Se tutto sparisse oggi, voi cosa terreste? La rivoluzione di Gio Evan

da | Giu 13, 2026 | #Cromosomiintour

Gio Evan apre il Roma Summer Fest con il tour "Extra Terreste". Il racconto di una notte tra mantra, abbracci e dissenso politico.

I grandi giornali continuano a sbagliarlo, chiamandolo tour “Terrestre”. Ma il nome esatto è EXTRA TERRESTE. Un gioco di parole che Giovanni Giancaspro, in arte Gio Evan, svela sul palco della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, lasciando cadere una domanda che spiazza i tremila presenti: «Se tutto sparisse oggi, voi cosa terreste? Cosa terreste? Terreste?». Te, resti.

A distanza di due anni dal tour “Moksa Bar”, Gio Evan torna a Roma e trasforma la Cavea in una riproduzione desertica. L’apertura della serata è stata affidata a due “contadini dell’anima”, figure che il pubblico ritrova di consueto al grande evento EVANLAND, che quest’anno si terrà il 25 e il 26 luglio ad Assisi. Tra mantra, meditazione e riconnessione con il proprio io, vedere tutta quella gente a occhi chiusi all’Auditorium poteva sembrare una pazzia a chi guardava da fuori; da dentro, vi assicuriamo che toccava l’apice della libertà.

Gio Evan torna sul palco: la voglia di stravivere

Il cantautore sale sul palco con la limpidezza e l’ironia che lo contraddistinguono, muovendosi con i tempi comici di uno stand-up comedian ma con la profondità del pensatore. Reduce dal successo del suo ultimo libro, “La gioia è un duro lavoro”, usa la musica per lanciare messaggi politici e sociali netti.

«Grazie a chi ha scelto di esserci», dice dal palco. Un ringraziamento sincero, perché sa bene cosa significhi rifiutare di sedere alla “Mensa della Babilonia” – e chi vuol capire, capisca. La sua è una posizione chiara, controcorrente: «Non è facile fare finta di niente quando accade tutto». Attacca frontalmente chi non si schiera per paura di perdere il potere, e lancia consigli di sopravvivenza emotiva per la vita di tutti i giorni: non concedere più i nostri finali alle persone, non rimanere con chi non ci fa del bene e, soprattutto, smettere di tenere quello che non ci serve davvero.

La scaletta è un flusso di versi e concetti cardine della sua poetica: il bisogno di “Stravivere”, l’inno all’unicità “Il tuo grande coraggio è non essere la gente”, la verità nomade di “Chi non viaggia conosce solo un se stesso” e la consapevolezza intima di “Sono vicino a essere me”. Tutto viscerale, a dimostrazione di come la vera Amazzonia Giovanni ce l’abbia dentro.

A metà serata si compie un rituale attesissimo: 15 minuti di abbracci. Il poeta scende in platea, annulla ogni distanza fisica e stringe a sé, una per una, le persone sotto il palco. Chi è lì non si stupisce di tanta vicinanza; sa esattamente che tipo di anima è andata a incontrare.

Il cerchio si chiude, “prendendo la strada più giusta”, sulle note di “Susy”, anche se il pubblico sarebbe rimasto volentieri lì per altre tre ore.

Il successo di Gio Evan resta un fenomeno inusuale, fortunatamente particolare, fatto di persone che nei suoi testi hanno trovato la forza di vivere veramente. Il saluto alla fine è una carezza, una raccomandazione e una promessa che i presenti si portano a casa come un talismano. Perché in un mondo sommerso dal rumore delle idiozie, c’è chi ancora continua a difendere l’essenza.

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