Ernia: Per soldi, per amore… ma soprattutto per coerenza

da | Set 19, 2025 | Recensioni album

Nella scena rap, la produttività è, ormai, religione: più drop, più streaming, più numeri. Ernia ha scelto l’eresia. Ha buttato al macero un disco già finito e si è preso il lusso più raro di tutti: il tempo. Da quell’atto blasfemo è nato "Per Soldi e Per Amore".

Questa recensione arriva fra cuffie che odorano di città e una tazza di caffè mezza fredda: l’ascolto dell’album è arrivato in sequenza, poi a pezzi, poi al buio. Quello che resta è una sensazione precisa: un progetto pensato, cesellato e spesso scomodo. Ernia è uno di quelli a cui non piace “far la mossa del momento”; lui reclama spazio per la parola e stringe i denti quando serve. E’ qui che si colloca la differenza tra un’uscita calcolata e un lavoro che chiede qualcosa all’ascoltatore.

L’album si apre con Mi Ricordo: tempi di guerra travestiti da ricordi d’infanzia. Un bisturi nella memoria di Matteo che trova panchine gelide, scarpe lucidate fino all’osso (perché sempre le stesse), cerchi improvvisati in cui si rappava “solo per appartenersi”. Si tratta di veri e propri anatemi contro la plastica del presente. Il ritornello — “io mi ricordo” — è la frusta con cui Ernia sferza un ambiente che ha barattato il rispetto con le collane e le strette di mano sudaticce.

Fellini, invece, rappresenta la satira che si fa ghigliottina. Insieme a Kid Yugi, Ernia demolisce il mito del lusso ostentato: “non può salvarti un bracciale Cartier” : una sentenza che brucia più di mille dissing. La corona, ci ricorda, non è che un cappello bucato da cui filtra la pioggia. “Non farti i film, non sei Fellini” — la risata amara di chi ha già visto il sipario calare.

Grato è il pezzo che smonta l’ossessione del confronto: l’artista parte dall’invidia adolescenziale, dal sentirsi nudo davanti ai vestiti degli altri, e arriva a un verdetto netto: la ricchezza non è nello scrolling, ma nella vita reale, nei Natali affollati prima che mancasse qualcuno, nei genitori che invecchiano, negli amici che restano. Qui la gratitudine è un’arma contro la tossicità del paragone e la frustrazione di chi misura il proprio valore in display e followers.

I featuring sono inseriti con criterio narrativo. Figlio di riaccende il legame con la radice milanese. Da Denuncia con Marracash ha una tensione contenuta, quasi processuale; la scansione delle rime dà l’impressione di annotare fatti più che di esibirsi. Perché con Madame scardina ogni comoda risposta: l’elenco di questioni sociali si pone come un inventario di fratture, senza la retorica del buonista.

E adesso, la produzione. Charlie Charles sceglie l’economia degli spazi. I beat lavorano per sottrazione: danno respirazione alle linee vocali, offrono micro-dinamiche e non si impongono. Il piano ricorre con funzione tematica, il sax finale in Grato aggiunge un’ombra di elegia che chiude il cerchio emotivo del disco. Si avvertono richiami a un’orizzonte internazionale, ma la cifra rimane domestica, riconoscibile: non travestimento, bensì rielaborazione.

Dal punto di vista formale la tracklist mantiene una costruzione coerente: alternanza di momenti incisivi e pause di riflessione, tensione e rilascio calibrati. Questo permette al disco di reggere l’ascolto lineare senza cadute di credibilità; ogni pezzo ha una funzione nel racconto complessivo. Sul piano del lessico e della metrica, ci sono soluzioni interessanti: enjambement che coincidono con cesure emotive, rime interne che lavorano come punte di precisione.

Dovendo, forse, indicare un limite, diremmo che qualche passaggio avrebbe guadagnato da un taglio ulteriore: in certi momenti la densità tematica sovrasta la melodicità, rendendo alcune tracce meno immediate. Ma questa osservazione scivola nel conto finale come un dettaglio di poco conto: qui la priorità è l’integrità del discorso artistico, non la sua facilità.

Per Soldi e Per Amore pretende attenzione. È una proposta che vuole essere capita, sviscerata, ascoltata più di una volta.

Per chi ha trent’anni e ha consumato playlist e illusioni, il disco offre uno specchio nitido — indica dove stiamo cedendo e, se vogliamo, suggerisce come recuperare misura e parola. In tempi di consumo rapido, questa è già una scelta politica.

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