Salvatore Spadaro debutta con il nuovo singolo Il prepuzio del fico, disponibile da venerdì 26 giugno 2026 sotto il marchio EDZ e distribuito nei canali digitali da The Orchard. Il brano, scritto a quattro mani con Giuseppe Molinaro e prodotto artisticamente insieme a Marta Venturini — già firma dietro i primi successi di Calcutta —, fa da apripista ufficiale a Timpa, l’album d’esordio atteso nei prossimi mesi che prende il nome dalla collina bucolica in cui il musicista calabrese, classe 2000 ormai di base a Roma, è nato e cresciuto. L’arrangiamento si poggia su un’intelaiatura classica e polverosa, dove la chitarra acustica dialoga con le percussioni di Beatrice Giliberti e le suggestioni antiche dell’armonium di Alessandra Nazzaro.
Il testo gioca sulla frizione tra la perdita dell’innocenza e la durezza del paesaggio meridionale, evocando corse in sella a una vecchia Vespa Primavera, la sete dei braccianti durante la mietitura e il liquido urticante dei fichi selvatici. La formazione del cantautore, passata attraverso le aule del C.E.T. di Mogol e le classi di Officina Pasolini, emerge nella ricerca di una dizione lirica che tenta di unire la solennità della tradizione letteraria a piccoli quadri di vita quotidiana. L’ostentazione del dettaglio rurale e il titolo volutamente provocatorio rispondono alla necessità di catturare l’attenzione in un mercato editoriale saturo di storie metropolitane tutte uguali.
Il lancio promozionale coordinato dall’ufficio stampa Alpaca Music punta a posizionare il profilo di Spadaro all’interno del circuito indie-pop più attento alla scrittura di contenuto, sfruttando l’artwork curato da Lorenzo Megni per blindare l’estetica del progetto. La scelta di abbandonare i vecchi pseudonimi per presentarsi con il proprio nome anagrafico simula un ritorno alla verità biologica che ben si adatta alla retorica delle radici e della fuga in città. La traccia si interrompe lasciando l’armonium a sfumare nel silenzio dell’afa estiva, in attesa di capire se il pubblico dei club romani saprà convertire questo quadretto neorealista nell’ennesimo culto sotterraneo della stagione.










