Il teatro della memoria di Rancore conquista la sua Roma

da | Mag 16, 2026 | #Cromosomiintour, Flash News

Un palloncino che scoppia davanti a un'asta da microfono cancella la sagoma di cartone che presidiava il palco prima del buio.

La prima delle due date capitoline di Rancore rimette in discussione la pigra abitudine del concerto-autocelebrazione a cui gran parte della scena rap ci ha abituato. Tarek Iurcich torna a Roma davanti al suo pubblico storico, una platea anagraficamente matura che ha barattato i pogo giovanili con l’attenzione richiesta da una narrazione complessa.

L’ingresso in scena di un finto se stesso di cartone, rimpiazzato dall’apparizione di un Tarek in versione fanciullo, introduce il tema centrale dello show: la memoria come meccanismo di scomposizione dell’io. La partenza è affidata a Fanfole, traccia d’apertura del nuovo capitolo discografico Tarek da colorare, un titolo che evoca l’infanzia per smontarne le dinamiche protettive. Tra le prime file si nota la presenza di Luigi Serafini, l’artista visionario che ha firmato l’artwork del singolo, a sancire una vicinanza tra la scrittura di Tarek e il surrealismo intellettuale più puro.

La scelta strategica del live evita deliberatamente la scorciatoia dei featuring o la compilazione di una scaletta rassicurante costruita sui desideri degli algoritmi di Spotify. Rancore sceglie di eseguire l’intero nuovo album dall’inizio alla fine, costringendo la platea a fare i conti con l’inedito. La transizione verso il passato avviene attraverso calcolati vuoti di memoria, espedienti drammaturgici che aprono squarci temporali verso il repertorio storico. È in queste crepe che trovano spazio episodi classici come Sunshine e Sangue di drago, ripescati per dare coordinate precise a chi segue il percorso dall’inizio. La performance rifiuta la rincorsa nostalgica per concentrarsi sulla teatralità dell’esecuzione. I frammenti della giovinezza artistica legati a L’acqua del Tevere, Tufello e Disney Inferno non suonano come celebrazioni provinciali, ma come radici necessarie di un percorso che ha cambiato le regole del rap di concetto in Italia.

L’architettura dello show si mantiene volutamente asimmetrica, lontana dai tempi rigidi delle produzioni pop standardizzate. La band interviene direttamente per correggere la traiettoria di un artista apparentemente smarrito nei propri ricordi, ricordandogli quel finale mai pianificato che risponde al nome di Arakno 2100. L’apparente caos sul palco nasconde una rigorosa disciplina esecutiva che trasforma l’errore in narrazione. Il concerto si interrompe bruscamente lasciando la platea romana con la sensazione di aver assistito a un rito di decostruzione personale, dove la musica torna a essere uno strumento d’indagine e non un semplice sottofondo per la serata.

Photo @ Tommaso Notarangelo

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