Siamo giunti (a fatica) anche alla fine di questa 76esima edizione del Festival di Sanremo. Quello che ci resta è un senso di allucinazione collettiva, dopo la vittoria imprevedibile (e incredibile) di Sal Da Vinci, con la sua Per sempre sì. Ma cercando di scordarci quello che è accaduto questa notte, circa dall’1.30 in poi, quello che rimane è un senso di assenza.
Un’assenza che si è sentita in tutte le serate e tutte le giornate della kermesse 2026. Si è parlato di più di quello che non c’era o che non c’è stato, rispetto a quello che effettivamente c’era.
Un Festival che è partito in sordina e che è rimasto in sordina. Una kermesse in cui è mancato tanto. Una delle prime volte in cui tante persone appassionate si sono dette: “Ora dormo, tanto cosa c’è da vedere di interessante?“.
Artisti con canzoni per la maggior parte mediocri, scritte da una squadra di autori, che pare essere stati scomodati solo per fare un brano adatto agli standard sanremesi. Esibizioni tecnicamente non all’altezza, per molti, magari trainati lì da un nome importante o da una fanbase molto grande e affezionata.
Ospiti, gag e stacchetti non convincenti, per la stragrande maggioranza. Una conduzione, quella di Carlo Conti, matematica, precisa, probabilmente troppo: è stato in grado di soffocare la spontaneità della co-conduttrice Laura Pausini, l’unica in grado di strapparci un sorriso ogni sera.
Proprio l’assenza di spontaneità ci è mancata, sia nella conduzione delle 5 serate, sia negli ospiti invitati a co-condurre, con rarissime eccezioni.
Anche sui siti dei maggiori quotidiani, mai una notizia veramente importante sulla kermesse, se non quello che non è avvenuto, come la mancata partecipazione del comico Andrea Pucci. Sì, certo, la vittoria della serata delle cover, così come quella di Sal Da Vinci… ma in mezzo? Nulla. Il nulla cosmico. La gaffe di Matteo Salvini sull’italiano di Ermal Meta, i vestiti ricamati con i nomi di due bambine palestinesi vittime del genocidio a Gaza sempre di Meta. Ma poi?
Cos’è mancato? Non lo sappiamo, ma tante cose, probabilmente. Niente ha fatto parlare, niente ci ha fatto appassionare, se non la scalata da vero underdog di Sal Da Vinci, da cantante neomelodico qualsiasi a vincitore del più ambito premio musicale italiano. Una passione, però, che pare pare più dettata dal meme che da altro.
Non c’è stata spontaneità, non c’è stato ascolto, non c’è stata comprensione. Del pubblico, degli artisti, degli autori, delle canzoni, del clima attuale. Un Festival in cui l’assenza di comprensione è stata al primo posto, spodestando anche Sal Da Vinci.
Come direbbe qualcuno, “un Paese di musichette, mentre fuori c’è la morte“.










