Con DON’T TAP THE GLASS, Tyler, The Creator sembra aver trovato la sua valvola di sfogo più genuina: “Volevo solo tornare a divertirmi, senza intro, senza outro, senza pezzi complicati”, racconta ad Apple Music. Dopo la densità personale di CHROMAKOPIA — album in cui ha scavato tra rapporti familiari e pensieri sul diventare padre — ora il rapper californiano sceglie la leggerezza, fatta di beat diretti e testi nonsense che sembrano usciti da un gruppo di amici in studio più che da un laboratorio di sperimentazione.
Brani come Rah Tah Tah, Noid e Sticky mettono in mostra un Tyler più giocoso, libero di sfoggiare l’accento di Los Angeles e di inserire punchline assurde prese da video virali. È un ritorno alle radici: l’energia scomposta delle sue prime creazioni, mescolata alla maturità di chi ha già affrontato i temi pesanti della vita.
Ma non si tratta solo di divertimento. La riflessione sul confine tra ispirazione e plagio è uno dei punti più interessanti dell’intervista. Tyler rifiuta la visione riduttiva della “musica dance” come un genere chiuso: per lui Don’t Tap That Glass è un viaggio tra New Orleans Bounce, Atlanta bass, Miami bass e UK jungle. Non imitazione, ma reinterpretazione filtrata dalla sua esperienza culturale.
A sorpresa, c’è spazio anche per i Clipse. L’album del duo ha acceso in Tyler una riflessione quasi spirituale: “Questa è roba gospel, non perché parli di chiesa, ma perché predica convinzioni”. Una visione che allarga i confini di cosa significhi davvero credere in qualcosa attraverso la musica.
E tra collaborazioni sudate (come quella con Pusha T) e battute sul diventare “lo zio ricco e figo”, Tyler dimostra che la sua forza è restare imprevedibile, sempre in bilico tra profondità e leggerezza, tra gospel e meme.










