacronistica. Chi pensi che comprerà davvero il CD di Catalina nel 2026?
«Per me uscire con un formato fisico per il debutto di Lumina è stato davvero molto emozionante, è come la realizzazione concreta di qualcosa che ho sempre sognato. Non lo vivo tanto in termini di numeri o di “chi lo comprerà”, ma di significato. Che siano in pochi o in tanti, spero che chi ascolta le canzoni di Catalina possa riconoscersi nel mio vissuto e sentirci dentro qualcosa di proprio. Io il cuore ce l’ho messo e questo per me è già la parte più importante.»










