Sabato 7 febbraio siamo entrati nello studio di Michele Bravi a Milano. Abbiamo parlato non solo di ritorno al Festival di Sanremo 2026, ma dell’apertura di una nuova traiettoria artistica. In gara con Prima o poi, il cantautore umbro torna per la terza volta sul palco dell’Ariston con una consapevolezza diversa, più adulta, più professionale. Ma senza perdere quella goffaggine che lui stesso rivendica come tratto identitario.
Diretto dal Maestro Alterisio Paoletti, il brano nasce come un dialogo pensato per l’orchestra, un confronto vivo tra voce e strumenti. L’impianto armonico alterna scale maggiori e minori in un continuo rincorrersi, con cambi improvvisi che restituiscono un senso di instabilità emotiva. Dentro c’è il brit pop, ma anche un respiro sinfonico e cinematografico che amplifica ogni parola.
Prima o poi è una riflessione sull’inadeguatezza, dedicata a chi almeno una volta si è sentito fuori posto. L’immagine è quella di restare sotto la pioggia senza ricordare quale citofono suonare. Un senso di smarrimento che può essere grottesco, quasi comico, ma che rivela una fragilità condivisa. “La vita è più storta di come la immaginiamo”, ci dice. E in quella stortura trova poesia.
Michele Bravi a Sanremo tra passato e maturità
Il primo Sanremo nel 2017 con “Il diario degli errori” aveva il sapore dell’inizio. “Ero un bambino”, ci racconta sorridendo. Quel quarto posto gli ha permesso di dire per la prima volta che la musica poteva essere un lavoro. Poi il 2022 con “Inverno dei fiori”, vissuto dentro la bolla del Covid, un Festival sospeso e anomalo.
Oggi torna con uno sguardo diverso. “Spero un po’ più da professionista”, confessa, ridendo subito dopo per non sembrare troppo serio. La differenza la segna anche la famiglia. Per la prima volta, sua madre nella chat di gruppo scrive “Finalmente una bella canzone”. Per lui è la vera vittoria.
Il brano, scritto con Rondine e Gianmarco Grande e prodotto insieme a Carlo Di Francesco, è uno dei primi nati per il nuovo disco in arrivo prima dell’estate. Non è stato scelto con l’idea di essere “il pezzo da Festival”. Anzi. È stato il gruppo più vicino a lui a orientarlo verso quella scelta. Un’intuizione collettiva che ha sorpreso anche lui.
Sanremo 2026 e l’immaginario cinematografico di Prima o poi
C’è un elemento che attraversa tutto il racconto di Prima o poi ed è l’immagine. “Grottesco, comico, tragedia”, sintetizza. Il videoclip segna il debutto alla regia di Ilenia Pastorelli, che ha riscritto visivamente la canzone in modo personale e meno didascalico. Un cortometraggio che ha persino modificato il suo modo di cantarla, tanto da portarlo a registrarla di nuovo.
L’estetica si completa con la collaborazione fotografica con Mauro Balletti, storico collaboratore di Mina, in una chiave più ironica e pop. Anche l’abito per l’Ariston sarà frutto di un lavoro sartoriale condiviso, pensato come parte di una “didascalia di emozioni”.
Nel brano la sofferenza non è mai estetizzata. “In un film la casa in disordine è affascinante, nella vita quotidiana serve l’antitetanica”, scherza. L’immagine del sole quando vorresti la pioggia diventa metafora di quella discrepanza tra immaginazione e realtà che alimenta la sua scrittura.
Michele Bravi, Sanremo e il valore della voce individuale
Nella serata dei duetti condividerà il palco con Fiorella Mannoia sulle note di “Domani è un altro giorno”, omaggio a Ornella Vanoni. Un manifesto esistenziale che unisce malinconia e ironia. Con la Mannoia il legame nasce proprio a Sanremo, quando lui era in gara con “Il diario degli errori” e lei con “Che sia benedetta”. Oggi quell’ammirazione è diventata amicizia.
Michele parla di lei come di un pezzo di casa. L’ha raggiunta persino in Brasile dopo la delusione dello scorso anno di non essere stato preso a Sanremo, trovando in quell’incontro una prospettiva diversa sul senso della competizione. “Il Festival è un’occasione professionale. Se c’è bene, se no vivo bene lo stesso”.
Sul tema delle prese di posizione pubbliche, riflette anche sul caso di Ghali alle Olimpiadi. Per lui un artista chiamato a esibirsi rappresenta il proprio sistema valoriale. “Chi dice come la pensa non sta dissentendo. Sta parlando”. Una visione che rifiuta la cultura della cancellazione e difende il diritto alla voce individuale. Sull’Eurovision invece si dichiara favorevole alla possibile partecipazione.
Il ritorno di Michele Bravi a Sanremo 2026 non è solo un capitolo in più ma la dichiarazione di un artista che ha imparato a convivere con la propria goffaggine e a trasformarla in linguaggio.










