Il vento caldo che accarezza le pietre antiche delle Cave del Duca, a Lecce, non è solo brezza d’agosto: è un battito d’attesa, un’onda che cresce con il calare della luce. Alle 21:30, tra visual colorati e fumo, Tananai sale sul palco in total black e cappellino al contrario. Apre con Booster, accende la platea e dà subito la direzione: sarà una serata sincera, stortamente romantica, feroce e fragile allo stesso tempo. In una parola: sua.
Segue “Quelli come noi” e già qui il tono cambia. Quando è Tananai a scrivere versi come “sarebbe un sogno vivere in campagna con la mia tipa oppure con mia mamma”, sai già che quel sogno è una fantasia storta, una visione tenera e surreale al tempo stesso. In bilico tra ironia e malinconia, tra desideri assurdi e confessioni sbilenche, questa canzone è l’ennesima dimostrazione di quanto Tananairiesca a raccontare l’amore e il casino che si porta dietro con una leggerezza solo apparente.
Lui non ha bisogno di grandi proclami: gli bastano una cena ordinata a caso, una notte passata insieme “scema”, un jet privato buttato lì tra una battuta e un crollo emotivo. “Ti chiedo scusa, ma non chiedo scusa” è la sintesi perfetta del suo modo di scrivere: sincero, contraddittorio, umano. E poi arriva quella rivelazione che spacca in due: “stare con te è fare l’amore in un vicolo”. Lì c’è tutto: l’intensità, la precarietà, il desiderio di restare pur sapendo che si finirà col farsi male. Tananai canta di amori sbagliati con un’ironia disarmante, ma non fa mai il furbo. Non cerca colpevoli, non si salva da solo. Si mette a nudo, come sempre, con il sorriso stanco di chi sa che quelli come lui, quelli come noi, lo sanno già come finiscono certe storie. Ma ci tornano lo stesso.
Il tormento trasformato in festa
Il live continua con “Nera salsa di soia”, poi con “Veleno”, dove Tananai gioca col paradosso del déjà vu emotivo, quello che ti fa pensare di conoscere qualcuno che in realtà non hai mai incontrato davvero o forse sì, ma solo in un sogno sfocato o in una vita passata. Il suo racconto è pieno di ripetizioni: “dov’è che ci siamo già visti” diventa una scusa, un gancio, un trucco da bar per mascherare l’attrazione, mentre l’altro finge, l’altra non ci casca, e in mezzo ci siamo noi, spettatori di una scena che sembra familiare ma sfugge tra le dita.
Tocca a “Vaniglia”, “Androne” e poi Ragni, che porta il pubblico in una dimensione più intima. Tananai mette a nudo una storia che ha il sapore dolceamaro delle illusioni giovani e delle paure che crescono troppo in fretta. Bastano due incontri per amarsi “già da trent’anni”, anche se in realtà se ne hanno appena venti e in quel paradosso c’è tutta la verità di un amore che corre più veloce della realtà, forse è love bombing.
Il dolore esce dai ricordi e si fa presente, concreto, urbano. C’è la rabbia repressa, la violenza trattenuta per amore, la voglia di proteggere l’altro diventata istinto di sopravvivenza.
Con “Guarda cosa hai fatto” e “Pasta” si alternano ironia e malinconia, fino a “Punk love storia”. Altro che “love story” alla vecchia maniera: qui si balla all’alba con un rum e cola in mano e una pistola nella borsa, si fa l’amore sotto i colpi, non solo del cuore, ma anche di una sparatoria. È la versione sgangherata e iperbolica di Bonnie & Clyde, raccontata con quel tono tragicomico che è ormai la cifra stilistica inconfondibile di Tananai. È amore o delirio? Ossessione o fascinazione pura? Forse tutte queste cose insieme.
Dalle tenerezze storte al caos emotivo
Arrivano “Gli anni migliori”, “Baby Goddamn” cantata all’unisono da tutta la platea, “Rave eclissi” ed “Esagerata”. Esegue “Sesso occasionale” e, subito dopo, arriva Tango, accolta da un boato e da centinaia di voci rotte.
Tananai smette del tutto i panni dell’ironico disilluso per vestirsi di dolore puro. Racconta una separazione reale, vissuta da altri ma sentita sulla pelle. È uno dei suoi pezzi più intensi, dove la guerra non è solo quella sullo sfondo della storia, ma quella che si consuma dentro chi resta. La sua voce si spezza, ma non per debolezza: è perché ci crede, perché mentre canta sembra rivivere ogni singola parola.
Finta uscita, il pubblico lo chiama a gran voce. Tananai torna sul palco con “Maleducazione”, “Radiohead” e poi chiude con “Abissale”. “Abissale” è una storia d’amore trasformata in un’autopsia di sentimenti. È una ferita silenziosa inflitta dalla dolcezza di qualcuno che forse non ha mai voluto fare male e proprio per questo ha fatto malissimo.
Tananai conquista le Cave del Duca
Tananai riesce a raccontare la fine di un amore come se fosse l’inizio di una poesia triste. E lo fa con parole che colpiscono dritte dove fa più male: nell’abisso tra ciò che eravamo e ciò che volevamo essere per qualcun altro.
Il live si chiude, ma le emozioni restano sospese nell’aria salentina, tra le rocce bianche e la luna piena. Tananai saluta e scompare nel buio, lasciandosi dietro una scia di verità scomode, ballate storte e dichiarazioni d’amore mai banali. Il pubblico applaude ancora, come se volesse dirgli grazie per aver avuto il coraggio di essere fragile, imperfetto, umano.
In una delle cornici più suggestive della Puglia, la quarta data dell’Oversound Music Festival non è stata solo un concerto: è stata una confessione collettiva, una terapia a cielo aperto, una serata in cui ridere, piangere e sentirsi meno soli. E se è vero che “quelli come noi lo sanno già come finiscono certe storie”, è anche vero che a Lecce, ieri sera, nessuno voleva che finisse davvero.
Foto di Giovanni Palmisano










