Siamo abituati a pensare che per prendere posizione si debba necessariamente urlare. Casadilego, invece, ha scelto di sussurrare, trasformando il silenzio in una cassa di risonanza per la propria libertà artistica. Dopo la vittoria a X Factor, il suo “no” alla velocità si è evoluto in un “sì” alla profondità, culminando in un disco, “Silenzio (tutto di me)”, che tiene insieme la sua passione per il folk e un suono che sa essere contemporaneo pur mantenendo la sua componente analogica.
È la stessa “diserzione attiva” che promuove EMERGENCY insieme a CHEAP: “DISERTIAMO” è un invito a sfilarsi dalla divisa del conformismo bellico per indossare quella, consapevole e artigianale, di chi la guerra non vuole né nutrirla, né immaginarla più.
Casadilego nella cover indossa la maglia “DISERTIAMO” nata dalla collaborazione tra EMERGENCY e il progetto di arte pubblica CHEAP, che è un manifesto di resistenza. Stampata nel laboratorio serigrafico del carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, la maglia è disponibile online e i proventi delle vendite sono destinati a una missione urgente: sostenere le attività di assistenza sanitaria di EMERGENCY a Gaza. Un ponte che unisce la ricerca di un “tempo artigianale” alla solidarietà concreta, ricordandoci che abbassare il rumore è l’unico modo per tornare a sentire l’altro.
Per capire cosa resta davvero quando si spegne il rumore di fondo della società della performance, abbiamo incontrato l’artista e fatto due chiacchiere sulla genesi di questo progetto e sulla necessità di restare umani.
Dopo la vittoria a X Factor Italia, il mondo ti chiedeva di correre. Tu invece hai scelto di fermarti. Quanto è stato rivoluzionario dire “adesso no”?
“Rivoluzionario intimamente, tanto che forse non ci vedo alcuna rivoluzione, piuttosto una resistenza necessaria per la mia salute. Poi mi piace pensare che la mia salute equivalga a quella della mia musica.”
“Silenzio (tutto di me)” ribalta l’idea di vuoto: il silenzio come totalità. Quando hai capito che non era un’assenza, ma uno spazio “fertile”?
“Quando, come succede inevitabilmente con le creazioni, la canzone che ha dato spunto a questo concetto è cresciuta con me: non si trattava più del silenzio glaciale di qualcun altro che mi zittiva e si portava via la mia voce, ma di quel posto che ora non è più occupato, quindi si fa spazio e diventa una nuova occasione, un nuovo punto di partenza.”
Viviamo nella società della performance. Il tuo tempo lento è diventato una forma di resistenza?
“Mi sento di essere indietro da quando avevo quattordici anni e studiavo pianoforte classico. Nel music business ho conosciuto altre febbri e il tempo andava rincorso per ottenere qualcosa di cui nemmeno m’importava. È stata proprio la caccia a una preda che non desideravo a risvegliarmi da questo sonno irrequieto e mi ha fatto capire che, come dicono i SÌ! BOOM! VOILÀ!, l’importante non è arrivare prima, ma arrivare.”

Hai parlato di “musica artigianale” come di un lusso. Che differenza c’è tra costruire una canzone “a mano” e programmarla al computer?
“Tutta la differenza! Quella che intercorre tra un abbraccio e un messaggio su WhatsApp. C’è anche il privilegio di non dover saper fare più o meno tutto, ma solo ciò che ami molto bene, per poi unirsi e creare un piccolo sogno fatto di cose fatte molto bene e con amore.”
Alcuni brani sono stati registrati su nastro. Cosa cambia quando sai che ogni take conta davvero?
“In viaggio porto spesso una macchina fotografica analogica che mi concede solo ventisette scatti: non ho mai fotografato niente che non fossi sicura volessi custodire per sempre. Quelle fotografie sono le uniche che ricordo e riguardo. Penso che per il nastro sia un po’ la stessa cosa, fisicamente e metaforicamente parlando.”
L’elettronica nel disco è suonata e non programmata. È un modo per restituire centralità al “respiro umano”?
“Sicuramente, ma anche di godere della presenza di musicisti che capita d’incrociare davvero raramente. Dal dottore dei synth Donato Di Trapani agli incantatori di pedali Dani Castelar e Samuele Barracco; ormai la musica è ibrida e anche Carmelo Drago al basso e Davide Savarese alla batteria hanno naturalmente incorporato una parte elettronica quando ne sentivano il bisogno.”
Nei tuoi brani si sente il verde, l’aria, le montagne. C’è l’Abruzzo?
“L’Abruzzo è casa mia e stargli lontana ha fatto crescere in me il seme della provenienza. Involontariamente sì, ci sono i colori e i profumi di un posto che nei momenti più bui hanno riacceso in me una piccola luce.”
Qual è stata la distorsione più forte che hai attraversato in questi anni di passaggio all’età adulta?
“Smettere di studiare, pratica sacra che — come i tutori inseriti nel terreno per le piante — ha dato una forma alle mie giornate, alla mia personalità, ai miei sogni. Quando mi sono trasferita a Milano non avevo più con me il mio maestro. Perdere il faro è stato doloroso ma forse l’unico modo per scoprire la parte di me che vive ora. Spesso mi manca la sicurezza del sentiero, ma forse sono fatta per la radura aperta.”
Se la Elisa di 16 anni ascoltasse oggi questo disco, cosa riconoscerebbe di sé?
“Credo che questo disco sia un omaggio a quella ragazzina impavida e avventurosa. Riconoscerebbe la perseveranza e la luce, ma anche i mostri. Probabilmente sarebbe solo incredula di leggere i nomi delle persone con cui ha suonato e cantato (e forse darebbe una festa).”

Sul palco di “Lazarus” eri accanto a Manuel Agnelli. Quanto il teatro ha influenzato il tuo modo di interpretare la musica?
“Molto. Un altro ritorno alle origini, l’ennesimo richiamo all’infanzia, che ha smantellato tutte le sovrastrutture che mi ero cucita addosso per sopravvivenza. Niente più paura di risultare cringe se scandisco le parole, niente più certezze di essere infallibile e, insieme a tanti nuovi dubbi, anche tante nuove certezze.”
Nel disco parli della potenza dei rapporti platonici. Ti sembrano sentimenti oggi sottovalutati?
“Non so se siano sottovalutati, so solo che nella mia vita la forma d’amore più costante e assolutamente incondizionata l’ho provata per i miei fratelli (animici). Con loro non mi sento un puzzle che potrebbe crollare da un momento all’altro, ma semplicemente io. È un sentimento grande che non potevo che raccontare nella mia musica.”
In un mondo un po’ storto, cosa ti salva davvero?
“I miei amici, la mia famiglia, l’amore, la musica, le mie montagne. Tutte quelle piccole cose che mi ricordano che esisto in quanto creatura dell’universo. Ricordarcene tutti credo sia importante per accendere l’empatia, per non voltare lo sguardo a chi esattamente come noi esiste, ma la loro esistenza viene brutalizzata, violentata, annientata.”
Che forma prenderà il silenzio dal vivo nelle date di Roma e Milano?
“Spero di riuscire a creare un mondo in cui entrare tutti insieme, un piede dopo l’altro, anche se solo per un’ora.”
Non scrivi canzoni strettamente politiche, eppure la tua scelta di campo è netta. Come vivi questa responsabilità?
“Non scrivo canzoni che affrontano temi sociali, anche se ammiro molto chi lo fa. Questo però non significa che io non abbia delle idee. Sono molto determinata nell’usare la mia esposizione per dare spazio a temi importanti. Sono vegana, sono preoccupata per la sostenibilità ambientale e la scelta fra chi promuove la guerra e chi opera per la pace per me è molto semplice: motivo per cui ho voluto per questa cover indossare una maglia che aiuta a sostenere le attività di EMERGENCY.”










