Ogni artista arriva al punto in cui il tempo non accompagna più: interviene, incide, cambia forma.. Tèmpora, il nuovo album di En?gma, nasce esattamente in questa zona grigia: in quel punto di confine in cui passato e presente finalmente dialogano e cercano un modo per chiudersi vicendevolmente i cerchi rimasti aperti.
Tèmpora è figlio di una lunga gestazione: tutto quello che non è entrato in “Kloaka”, tutto ciò che è rimasto addosso negli anni è confluito qui. Non come scorie, ma come residuo prezioso.
Abbiamo incontrato En?gma per un’intervista che più che un’intervista è diventato un viaggio dentro la sua storia.
“Tèmpora è impregnato di sentimentalismo, di amore, di romanticismo e di tutto quello che ruota attorno all’amore. Secondo il mio punto di vista, quando si parla d’amore si parla di un rapporto interpersonale qualsiasi come può essere una grandissima amicizia.
Le mie relazioni sentimentali – quelle più profonde o quelle anche più fugaci – vanno sempre a scandire i periodi della mia vita. Riesco a ricordare il passato attraverso le relazioni sentimentali e, ad esempio,
i dischi. È lì che poi va ad incastrarsi il discorso di Tèmpora: è un richiamo a relazioni che ho passato – lontane, vicine, fugaci. Racconto di periodi in cui magari sono stato un po’ più superficiale e di periodi in cui invece sono stato immerso nelle profondità di relazioni più o meno tossiche, c’è un po’ tutto questo. Sono andato a sviscerare parecchio questa parte qua.
Ho sempre fatto dei pezzi “love”, chiamiamoli così, ma un disco così non l’avevo mai fatto.
Dal 2021 in poi, ho cominciato ad accumulare brani. Poi però ho deciso che sarebbe stato figo mettere i brani prodotti da Salmo in un contenitore unico e quindi creare quel tipo di suono – così è poi uscito “Kloaka”, che ha già del sentimento al suo interno ma ci sono anche pezzi dal sapore hip hop che hanno contraddistinto da sempre la mia discografia. Quello che è rimasto fuori da “Kloaka” è andato a comporre un po’ involontariamente (e poi dopo volontariamente) quello che è Tèmpora – che fa chiudere un cerchio”.
In Tèmpora quindi, sono andate a raggrupparsi le scorie del tuo percorso. Ciò che resta viene visto tendenzialmente da molti con occhio critico perché lo considerano un prodotto di scarto, ma in realtà quello che resta conserva una sincerità che è molto più preziosa. Questa consapevolezza, com’è andata poi a braccio con quella che è la direzione musicale?
“Diciamo che non ho lasciato troppo al caso. La maggior parte dei brani hanno un’anima ben contraddistinta al livello sonoro. Conservo quel sapore suonato, caldo, quasi jazz/blues in certe scelte, che è una cosa caratteristica di quello che resta e mi piace. Destinicamente, come dicevo, sono rimaste delle tracce che sono andate poi a comporre qualcosa e da un punto di vista del suono ci siamo ritrovati poi a riascoltare tutte quelle produzioni fatte dalle stesse teste. In più si sono andati ad unire pezzi più rap classico rispetto ad altri ma che erano una sfumatura che all’interno dell’album ci voleva e non stonava per niente. “Poseidone”, ad esempio, è una traccia che conserva un En?gma conscious vecchio stile e quella nota di colore lì io la volevo perché la ricerco sempre, perché è dentro di me da sempre. Quel modo di scrivere un po’ criptico mi appartiene – ci sono certe cose che probabilmente devi ascoltare un bel po’ di volte per capire bene tutto il viaggio, però io queste cose lì le voglio sempre mettere, perché fanno parte della mia cifra stilistica e si sposano con tutto il resto dal sapore un po’ nuovo”.
Un tema ricorrente è proprio questa profondità e continua analisi della persona. Hai sempre fatto una grandissima ricerca – un grandissimo studio nel cercare di essere quanto più razionale possibile nei tuoi sentimenti ma sempre in maniera onirica. Prima hai detto che determinate cose hanno scandito la tua vita – al contrario, in che modo sei stato scandito tu dalla tua musica e come ti sei evoluto all’interno di te stesso artisticamente?
“La mia vita è scandita dalle relazioni e dai dischi, tendenzialmente.
Quindi per ogni disco poi, metaforicamente, parti dal titolo e ci costruisci un universo che rappresenta quella che è la tua vita in quel momento lì.
“Coma” nasce in un momento in cui ero in una specie di coma da cui avevo bisogno di svegliarmi per cercare la mia strada. Era un po’ quel limbo in cui ‘che faccio? continuo l’università? ci sono, non ci sono?‘. Avevo bisogno di risvegliarmi e capire dove dovevo andare. Era inoltre il mio primo street album, mi stavo affacciando alla musica e non sapevo come sarebbe andata, come non sarebbe andata – ma mi è servito per destarmi. Testarmi e destarmi.
“Rebus” rappresenta un primo passo serio perché era il primo progetto ufficiale Machete.
È stato un po’ come affacciarmi e mostrarmi, mostrare quello che sapevo fare, tramite un rebus di canzoni molto diverse tra loro. Mostravo quello che sapevo fare ed andavo a comporre quello che era En?gma in purezza. Mi presentavo al pubblico con queste canzoni diverse tutte insieme che componevano appunto il mio rebus, con il quale mi presentavo al pubblico, che doveva decifrarmi.
Poi è arrivato “Foga” – dovevo tirare fuori un disco che mi rappresentasse e l’ho scritto in maniera istintiva. Stavo scrivendo tante altre cose in quel periodo e forse sono stato troppo istintivo, troppo poco preciso, troppo poco minuzioso – ma “Foga” era anche e soprattutto questo, era proprio sfogarsi in tutti i modi.
C’è stato poi “Indaco”, il primo progetto indipendente. La rinascita: il bambino Indaco che riprende coscienza di quello che è, un segno di rimessa al mondo. Da lì è rinato tutto il mio percorso da solista, che è stato difficile per tanti aspetti, però è stato anche quello più figo. Con “Shardana” c’è stata un’evoluzione figa, perché lì il bambino si è fatto uomo, è diventato un guerriero, combattendo quelle battaglie che da indipendente devi combattere. “Shardana” è tutte le scorie che può portare un guerriero, sia nel cuore che negli abiti, un guerriero che è tornato nella propria terra con tutti gli annessi positivi e negativi. Poi è arrivato “Buriana”, un disco totalmente prodotto da me e Kaizen ed è stato un viaggio di purificazione; la pioggia come purificazione da un determinato momento, vissuta attraverso tutto quello che volevamo fare.
Un disco molto maturo per quel momento lì che è andato proprio effettivamente a staccarsi da “Shardana”. Poi è arrivato “Totem”, a stagliarsi appunto come un totem nel periodo post-covid. Avevo bisogno proprio di costruire qualcosa di riconoscibile in un momento molto caotico e di incertezza. Comunque bene o male, il percorso è stato questo, per arrivare adesso appunto a Tèmpora. Adesso mi guardo indietro ed ho fatto tutto questo inconsapevole di quello che sarebbe venuto nel futuro ma ha tutto senso. Il tempo arriva proprio anche a suggellare questa cosa qua. Ad oggi riesco a fare questo excursus perché ho la maturità per farlo – probabilmente in nessun altro momento ci sarei riuscito”.

Tornando proprio alle origini: Machete. Quanto ha pesato effettivamente nella tua formazione artistica e personale, in primo luogo? In secondo luogo, considerando il grande impatto che ha avuto la Machete negli anni in cui ne facevi parte, come rivaluti quest’evento storicamente?
“Allora, sicuramente la Machete in quel momento ha fatto fare un click a tutta la scena in quanto ci si è posti con un atteggiamento di rottura per il discorso musicale della dubstep e dell’elettronica.
Questo ha un po’ fatto saltare sulla sedia determinate persone, ma ne ha avvicinato delle altre, quindi è riuscita ad avvicinare chi ha sentito il rap, ma ha capito che doveva metterlo in un contesto diverso. Anche tutto anche l’immaginario videografico è andato a rompere gli schemi di quello che era stato prima l’hip hop italiano.
Successivamente abbiamo anche fatto molto più rap, per far capire che comunque era quello che volevamo fare e che lo sapevamo fare. Quindi è stato un po’ un ariete questo porci al grande pubblico come quelli che facevano il rap sull’elettronica. Era qualcosa che piaceva a tutti noi: la drum’n’bass, la dubstep, un certo tipo di immaginario.
Io sono un figlio unico: ho iniziato a fare tutte le cose da solo e quando tu sei in un gruppo, riesci ad avere tanto. Partendo banalmente dal conoscere gruppi che non ascoltavi e guardare film che non hai visto, continuando con il conoscere un videomaker o un pittore che non conoscevi. Machete personalmente mi ha dato tanto perché è lì che c’è l’interscambio. “King’s Supreme” nacque così: con l’intenzione di mettere insieme un po’ tutto il rap italiano che stava venendo fuori, da Gemitaiz a Rocco Hunt, coprendo anche un territorio vasto. Con la benedizione inoltre di un padre fondatore come Bassi Maestro. Insomma, tutti hanno portato le loro visioni, i loro ascolti, i loro immaginari – è stato estremamente stimolante essere in un gruppo del genere, ci siamo completati. Eravamo una famiglia, eravamo amici, è stato un periodo che ci ha dato tanto sotto quel punto di vista ed ha dato tanto alla scena. Tutti noi all’interno del gruppo eravamo pieni di contaminazioni – anch’io tuttora faccio dei dj-set afro house e non escludo in futuro di fare delle robe diverse. Di portare il mio essere liricista su altri tappeti sonori, perché è giusto fare così – è bello avere tante anime. La cosa bella della Machete è stata proprio questa: era un bacino di talenti e personalità e c’è stato uno scambio perenne. La Machete è una roba talmente storica che ricordo che i ragazzini sentivano un senso di appartenenza enorme, perché ti sentivi rappresentato da quel tipo di realtà”.
Tu sei un artista complesso e completo a 360 gradi. Negli ultimi anni la scena si è evoluta moltissimo ma tu fai parte di una scuola che ha dato alla musica un valore diverso. Secondo me, la scena è cambiata proprio nei linguaggi e pertanto ti chiedo: che posto senti di occupare tu ad oggi e soprattutto quale vorresti occupare in futuro?
“Allora, io non sono né vecchia né nuova scuola. Sicuramente sono più vicino a quella vecchia scuola ma faccio parte un po’ di quella middle school, se vogliamo. Ho sicuramente un posto di nicchia – una nicchia che va riscoperta adesso con questo mio ritorno ufficiale. Tante volte mi è capitato semplicemente che persone non mi conoscessero perché non ho avuto un certo tipo di spinta mediatica e quando poi hanno sentito la qualità delle cose, hanno tutti detto, ‘ma dove eri?‘.
Ed io sono sempre stato qua. Poi, chiaramente, sono sicuramente uno che va ancora scoperto, nonostante lo storico. Sicuramente non sono risolto e posso anche ritenermi un po’ incompiuto, quindi questa compiutezza magari la troverò da qua in poi. È sicuramente il mio obiettivo. Aggiungo che poi sento sinceramente che qualcosa, da un punto di vista dell’attenzione proprio per il rap, sta un po’ cambiando. Quindi ecco io ho voglia di fare delle cose un po’ diverse rispetto al rap classico. Poi quei progetti li farò sempre, però vorrei provare a fare qualcosa di diverso. Ho fatto “Kloaka” e Tèmpora nello stesso anno e c’è tanto di me, c’è tanto di quel me-rap, però per il futuro non lo so. Vorrei provare a fare qualcosa totalmente di rottura. Un po’ ce l’ho questa roba in testa, anche perché poi c’è un certo tipo di saturazione su determinate cose ed io non mi riconosco più in determinate cose. Questo sono io – vediamo. Poi magari non va, però nel frattempo, vediamo”.
Tra noi e l’essere risolti ci stanno in mezzo tutte quelle cose che sono i percorsi, i cerchi che si chiudono, gli strumenti che si acquisiscono e Tèmpora, è un passo all’interno di un percorso chiamato En?gma, meravigliosamente vissuto e descritto da Marcello.










