Ieri mattina Milano ci ha ricordato che a volte la musica non ha bisogno di un palco: basta un divano ben illuminato, qualche lampada di design e un cantautore che arriva con la sua fragilità in tasca. Noi di Cromosomi eravamo lì, in mezzo alle sedie di un negozio di arredamento che sembrava uscito da una serie di architettura nordica, ad ascoltare Tommaso Paradiso raccontare Casa Paradiso, il nuovo album in arrivo il 28 novembre. Più che una conferenza stampa, un incontro a metà tra una seduta di psicoterapia improvvisata e un viaggio mentale in monopattino attraverso Roma.
Tommaso ha parlato come chi non ha più voglia di fingere di essere invulnerabile. Quattro anni di scrittura per dieci canzoni che non sono “il ritorno”, ma una specie di resa dei conti con tutto quello che nel frattempo lo ha attraversato: la pandemia, il dolore che ti si incolla addosso e non ti avvisa quando decide di andarsene, la paternità che arriva come una sveglia emotiva, e quella strana gioia nuova che ti sorprende quando pensavi di non riconoscerla più. È un disco nato in mezzo ai casini, ma capace di scegliersi la luce.
Il punto focale, manco a dirlo, è la casa. Per Tommaso Paradiso non è solo un tetto, ma un’ossessione morettiana: la guarda, la cerca, la studia, la desidera. Passa le pause scorrendo annunci immobiliari come fossero oracoli. Racconta che si perde spesso nelle strade dove vive Claudio Baglioni, che gli ha pure chiesto se fosse disposto a vendergli quell’appartamento “troppo bello per essere vero”. Intanto lui una casa non ce l’ha, l’ha venduta e sta ancora cercando la prossima. Carolina, compagna, mamma, colonna portante, e la piccola Anna lo seguono in questa fase da campeggio esistenziale. Ci ride sopra, ma si capisce che è uno di quei momenti in cui il desiderio e la vita reale non coincidono proprio alla perfezione.
Intorno a questo nodo si costruiscono molte delle canzoni del nuovo album. Tornare a casa guarda alle origini, Comunque splendido accende i riflettori sui rituali notturni, Spettacolo chiude il cerchio dedicando un ultimo sguardo a Roma, mentre Ma come fanno i rapper nasce da un’amicizia lunga trent’anni con Setak e da una cena in trattoria. Zero strategia, zero streaming calcolati: solo la spontaneità di chi non ha voglia di trasformare ogni incontro in un pitch.
Dalla fragilità alla gioia tra strade, rotaie e fantasie immobiliari
Colpisce quanto Tommaso parli di “conoscenza”, una parola che oggi sembra fuori moda. Aristotele, Kant, la filosofia del liceo: tutto riemerge mentre lui spiega che la felicità forse è proprio lì, nel capire come funzioniamo e nel concederci la possibilità di cambiare. Non è un discorso pomposo, è quasi un pensiero ad alta voce. La sua idea di leggerezza non è un’evasione, ma un modo per non sprofondare. Per lui la musica serve così: ti allontana dal rumore, almeno per un attimo, mentre fuori il mondo continua a bruciare.
E poi c’è la questione del monopattino. Un simbolo buffo ma perfetto: mentre gira per Roma, evita rotaie del tram e incroci infernali, afferma di scrivere meglio. Gli serve movimento, vento in faccia, la sensazione di essere in transito. È lì che le melodie si accendono. Un gesto piccolo, quasi infantile, che però apre spazi di libertà. Una metafora più efficace di molte dichiarazioni d’intenti.
Si parla anche di industria, inevitabilmente. Tommaso Paradiso ha cambiato label e agenzia live come si chiudono e aprono storie che non funzionano più: senza drammi, ma con la lucidità di chi sente che non c’è più sintonia. A 42 anni, dice di sentirsi “stabilizzato”, anche se la stabilità, per ora, non ha un indirizzo. Il tour nei palazzetti partirà ad aprile, con la band di sempre e una scaletta sempre più affollata. Ride quando gli chiedono se andrà a Sanremo: “Per statistica, prima o poi ci tocca”. Non esclude niente, e si vede che per la prima volta non gli pesa. Si aspetta domenica.
Il momento più denso arriva quando qualcuno gli chiede della violenza sulle donne, proprio ieri, il 25 novembre. Tommaso Paradiso risponde senza slogan: parla di educazione sentimentale, del rispetto che si impara da piccoli, delle punizioni della madre e della fatica di crescere in un mondo che applaude lo scontro invece del dialogo. Nessun tono da predica, solo un richiamo semplice: serve più cura, più ascolto, più adulti che facciano gli adulti.
Alla fine, Casa Paradiso sembra questo: non un luogo da raggiungere, ma un’idea da abitare. Un posto dove stare bene anche quando fuori il tempo non è proprio clemente. Una sorta di bussola emotiva, una direzione da tenere in mente mentre la vita continua a cambiare forma.
È un disco che non semplifica la complessità, ma la attraversa. E lo fa con l’onestà di chi non ha paura di dire che, a volte, la felicità è un lavoro artigianale.










