Sedici: intervista tra ansie e “zero ore di sonno”

da | Lug 1, 2025 | Interviste

“zero ore di sonno”, mille pensieri in testa e una voglia matta di prendersi il futuro: Sedici racconta il suo primo EP e lo fa con la sincerità di chi sogna ad occhi aperti.

C’è un’età in cui la notte non è fatta per dormire. Un’età in cui si scrivono più canzoni che messaggi, in cui le ansie crescono come germogli e l’unico vero modo per calmarle è metterle in musica. È qui che si muove Sedici, all’anagrafe Sofia Palozzi, classe 2005, cantautrice romana che con la sua voce fragile e decisa insieme racconta il disordine, le contraddizioni e i sogni lucidi di chi sta imparando a diventare grande.


Il 13 giugno è uscito il suo primo EP, zero ore di sonno, pubblicato da Honiro Label e Luppolo Dischi. Sei tracce che suonano come pagine strappate da un diario emotivo, un flusso continuo di immagini, riflessioni e domande non sempre con risposta. È un progetto che parla chiaro fin dal titolo: non c’è spazio per il riposo quando la vita pulsa così forte. Con un immaginario teen-pop e una scrittura che riflette in pieno lo sguardo della Gen Z, Sedici racconta l’urgenza del presente e l’aspettativa del domani.

Abbiamo chiacchierato con Sedici di musica, notti insonni, insicurezze, sogni, futuro e di cosa significa avere diciannove anni oggi, con tutta la forza e la fragilità che questo comporta.

Il tuo EP si intitola “zero ore di sonno”: cosa succede nella tua testa in quelle notti senza riposo? Sono più piene di ansia o di creatività?

“Direi che sono piene di entrambe. L’ansia accende la mente, la creatività la tiene sveglia. A volte non capisco se scrivo perché sto bene o per evitare di crollare. Quelle notti sono fatte di pensieri che non smettono di rincorrersi e canzoni che, il giorno dopo, riescono a salvarmi”.

Nelle tue canzoni si percepisce un continuo oscillare tra il bisogno di andare oltre e il peso della quotidianità. Come gestisci questa tensione nella tua scrittura?

“In realtà non la gestisco, la uso. È una tensione che sento ogni giorno: da un lato la voglia di spaccare tutto, dall’altro quelle piccole cose che ti trattengono. Le canzoni per me sono uno sfogo, un modo per farci convivere entrambe.”

Usi una penna dichiaratamente Gen Z, ma senza filtri o artifici. Quanto conta per te essere autentica anche quando racconti emozioni scomode?

“Conta tantissimo. Se scrivo, voglio riconoscermi in quello che dico, anche quando fa male. Anzi, soprattutto quando fa male. Cerco sempre di raccontare quella parte più nascosta, quella che non si mostra sui social ma che tutti, prima o poi, viviamo.”

Hai solo diciannove anni ma già racconti con lucidità il caos del diventare grandi. Che tipo di adolescente sei stata? E come ti senti adesso?

“Un’adolescente incasinata, piena di domande e con poche risposte. Mi rifugiavo in camera, scrivevo e ascoltavo musica per sentirmi meno fuori posto. Ora non è che tutto sia più chiaro, ma almeno ho capito che anche il caos può avere un senso, se lo trasformi in qualcosa.”

Il tuo percorso nasce da un atto di coraggio: uscire dalla stanza, rompere l’insicurezza e iniziare a pubblicare. Cosa ti ha dato quella spinta?

“La paura di non provarci. L’idea di restare ferma mentre gli altri inseguivano i loro sogni mi faceva più paura di qualsiasi insicurezza. A un certo punto ho sentito che dovevo provarci, che era il momento di urlare chi sono.”

Oggi bisogna “stare al passo”, come nel titolo di un tuo brano. Ma tu che passo hai scelto di seguire?

“Il mio. Magari non è veloce, magari inciampo, ma non voglio correre solo per stare dietro agli altri. Preferisco seguire il mio ritmo, anche se richiede più tempo, purché sia vero.”

Cosa vuol dire davvero “sognare ad occhi aperti”?

“È non arrendersi a quello che c’è, ma continuare a immaginare altro. Anche quando sei piena di paranoie, anche quando tutto sembra andare storto. Per me sognare ad occhi aperti è l’unico modo per andare avanti.”

In “eco // non esiste solo l’ansia”, parli anche di speranza, di resistenza emotiva. Quanto conta per te dare voce non solo ai disagi, ma anche agli antidoti? Com’è nato il brano? 

“Conta tanto. Non volevo che le mie canzoni fossero solo un elenco di ansie. Volevo che ci fosse anche la luce, quella che ti fa resistere. “Eco” è nata in un posto bellissimo, su una scogliera in Grecia, ma nella mia testa ero ancora nella mia stanza con l’ansia addosso. Scriverla è stato come uscire da quella sensazione, per ricordarmi, e ricordare , che non siamo solo quello che ci fa stare male.”

Hai scelto di chiudere l’EP con la title track “zero ore di sonno”. È come se tutto il disco portasse lì. Cosa rappresenta quel brano nel tuo percorso?

“È il punto più sincero del disco. Quello in cui smetto di cercare metafore e resto sola con la mia testa che non si spegne. È il riassunto del mio caos, della mia voglia di trasformarlo in qualcosa di buono. In musica.”

Scrivi che abbiamo il dovere di prenderci il mondo. Da dove nasce questa urgenza? E cosa immagini nel tuo “dopo”?

“Nasce dal fatto che spesso ci fanno sentire piccoli, quasi invisibili. Ma io credo che ognuno, anche con le proprie fragilità, abbia il diritto e il dovere di prendersi lo spazio che sogna. Nel mio “dopo” mi vedo ancora con le cuffie, i testi nel telefono e la voglia di dire qualcosa che possa restare.”

Dopo questo primo EP, qual è la cosa che più desideri: un palco, un incontro, una collaborazione, o semplicemente continuare a scrivere?

“Tutte queste cose mi emozionano, ma se devo scegliere… un palco. Scrivere mi ha salvato, ma cantare davanti alle persone mi fa sentire viva. E poi, uno dei miei sogni è collaborare con un artista che mi ha ispirata da sempre, tipo Nayt o Mostro. Sarebbe un cerchio che si chiude… o che si apre ancora di più.“

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