Il silenzio non è un’opzione: mille artisti contro l’Eurovision 2026

da | Apr 21, 2026 | News

Mille firme cariche di peso politico si abbattono sulla kermesse di Vienna, mentre le macerie di Gaza cancellano l’estetica pop dell’evento europeo.

L’appello lanciato dalla coalizione No Music for Genocide rompe l’illusione della neutralità istituzionale che l’European Broadcasting Union cerca di proteggere da decenni. Per il settantesimo Eurovision Song Contest, previsto a maggio 2026, la partecipazione di Israele ha innescato un boicottaggio senza precedenti guidato da nomi pesanti della discografia mondiale. Roger Waters, Brian Eno e i Massive Attack guidano una lista di oltre mille professionisti della cultura che esigono l’esclusione immediata dell’emittente israeliana KAN. La contestazione punta il dito contro un doppio standard operativo evidente: nel 2022 la Russia venne estromessa per l’invasione dell’Ucraina, oggi la presenza israeliana viene difesa nonostante il procedimento per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia.

La lettera aperta sottolinea come il silenzio passivo abbia smesso di essere una posizione sostenibile per chi lavora con l’arte. Musicisti del calibro di Peter Gabriel, Macklemore e i Mogwai denunciano la distruzione sistematica di studi, librerie e università nei territori palestinesi. La pressione politica esercitata dal presidente Isaac Herzog per mantenere Israele nella competizione viene letta dai firmatari come un tentativo di normalizzazione attraverso l’intrattenimento di massa. La musica smette di essere un ponte quando i palchi di una nazione sono cumuli di macerie. Il fronte del rifiuto coinvolge formazioni contemporanee come gli Idles, i Kneecap e i Young Fathers, evidenziando una frattura trasversale che unisce veterani e nuove scene indipendenti.

Il ritiro di emittenti pubbliche da paesi come Spagna, Irlanda e Islanda sposta il dibattito dai social alle stanze decisionali della EBU. I firmatari, tra cui Paul Weller, Primal Scream e i Sigur Rós, pongono una questione di ordine etico sulla complicità delle troupe e dei fan. Partecipare all’edizione austriaca significa accettare che la violenza militare faccia da colonna sonora alle vite dei palestinesi. Anche la scena sperimentale ha preso posizione con Ólafur Arnalds, Nadine Shah ed Erika De Casier. La richiesta di mettere al bando KAN è la condizione necessaria affinché il festival non diventi uno strumento di propaganda. Il potere del rifiuto collettivo è l’ultima leva rimasta a una comunità culturale che respinge il ruolo di comparsa nel teatro del genocidio.

Le adesioni di Hot Chip, Of Monsters and Men e Black Country, New Road confermano che la questione riguarda l’intera infrastruttura dell’intrattenimento globale. Il boicottaggio richiama la responsabilità dei singoli rispetto alle azioni dei governi, evocando le mobilitazioni storiche contro l’apartheid in Sudafrica. La menzione dei campi di concentramento iper-sorvegliati definisce un orizzonte politico inaccettabile per chiunque pretenda di esibirsi sotto la bandiera dei valori europei. L’industria culturale deve decidere se la propria struttura serve a celebrare l’arte o a coprire l’annientamento di un popolo.

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