Pioggia, fulmini e un San Siro gremito: Ultimo ha scritto un’altra pagina della sua storia, senza strategie né clamore mediatico. Solo musica, cuore e un pubblico devoto. Lo guardavamo da lassù, dalla tribuna stampa, in una San Siro bagnata da pioggia e lampi, e ci è sembrato tutto così incredibilmente coerente. Quel palco a forma di chiave illuminato di giallo, le mani alzate del pubblico stretto nei k-way, i fumogeni arcobaleno ad aprire la serata su “Dove il mare finisce”. E poi lui, Ultimo, cappellino nero, occhiali da sole e la solita corazza emotiva fatta di canzoni. Il ragazzino insicuro che nel 2017 apriva i concerti di Fabrizio Moro oggi è cresciuto, ha 29 anni e uno dei più grandi eserciti musicali del Paese dalla sua parte.
Non è solo una questione di numeri, anche se quelli fanno tremare le vene ai polsi: decine di date negli stadi, milioni di dischi venduti, una community silenziosa e potentissima. Ultimo non ha bisogno della stampa, non fa promozione, non partecipa a salotti televisivi, non rilascia interviste. È un’anomalia nella macchina “perfetta” dell’industria discografica italiana. Un caso di studio, più che un semplice cantautore. Un fenomeno che continua a riempire stadi completamente, in modo reale, tangibile. Non quei sold out tirati per la giacchetta, ma una marea umana che lo segue ovunque. Anche sotto un temporale apocalittico come quello di ieri sera.
San Siro è pieno. Ma non “pieno” come lo si dice tanto per dire. Pieno davvero. In ogni settore, fino all’ultimo anello. Il cielo è nero, squarciato dai fulmini. La pioggia non dà tregua, ma il pubblico, come chiesto da Niccolò stesso in una storia Instagram, non apre nemmeno un ombrello. Restano lì, zuppi, sotto i poncho trasparenti, con i volti illuminati dai maxi schermi. In fondo, il patto con lui è questo: “non vi prometto niente, ma vi dò tutto me stesso”. E ieri sera è stato così.
Un pubblico che sa a memoria anche le sue fragilità
Colpisce, a ogni concerto, la composizione del pubblico di Ultimo. Bambini in merchandising completo, cappellini, felpe, t-shirt col logo giallo, accompagnati da genitori che conoscono ogni parola. Ragazzi e ragazze che cantano con le lacrime agli occhi, mentre lui urla verità semplici, ma potentissime. Ultimo parla a tutti: agli adolescenti, agli adulti disillusi, agli ex bambini che si sentono ancora inadeguati. È il cantautore delle insicurezze, delle fratture, delle promesse sussurrate. Ma anche della speranza, dell’orgoglio, dell’appartenenza.
La scaletta ha preso il volo, come un treno senza fermate emotive: “Colpa delle favole”, “Quei ragazzi”, “Quando saremo vecchi”, “Buongiorno vita”. E poi il set acustico, con “Amati sempre” in versione ridotta al violino e voce, struggente e intima nonostante la dimensione mastodontica.
Il “re” degli stadi che non ama i riflettori
C’è stato anche un momento di ironia, quando Ultimo ha parlato, ridendo, della sua ormai nota insofferenza verso la stampa: “All’altra data ho detto che i posti riservati ai giornalisti sono sempre vuoti… ma devo chiedere scusa: non è un triangolo, è un quadrato!”, commenta mentre ride con il pubblico e illumina la zona stampa. È chiaro, non ha mai avuto un buon rapporto con la narrazione ufficiale. Sanremo gli ha lasciato cicatrici mediatiche profonde, ma ha anche rafforzato il suo legame con chi lo ascolta.
Poi il flusso emozionale prosegue con “Sul finale”, “Rondini al guinzaglio” e “Giusy”, una delle sue penne più lucide e mature. In pochi versi, racconta la vita di una ragazza invisibile agli occhi del mondo. Il pubblico ascolta.
Il medley con la band scalda ulteriormente l’atmosfera: “Tutto diventa normale”, “Occhi lucidi”, “Paura mai”. Poi arriva “I tuoi particolari”. La gente canta all’unisono, urlando ogni sillaba come se fosse l’ultima volta.
Il cuore del concerto: verità e appartenenza
Ma il momento più intimo è legato a “Il bambino che contava le stelle”. Prima di eseguirla, Ultimo mostra un video girato con l’iPhone nella sua cameretta il 30 novembre 2019. Un frammento di vita in cui stava scrivendo proprio quella canzone, convinto che avrebbe segnato qualcosa. Quello che non sapeva è che, esattamente cinque anni dopo, in quello stesso giorno, sarebbe nato suo figlio, Enea. Il cerchio si chiude, tra musica e vita.
“Ti va di stare bene”, “Piccola stella” con lo stadio illuminato dalle lucine dei cellulari, “La stella più fragile dell’universo”, “Quel filo che ci unisce”, “Ti dedico il silenzio”… È un viaggio dentro la sua storia e quella delle persone che lo hanno accompagnato fin qui. Un’onda lunga di emozioni che non si ferma, nemmeno quando la pioggia costringe a modificare la scenografia.
A causa del maltempo, il celebre momento del pianoforte che si solleva da una pedana viene annullato. Ma Ultimo non delude: regala tre brani extra non previsti dalla scaletta ufficiale. “Il ballo delle incertezze”, “Vieni nel mio cuore” con le fiamme che illuminano il palco e “Altrove”. E poi, ancora, “22 settembre” e “Sogni appesi” il suo biglietto da visita.
Il gran finale arriva proprio con “Sogni appesi”, accompagnata dai fuochi d’artificio che esplodono fuori dallo stadio. È lì che il ragazzo che voleva “stare dalla parte degli ultimi per sentirsi primo” si prende tutta la scena. Senza filtri, senza finzione, senza bisogno di giustificarsi. “Da quando ero bambino, solo un obiettivo”, canta, e 60.000 persone rispondono con una voce sola.
Ultimo è il presente
Da mesi si vocifera online che Ultimo stia preparando il più grande evento della sua carriera. I fan parlano di un concerto epico al Parco degli Acquedotti a Roma, un ritorno alle origini e insieme un addio, forse. L’unica certezza è la data: 4 luglio 2026, già spoilerata con degli enigmatici in-ear neri, la data in giallo e il simbolo dell’infinito. Una chiusura simbolica di un cerchio aperto il 4 luglio 2019, giorno in cui tutto è esploso.
Ultimo può piacere o meno, le sue canzoni possono sembrare semplici, dirette, prevedibili o devastanti. Ma una cosa è certa: non c’è nessuno oggi in Italia che faccia quello che fa lui. Riempie gli stadi davvero. Fa piangere, cantare e credere. Senza promozione, senza esposizione, senza l’abbraccio degli addetti ai lavori. È un cantautore che si è preso tutto da solo. Ed è per questo che non puoi non guardarlo con un certo rispetto.
Forse non sarà mai l’artista più premiato, né il più citato nei salotti della cultura musicale. Ma quando si parla di Ultimo, non si parla di musica da playlist. Si parla di gente vera. Di un legame profondo, che pioggia e fulmini non possono scalfire. E da lassù, ieri sera, ci è sembrato di vederlo davvero, quel bambino che contava le stelle. Solo che adesso le ha tutte intorno. E brillano per lui.










