Altro che live: quello che Mengoni ha fatto il 2 luglio all’Olimpico è stato un crash test sentimentale mascherato da spettacolo, dove al posto dell’airbag c’era il cuore — il suo, il nostro, e pure quello del palco.
C’era tutto quello che non ti aspetti da un artista mainstream: macerie scenografiche, costumi da distopia interiore, monologhi fuori palco e una struttura narrativa che riprende la tragedia greca con una serietà disarmante.
Prologo, stasimi, esodo, catarsi. Ma anche momenti da TikTok da 200k views. Un equilibrio impossibile. Eppure, centrato.
Distopia fashion e lacrime di stile
Questo tour 2025 mostra un concept potente con l’impianto visivo di Dune e il coraggio narrativo di un romanzo d’amore andato male.
Tutto parte da rovine, sabbia. Look terrosi, oversize, destrutturati — firmati da brand come ACT N°1, Magliano, Alchetipo, Florania — con performer che sembrano archetipi in movimento. Persino i pantaloni portano inciso prologos. Non si gioca.
Poi, tutto si trasforma. E arriva il pizzo. Letterale.
Mengoni si presenta con un bustier nero firmato Giuseppe Di Morabito, e se ne esce con un ghigno perfetto:
“Questo è pizzo, eh!”
Roma esplode. Non è solo una battuta, piuttosto una dichiarazione estetico-politica.
Il corpo non si spiega. Si racconta. E in questo racconto, la moda è un linguaggio.
Ogni outfit (curato da Nick Cerioni) segue l’evoluzione del concerto. Niente è lì per bellezza. Tutto è funzione narrativa. E funziona.
“Mi prendo un minuto”. E il cuore di Roma risponde
Il momento chiave della serata?
Mengoni si ferma. Sospende tutto.
Mi prendo un minuto. Avevo paura di tornare a Roma dopo quest’anno. Grazie per avermi aspettato. Per aver dato tempo al mio povero cuore.”
Silenzio. Poi un’ovazione calda, umana, una standing ovation di applausi che più che acclamare, abbracciano.
Chi c’era ha capito. Chi no, può solo immaginare. Non serve dire il perché: la madre, Nadia Ferrari, scomparsa a settembre, è stata l’assenza più presente dell’intero show. E quella frase non ha chiesto pietà: ha chiesto complicità.
Subito dopo, parte L’essenziale, cantata a cappella mentre Mengoni fluttua su una passerella lunga 26 metri, sospeso come un simbolo sacro ma ferito. E Roma, sotto, lo tiene su. Con lo sguardo. Con la pelle d’oca.
Proposte di matrimonio, momenti random, verità pop
Comunque no, se te lo stai chiedendo, non è tutto pathos, archetipi e passerelle sospese. Mengoni ha l’intelligenza — emotiva prima ancora che artistica — di capire quando è il momento di abbassare la tensione e aprire le porte al disordine meraviglioso della realtà.
Ad esempio: adocchia una coppia nelle prime file, li studia per un attimo e poi guarda lui, con quel sorriso da regista laterale della vita vera:
“Ma gliela vuoi chiedere davvero, ‘sta cosa?”
E lui gliela chiede. Lei dice sì.
Dall’altra parte del palco, una fan con un cartellone brandito come una bandiera in mezzo al mare. Marco lo vede. Lo legge. Le sorride. E gliela canta. A cappella.
Niente arrangiamenti, niente filtri. Solo voce, carne e contatto.
Quello vero.
Un finale da Esseri Umani
Il concerto si chiude con Esseri umani. Ma Mengoni, a quel punto, ha già smesso da un pezzo di fare l’artista solista.
Chiama tutti sul palco — ballerini, fonici, tecnici, musicisti, anche quelli che di solito vedi solo in controluce — e canta come se l’ultima parola non potesse che essere plurale.
Non è buonismo. È necessità.
Dopo due ore passate a frugarsi dentro e mostrarne i resti a sessantamila sconosciuti, l’“io” è un pronome che comincia a stare stretto.
E allora Mengoni lo scardina con metodo: non chiude al centro del palco, ma ai margini; non cerca l’applauso, costruisce un’alleanza.
Il brano è una soglia. Un modo sottile — ma chirurgico — per dire che il dolore, da solo, ti devasta. Ma in compagnia, può diventare anche forma di salvezza. O almeno, di resistenza elegante.
Cosa resta?
Resta la sensazione che Mengoni abbia fatto pace con qualcosa di profondo. Che abbia deciso di portare il proprio dolore in scena, non per risolverlo, ma per trasformarlo. In musica. In luce. In forma.
E resta un’idea chiara: non c’è nulla di più rivoluzionario, oggi, che mostrare il proprio lato fragile. Ma farlo bene. Con intelligenza, bellezza e ironia.










