Marco Zanini, in arte ZANI, arriva da Muggiano con un bagaglio di suoni costruito sui palchi e perfezionato nel silenzio della periferia milanese. Dopo anni passati a scandire il ritmo dietro la batteria, ha scelto di spostarsi al centro della scena per dare voce a un’attitudine precisa: quella dell’osservatore. Il suo primo album, “dentro le storie degli altri, sprazzi di me”, uscito lo scorso 24 aprile, raccoglie undici tracce che fondono il groove del funk e del soul con una scrittura pop immediata e concreta.
Dalle aperture live nei club storici di Milano fino alla dimensione più intima dello studio, ZANI ha costruito un racconto fatto di scene quotidiane, dove la musica suonata resta il pilastro fondamentale. Abbiamo parlato con lui del passaggio dai piatti al microfono, del peso specifico della città e della scelta di usare l’italiano per trovare una nuova autenticità.
Il titolo del disco suggerisce una posizione precisa: osservare gli altri per capire qualcosa di sé. È un modo per proteggersi dietro le vite degli altri o una scusa per non doverti guardare troppo direttamente allo specchio?
In realtà non l’ho mai vista come una difesa, quanto come un momento di condivisione e collettività. Ho scritto questo album perché chi ascolta possa immedesimarsi e lasciarsi trasportare dalla musica. Mi sento comunque parte di tutto questo: sono i miei occhi a guardare le persone e la mia testa a immaginarne le vite. Quei famosi “sprazzi di me” sono un monito per me stesso; mi ricordano di sognare, sì, ma di vivere anche in ciò che è reale. Le insicurezze esistono sempre, e ho imparato ad accettarle.
Com’è passare dal fondo del palco, dietro i piatti della batteria, al centro dei riflettori con un microfono in mano?
Pauroso e adrenalinico. Mi piace molto, mi fa sentire in una dimensione diversa ed è incredibile la connessione che si crea tra le persone sopra e sotto al palco. Essere batterista, e in generale musicista, comporta una responsabilità enorme: sei “le radici”, e se non ci sei tu a sostenere, la musica non sta in piedi. Amo entrambi i ruoli e nascere come musicista mi ha dato tanta consapevolezza. Mi piace che i riflettori illuminino tutti coloro che abitano il palco, perché è una macchina che funziona solo se ogni ingranaggio gira. Essere cantante mi permette di muovermi di più, avere libertà di interazione e gestire meglio la comunicazione. Da batterista sei fisicamente più indaffarato, ma nella loro diversità restano due ruoli incredibili.

Muggiano è periferia, quella dove il silenzio ha un peso specifico. In Funky Milano sembra però che tu abbia trovato una chiave per ballarci sopra: come si fa a tenere insieme il grigio dei palazzoni con il groove del soul senza sembrare fuori posto?
Muggiano è fatta di campi di grano e orizzonti aperti, eppure il peso della periferia si avverte chiaramente. Spostarsi verso il centro per la ricerca creativa e la crescita personale mi ha fatto scoprire la frenesia della città, ma anche i suoi lati più grigi. Il ritmo della metropoli può sembrare alienante, ma la prospettiva con cui si affrontano le cose gioca un ruolo fondamentale. Io trovo la leggerezza nel groove: dare un ritmo diverso a ciò che a volte può sembrare un peso aiuta a fuggire da una visione che chiude. Funky Milano è nata proprio per questo, come un inno al ritrovare la vitalità in una città che a volte ci appesantisce.
Meglio il sudore e la confusione dei Magazzini Generali o il silenzio asettico dello studio di registrazione?
Sono due sfumature diverse della stessa anima, ma il live rimarrà sempre la parte migliore. Scelgo i Magazzini Generali.
Sei passato dall’inglese all’italiano, che è un po’ come togliere un filtro a una foto per mostrarla così com’è. Cos’è che la nostra lingua ti permette di dire che in inglese suonava troppo distante o magari troppo “confezionato”?
Ero piccolo, e l’inglese è in un certo senso più immediato. Il mio cambio di lingua non è avvenuto perché non mi piacesse scrivere in inglese o perché lo trovassi poco autentico. Penso che la libertà di sperimentazione dell’inglese sia fenomenale: è una lingua sciolta, liquida e molto adattabile. Quello che mi mancava era trovare l’anima profonda nelle parole che scrivevo, e solo la mia lingua riusciva a darmi quella sensazione di verità. Sul discorso del filtro mi ci ritrovo molto, ma non ho mai considerato “confezionata” la musica in inglese, anzi, ha un enorme potenziale. Apprezzo moltissimo gli artisti che portano l’inglese in Italia, nonostante l’industria nazionale sia ancora un po’ limitante sotto questo aspetto. Si stanno facendo passi avanti, ma serve ancora più libertà.

Tre produttori diversi per un album d’esordio: è stata una scelta di democrazia creativa o un modo per testare pelli diverse sullo stesso corpo?
Ognuno di loro aveva le caratteristiche giuste per dare l’apporto che cercavo. Abbiamo registrato moltissimi strumenti live; con Matteo ed Ema, insieme ai musicisti con cui suono, sapevo di rivolgermi a persone che comprendessero la mia visione e potessero arricchirla. Alex è uno dei miei mentori: la sua esperienza ha permesso di curare la direzione della produzione e donare coerenza a tutte le tracce, rendendo il disco una raccolta musicale organica piuttosto che una serie di singoli.
In brani come Alice e Sorbetto la scrittura diventa quasi cinematografica, fatta di scene quotidiane molto nitide. Ti senti più un regista che decide dove puntare l’obiettivo o un passante che è finito per sbaglio dentro la storia di qualcun altro?
Lavorare nel cinema come aiuto regia con Andrea Vailati ha influenzato moltissimo il mio modo di vedere la musica. Dico “vedere” e non sentire, perché spesso i suoni rivelano immagini nella mia testa. Operare in ambito cinematografico ti sprona a lavorare per visioni; ringrazio questo percorso perché mi sta aprendo a nuove influenze e prospettive.
Perché hai deciso di chiudere il racconto proprio con Due passi indietro?
Era l’outsider del disco. Un pezzo che suona più aggressivo, caotico e folle. Mi piaceva l’idea di dare una scossa finale al termine di questo percorso, così da lasciare chi ascolta con la giusta energia per affrontare il proprio cammino 🙂










