Scegliere un titolo come Per i bambini morti nel 2026 significa rifiutare categoricamente le regole dell’algoritmo che premia la rassicurazione. I Management del Dolore Post-Operatorio tornano il 15 maggio con un brano che non cerca la carezza, ma lo scontro frontale. Luca Romagnoli e Marco Di Nardo recuperano la funzione civile della scrittura, quella che sembrava smarrita tra i rimasugli di un indie diventato ormai un genere d’arredamento. Il punto di partenza è un cortocircuito temporale spiazzante: la struttura di una ballad che guarda al Lucio Dalla più denso e impegnato si innesta su un’ispirazione letteraria del tredicesimo secolo.
Non è intellettualismo fine a se stesso. Il richiamo a Donna de Paradiso di Jacopone da Todi serve a costruire un lamento contemporaneo dove l’oggetto dello strazio cambia segno. Se nel Laudario l’anafora urlata era rivolta al figlio in croce, qui il grido è per la Terra. La Terra diventa il corpo martoriato su cui i padroni del mondo banchettano per i soliti trenta denari. La produzione artistica di Marco “Diniz” Di Nardo, registrata interamente a Lanciano, evita le facili tentazioni del pop radiofonico per scavare un solco profondo tra chi subisce e chi lucra.
Il testo è un’invettiva contro la burocrazia viscida e quella capacità tutta umana di trasformare il massacro in una questione di share. I Management descrivono una società anestetizzata, un mercato globale dove la vita dei più deboli è la merce di scambio primaria. La distribuzione affidata a Believe Digital porta nelle cuffie un pezzo che puzza di realtà in un’epoca di finzioni digitali. Non ci sono metafore rassicuranti per descrivere chi ha fatto del pianeta un mattatoio per profitto. La chiusura del brano è un monito che suona come una minaccia matematica ai vertici del potere. I poveri hanno poco, ma sono tanti, e il conto finale non tornerà per chi ha costruito la propria fortuna sullo share della tragedia. La band abruzzese chiude bruscamente la sua riflessione lasciando l’ascoltatore davanti a uno specchio crepato, obbligandolo a fare i conti con quella tragedia che, puntualmente, si ripresenta sotto forma di farsa quotidiana.










