L’adolescenza a quarant’anni: il rito di Mecna all’Atlantico

da | Gen 28, 2026 | #Cromosomiintour

Il neon dell’Atlantico si riflette su una pozzanghera di pioggia e birra calda, mentre la fila scivola dentro l’hangar dell’Eur.

In questo 2026 che ha l’odore stantio e irresistibile di un revival del 2016, ieri sera a Roma è andato in scena il rito di chi ha imparato a invecchiare senza mai smettere di sentirsi fuori posto. Mecna sale sul palco con l’aria di un ragazzino al suo primo festival a Madrid, ma la verità è che Corrado Grilli è il veterano che ha disegnato l’estetica dei pesi massimi del rap italiano prima di decidere di dare una forma alle proprie ombre. Con dieci album sulle spalle, la sua è una carriera che smentisce l’anagrafe: sembra un esordiente timido, ma maneggia il palco dell’Atlantico con un’apertura alare sofisticata, da solo, senza ospiti a fare da scudo.

Il Terapia Club Tour è una seduta per una generazione che ha sostituito i sogni di gloria con la gestione quotidiana delle paranoie.

All’Atlantico di Roma è stato come avere diciotto anni. Questa volta, però, le occhiaie non sono il regalo di una serata finita troppo tardi, ma il sintomo una vita che non smette di correre.

La scaletta pesca a piene mani da Discordia, Armonia e Altri Stati d’Animo, muovendosi tra l’autotune di Quello che non ho e le derive elettroniche che sanno di club sotterraneo a Berlino. Quando Pierfrancesco Pasini siede al pianoforte per Passione, Roma aveva già cantato ogni singola rima, dimostrando che il legame con questo artista è un love game che non prevede spettatori passivi. Ci si ritrova a ballare con Punto Debole e Ho Guardato Un’Altra, per poi schiantarsi contro la malinconia di Pizza a Domicilio o la rilettura totalizzante de La Più Bella.

È passato poco più di un decennio dall’inizio della carriera di Mecna e siamo ancora qui a chiederci se l’adolescenza possa durare fino a quarant’anni.

Siamo la generazione degli scheletri nell’armadio, del sushi e delle linguette delle lattine, gente che ai matrimoni preferisce le domande aperte e che nel suono del cash vede solo un rumore di fondo. La musica, alla fine dei conti, gira che ti rigira, ti salva sempre perché riesce a dare un nome a quel peso dell’anima che non sappiamo come spiegare.

Il finale è un affondo nel passato che fa male e bene insieme: 31/08, 31/09 e 🙂 chiudono un cerchio iniziato dieci anni fa, lasciandoci nel parcheggio dell’Eur con la sensazione che sognare in grande sia l’unica forma di resistenza rimasta. Il tour di Vivo Concerti ora punta verso Padova, Bologna e Londra, portando con sé questo senso di sospensione che è l’unica casa che ci siamo davvero costruiti.

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