FRESH TALENT: PLASMA

da | Giu 9, 2026 | FRESH TALENT

Dopo il percorso ad Amici, Plasma inaugura un nuovo capitolo della sua carriera con “Perdigiorno”, il nuovo EP che raccoglie sette brani tra fragilità, crescita personale e voglia di raccontare una generazione alla ricerca della propria identità.

Tra i protagonisti dell’ultima edizione di AmiciPlasma torna con Perdigiorno, il nuovo EP uscito venerdì 8 maggio per Columbia Records/Sony Music. Un progetto di sette brani che apre una nuova fase del percorso artistico del cantautore genovese, capace di trasformare emozioni, ricordi e fragilità in una scrittura personale e profondamente riconoscibile. 

Nato a Genova nel 2001, Antonio Silvestri, ha conquistato il pubblico del talent grazie a un’identità già molto definita, costruita negli anni tra scrittura, freestyle, live e collaborazioni con artisti della scena ligure. Dopo l’esperienza televisiva, Perdigiorno arriva come un punto di passaggio importante: non un semplice contenitore di canzoni, ma il racconto di una crescita interiore e artistica. 

Un EP nato tra prima e dopo “Amici” 

Perdigiorno contiene sette brani: “Maledetto Io”, “Colore”, “Perdere Te”, “Segreto”, “Perdigiorno”, “Luna Storta” e “Blu”. Al suo interno convivono canzoni scritte prima dell’ingresso ad Amici e brani nati durante il programma, in un periodo che plasma ha vissuto come emotivamente intenso e molto fertile dal punto di vista creativo. 

I tre brani già presentati nel talent, “Perdere Te”, “Perdigiorno e “Segreto”, trovano ora una nuova collocazione dentro un progetto più ampio, dove ogni traccia contribuisce a definire il suo immaginario. Il filo conduttore è lo stesso plasma: un artista in trasformazione, attraversato da fasi diverse ma sempre fedele a una scrittura sincera, istintiva e legata al vissuto. 

Il titolo Perdigiorno diventa così una presa di posizione generazionale. Non indica il disimpegno, ma la possibilità di sottrarsi alla pressione continua del dover performare, produrre, dimostrare qualcosa. È la libertà di non sapere ancora esattamente chi si è, e proprio per questo poter essere tutto. 

“Colore”, il nuovo singolo diretto e senza filtri 

Tra i brani dell’EP c’è anche “Colore”, nuovo singolo in radio dall’8 maggio. Una canzone diretta, limpida, meno criptica rispetto ad altri episodi della sua scrittura, scelta proprio per offrire al pubblico una porta d’ingresso nel mondo di plasma. 

Nel brano il passato torna a bussare, ma non come un peso immobile che diventa materia da osservare, rileggere, trasformare. La musica, per Plasma, resta uno spazio di dialogo con i ricordi, un luogo in cui le esperienze personali possono trovare un nuovo senso e diventare racconto condiviso. 

Accanto alla dimensione più intima, nell’EP resta fortissima la presenza di Genova. I vicoli, il porto, il mare, la tradizione cantautorale e quella particolare malinconia concreta che attraversa molta musica ligure diventano parte naturale del suo linguaggio. plasma non forza l’appartenenza alla sua città: la porta dentro, semplicemente, come una radice inevitabile. 

Plasma non cerca risposte definitive. Racconta piuttosto la sincerità delle intenzioni, il bisogno di creare ponti con la propria generazione e la volontà di rendere la musica un luogo sicuro. Un EP fragile e consapevole, che guarda al passato per riuscire ad andare avanti.


Intervista a Plasma

Abbiamo intervistato Plasma in occasione dell’uscita di Perdigiorno, ecco cosa ci ha raccontato!

Perdigiorno arriva dopo mesi molto intensi. Che differenza c’è tra il Plasma che ha iniziato a scrivere questi brani e quello che oggi li consegna al pubblico? 

Perdigiorno racchiude brani scritti prima dell’esperienza ad Amici, anche due anni fa, e brani scritti durante il programma, come la stessa Perdigiorno, Blu e Maledetto Io. Nella scuola ho scritto davvero tanto, perché era un luogo molto d’ispirazione. La scrittura è stata anche uno spazio in cui potevo chiudermi per comprendere tante cose che mi stavano succedendo, perché Amici è un’esperienza emotivamente molto intensa e sicuramente ti cambia, come tutti gli eventi importanti della vita.

La differenza principale, secondo me, è una questione di consapevolezza. Sono entrato con più ego, forse, che confidence, e ne esco con una maggiore consapevolezza delle mie potenzialità, dei miei limiti e della voglia di lavorare sodo per diventare l’artista che voglio essere, invece di aspettare che qualcuno mi dica che quello che faccio vale. A livello personale, invece, sento più sicurezza e tranquillità rispetto alla mia parte fragile, che in realtà è probabilmente anche la cosa più bella da raccontare quando si fa musica e quando si fa arte. È quella che ci fa sentire più vicini agli altri. Secondo me, come artisti abbiamo la responsabilità di comunicare con tutte le parti di noi, senza giudizio ma con curiosità.”

Il titolo dell’EP sembra quasi una presa di posizione. Quando hai capito che Perdigiorno era molto più di una semplice canzone? 

“Quando ho scritto la canzone ero in casetta, in sala 8, una piccola sala che avevamo a disposizione per scrivere, fare musica o anche solo stare da soli. L’ho scritta di getto e l’ho registrata subito. Ero molto contento, perché avevo raccontato una cosa che volevo dire da tempo: un argomento generazionale, un urlo di liberazione rispetto a una serie di aspettative e modelli che la nostra generazione vive. In questo brano rivendico la libertà di non sapere ancora bene che cosa essere e, proprio per questo, poter essere tutto. È una libertà della giovinezza che col tempo si perde, quando le scelte che facciamo ci incanalano in una precisa identità, spesso lavorativa. Tante volte non è che fai il professore: sei un professore.

L’attività che svolgiamo diventa la nostra identità. Essere un perdigiorno, in qualche modo, significa scollegarsi dal bisogno di performare per essere e per valere. Poi io non sono per niente un perdigiorno: lavoro tantissimo sulla musica, ho sempre lavorato, studiato e riempito le mie giornate. Però durante la scrittura mi libero da questo bisogno di fare continuamente. Lì c’è soltanto connessione con me stesso. Il 99% delle mie canzoni probabilmente non vedrà mai la luce, anche solo per una questione di organizzazione del materiale. Nascono prima da un’esigenza che da un bisogno lavorativo. Per fortuna oggi stanno arrivando a tante persone, ed è una cosa magica, ma non sono mai nate per quello. Non sono mai nate per l’amore: sono nate dall’amore. Quando ho capito che quel tema riguardava un po’ tutte le canzoni, ho deciso che Perdigiorno sarebbe diventato il titolo trasversale dell’EP.”

In questi sette brani racconti emozioni diverse ma molto legate tra loro. C’è un filo che unisce tutte le tracce? 

“Il filo sono io. Può sembrare banale, però Perdigiorno è un percorso lungo, nato tempo fa e concluso recentemente, in un periodo di grande trasformazione. Dentro ci sono tante parti diverse di me. Il filo conduttore sono io che attraverso fasi di profonda trasformazione e, in tutte queste fasi, resto sempre io. Poi c’è anche Genova. In tutte le tracce, sia quando sono lontano da Genova sia quando sono lì, c’è sempre uno sguardo di nostalgia o di amore verso casa mia. Anche ora, per esempio, sono in una casa che ho preso per qualche giorno al molo, al porto, perché non avevo mai abitato in questa zona e pensavo potesse darmi nuove vibes. Mi piace fare così: scrivere, fare due passeggiate, lasciarmi ispirare”. 

Se dovessi scegliere una canzone dell’EP che oggi senti rappresentarti più di tutte, quale sarebbe e perché? 

“Colore. Mi rappresenta di più anche a livello musicale, perché prende un suono che voglio trattenere, pur evolvendolo, anche nei prossimi lavori.”

“Colore” è un brano diretto e senza filtri. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa canzone come nuovo singolo? 

“Proprio il fatto che sia diretto e senza filtri. Altre mie canzoni possono essere più criptiche: mi piace che l’ascoltatore entri in un viaggio e possa immedesimarsi o dare un significato personale a parole non sempre immediate, come succede in ‘Maledetto Io’ o in alcune strofe di ‘Blu’. In ‘Colore’, invece, ogni parola è molto chiara e arriva direttamente. Per presentare il mio mondo, per offrire una porta d’ingresso, ‘Colore’ è un po’ l’ingresso della casa di Perdigiorno. Poi, una volta entrati, è una casa particolare, però almeno da lì si entra. C’è il mio linguaggio, ma è chiaro.”

Nel brano il passato sembra tornare continuamente a bussare alla porta. Hai imparato a fare pace con i tuoi ricordi o continui a dialogarci attraverso la musica? 

“Continuo a dialogarci attraverso la scrittura. Forse, se non scrivessi, ci avrei già fatto pace. Però facendo questo lavoro di rigurgiti inconsci ed emotivi, alla fine siamo tutti un insieme di storie intricate, pattern e ricordi che riaffiorano perché desiderano essere risolti, visti, guardati. Al passato guardo sempre con molta attenzione analitica e imparo tanto anche da lì. Ho sempre lo sguardo sul futuro, però ho studiato tanto psicologia e questo ha modificato il mio modo di osservare le cose. Mi auto-analizzo molto. Mi piace lo stampo psicoanalitico, l’andare a ritroso, rivivere certe esperienze, ri-osservarle con il senno del poi e darci un nuovo senso. La mia musica ha fortemente questo valore: è molto legata al passato, ma quel legame mi serve per andare avanti.”

Qual è il colore del momento che stai vivendo oggi? 

“Azzurro, perché c’è un bellissimo cielo azzurro. Anche la camicia è azzurra. È un po’ come ‘Blu’, che è la fine dell’EP, però più chiaro. Siamo nel post, si sta aprendo l’estate, sto scrivendo nuove cose. È un blu più chiaro: chiarezza.” 

Entrando nella scuola di Amici avevi già una forte identità artistica. Qual è l’aspetto di te che il programma ha messo maggiormente alla prova? 

“Ho sempre faticato con la parte esecutiva. Per me la musica ha una componente fortemente creativa e devo ammettere che ripetere una cover, fare la melodia uguale, non è mai stata la mia preoccupazione principale né la mia vera passione. Durante il programma, però, mettermi alla prova con questo mi ha dato tantissimo. Io ho sempre cantato cose scritte da me. Quando crei tu la melodia e il testo, cantare con credibilità viene naturale. Cantare una cosa che non hai scritto richiede invece un lavoro diverso, di immedesimazione. Questa cosa ha messo alla prova il mio egocentrismo intellettuale e musicale, ma è stato un bel lavoro. Sono grato di essermi confrontato con qualcosa di apparentemente distante da me.”

Molti spettatori ti hanno conosciuto attraverso Amici. Qual è una parte di Antonio che senti di non aver ancora mostrato del tutto? 

“Le persone che ho intorno mi dicono spesso di essere contente che chi mi ha seguito mi abbia conosciuto per come sono davvero. Questo mi rende fiero. Forse una cosa che le telecamere o il mondo dello spettacolo non possono mostrare al 200% è il carisma che porti in una stanza, l’attenzione per gli altri, il modo in cui guardi il mondo, la tua routine. Però penso che siano tutte cose che usciranno attraverso la musica. Anche il modo in cui mi sveglio, faccio una passeggiata, trovo una panchina o mi metto in un luogo preciso per scrivere, prima o poi verrà fuori nelle canzoni.” 

Se potessi rivivere una sola esibizione del tuo percorso ad Amici, quale sceglieresti? 

“La primissima, quella di ‘Perdere Te’ con cui sono entrato. Mi fa sorridere se la confronto con l’ultima performance di ‘Perdere Te’, quella con cui sono uscito. Per me c’è una differenza enorme di consapevolezza tra la prima e l’ultima. Vorrei rivivere quella prima esibizione per sentire di nuovo quell’agitazione, quel ‘che cosa sto facendo?‘, quel ‘chissà come andrà‘. Dopo è diventato più: ‘Questo sono io, faccio vedere che cosa so fare‘, la voglia di mettermi in gioco è rimasta la stessa.”

Dopo mesi passati sotto le telecamere, qual è stata la cosa più strana del tuo ritorno alla normalità? 

“Pensavo sarebbe stato più strano passare dalla casetta al mondo esterno. Invece sono felice di percepire un senso di continuità tra il mio prima, il durante e il dopo. Sono sempre la stessa persona, anche in una casa con venti ragazzi, senza telefono. Mi manca tanto la casetta in alcuni momenti, ma quando ero lì mi mancava la mia famiglia. Negli ultimi cinque anni ho cambiato circa sei case, quindi ogni luogo è stato diverso. La casetta è stata sicuramente uno dei più particolari. Adesso sto lavorando tantissimo. L’emozione principale è la fame di prendere l’energia costruita in questi mesi e trasformarla nella mia vita lavorativa.” 

Rudy Zerbi nel programma ha creduto in te fin dall’inizio. Quanto è stato importante avere qualcuno che vedesse il tuo potenziale prima ancora dei risultati effettivi? 

“Tanto. Sono molto contento di aver fatto questo percorso con Rudy. Lui ha sempre creduto molto in me, anche se sono stato un allievo un po’ particolare. Quando sei autore, secondo me, è più difficile trovare un confine tra l’artista e il prodotto, perché spesso sono la stessa cosa. È un’arma a doppio taglio: quando viene giudicato il prodotto, ti senti giudicato anche come persona. Ho realizzato quanto fosse stato importante soprattutto alla fine, quando, uscito dal programma, ho incontrato Rudy e mi ha detto cose bellissime: che aveva sempre creduto in me, che a momenti mi vedeva come un figlio, che vede in me tanto potenziale e che è orgoglioso.” 

Prima di Amici avevi già costruito il tuo percorso tra live, freestyle e collaborazioni. Hai aperto concerti e collaborato con artisti come Alfa e Olly. Cosa ti hanno insegnato questi incontri? 

“Si cita spesso questo live in cui ho aperto Bresh, ma in realtà era una discoteca: avevo 17 anni, mi avevano chiamato per aprire il concerto di Vaz TèDisme e poi a un certo punto c’era anche Bresh. C’era tutta la Drill Liguria, un clima genovese di grande fermento artistico. Ero molto più piccolo, facevo uscire le mie canzoni e capivo già che a Genova la cosa piaceva. Non è che la gente mi fermasse per chiedermi foto, a Genova non c’è tanto quella cosa lì. Però magari ti dicevano: ‘Oh, Plasma, grande, stai spaccando‘.

Mi sono sempre sentito parte di qualcosa. Alfa e Olly hanno avuto un percorso assurdo e tuttora mi ispirano molto, perché non hanno mai mollato. Io invece ho avuto un periodo in cui, per il modo ossessivo in cui vivevo la musica, avevo deciso di fermarmi. Proprio quando le cose stavano andando bene ho avuto bisogno di diventare una persona prima che un artista, per poter accogliere l’artista dentro di me. Ho studiato, mi sono laureato, ho viaggiato, ho fatto altre cose importanti per me. La musica per me è sempre stata un’esperienza molto intensa e totalizzante. Proprio per questo avevo bisogno di strutturare la mia persona per poterla reggere.”

Cosa ti porti dietro di Genova ogni volta che scrivi? Secondo te esiste un modo genovese di raccontare le emozioni? 

“Volente o nolente, sì. Io sono molto orgoglioso del mio modo di scrivere e penso di avere una mia identità, però esiste indubbiamente una cifra genovese. Quando faccio ascoltare la mia musica, spesso mi dicono che è molto genovese. All’inizio magari pensi: ‘Sono io, non è che…‘, però è un dato di fatto e alla fine mi rende orgoglioso. Siamo cresciuti negli stessi luoghi, abbiamo ascoltato la stessa musica, abbiamo le stesse vibes, la stessa connessione con il mare, con i monti, con il centro storico, con i vicoli e con la cultura del cantautorato. È normale che si crei un codice comune. A Genova c’è spesso una poetica un po’ sulle nuvole, ma allo stesso tempo molto concreta. Io mi sento molto vicino a questo modo di scrivere.” 

Le tue canzoni nascono spesso da emozioni molto forti. Hai mai scritto qualcosa che hai deciso di non pubblicare perché troppo sincero? 

“Sì, spessissimo, per fortuna. La scrittura è il ponte di collegamento più profondo che conosco con la mia persona. Tante volte non c’è la necessità di far uscire qualcosa che mi è servito personalmente per conoscere parti di me e avere un rapporto più sincero con me stesso. Poi c’è anche un aspetto musicale: io voglio fare il musicista, non devo solo psicanalizzarmi attraverso la musica. Quello che pubblico deve essere anche un prodotto godibile, e non tutte le canzoni hanno quel risultato. Dipende dall’approccio con cui mi metto sul foglio quel giorno e da quello che la canzone mi restituisce.” 

Qual è la cosa che speri che le persone capiscano di te ascoltando Perdigiorno

“Spero che le persone vedano la sincerità delle mie intenzioni. Io percepisco una fortissima connessione con i ragazzi della mia generazione e, in generale, con le persone. Difficilmente percepisco rivalità, confronto o distacco. Voglio creare ponti tra di noi, perché penso che oggi sia davvero importante, soprattutto nella dimensione live e nella musica. Vorrei che si capisse che non ho obiettivi terzi di gloria. Voglio semplicemente che la mia musica sia un luogo sicuro, perché lo è per me e lo è già per alcune persone. Penso che possa esserlo per sempre più persone. Vorrei che trapelasse la sincerità con cui affronto la musica. Tante volte ho anche rifuggito il mio essere artista, ma ora sento una devozione verso questo obiettivo: portare questa sincerità a quante più persone possibili.” 

Tra qualche anno, quando riguarderai il ragazzo appena uscito da Amici con Perdigiorno tra le mani, per cosa pensi che ti ringrazierà? 

“Penso che tra qualche anno ringrazierò il me di adesso per la sincerità con cui sto affrontando le relazioni, la musica e l’ambiente musicale. Per la tranquillità, per il fatto di non avere bisogno di strafare e per la fedeltà a quello che sono. E anche per il lavoro sodo che sto facendo oggi. Sono sicuro che mi ringrazierò di questa cosa.”

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