Intervista a Vins: “MAISON BOY” è il mondo, a due passi da casa

da | Giu 20, 2025 | Interviste, Recensioni album

Con MAISON BOY, Vins firma il suo progetto più autentico. Dal primo successo virale alla collaborazione con MACE, passando per il collettivo eXpresso, ci ha parlato di musica, casa e direzioni incerte a vent’anni.

Disponibile da venerdì 20 giugno, MAISON BOY è il nuovo EP di Vins. Classe 2001, pugliese, voce di una generazione in continuo movimento. Dopo l’exploit virale del 2023 con la sua hit “NON TI SEI MAI DIVERTITA COSÌ”, l’artista ha continuato sulla sua strada, mostrando di avere molto di più di quanto il primo successo potesse far immaginare.

MAISON BOY è un EP personale, in cui si intrecciano radici e voglia di esplorare, provincia e mondo, nostalgia e ambizione. Sette tracce in cui si mescolano sonorità moderne e un’ironia sottile. Anche grazie alle produzioni, il progetto assume un’identità coerente, ma senza mai rinunciare a una certa leggerezza d’animo che sembra contraddistinguere l’artista. C’è autenticità, frenesia, ma soprattutto c’è una forte visione alla base dell’EP.

Noi di Cromosomi abbiamo scambiato due chiacchiere con Vins, che ci ha raccontato cosa significa per lui sentirsi a casa e perché oggi MAISON BOY è un progetto in cui si rispecchia al cento per cento.

Con MAISON BOY, Vins trasforma le sue origini in orizzonti

MAISON BOY è un titolo evocativo: casa e identità sembrano essere due temi centrali. Da dove nasce questa scelta?

Ci sono tanti motivi. Una frase che mi hanno detto una volta e che mi ha colpito è “Se vuoi essere universale, racconta il tuo villaggio”. All’inizio, per me, il villaggio era Fasano. È lì che sono cresciuto, ma ho sempre avuto un rapporto conflittuale con le mie radici – soprattutto quando ho iniziato a fare musica. Ma col tempo ho capito che casa poteva essere anche il mondo intero, dipende sempre dalla prospettiva con cui lo guardi.

MAISON BOY rispecchia il modo in cui ho vissuto gli ultimi anni: cercando di esplorare il più possibile ciò che mi circondava e portando con me nuove definizioni di casa di cui ho fatto esperienza.

Poi, in realtà, MAISON BOY significa anche “l’uomo di casa” e, anche se non era questa la sfumatura che volevo dargli, devo dire che comunque gli si addice.

È un titolo dalle mille sfaccettature, ogni giorno spunta qualcosa di nuovo a cui ricollegarlo ed è anche questo il bello. Anche se, come dicevo, tutto è partito dal rapporto col mio paese, fatto di alti e bassi, perché non guardavo mai il mondo esterno.

Infatti nel brano “LA CITTÀ DEL SOLE” torni proprio a certe immagini di casa, a volte con nostalgia (“Faccio ciao con la mano (ciao ciao)/Saluto i ricordi, la mia infanzia, la famiglia, la mia casa, la tipa che amo”). In altre tracce, invece, si percepisce la voglia di muoverti, crescere, espandere i tuoi orizzonti. Per esempio in “BARCELLONA”, che si apre con “Cercavo il mio posto nel mondo come chi cerca parcheggio/come chi cerca la verità“. C’è una sorta di dualismo tra la tua città d’origine e tutto il resto.

Certo, esatto. Infatti quando ho scritto LA CITTÀ DEL SOLE ho immaginato il me di qualche anno fa che andava in studio a Bari col treno regionale, con la voglia di fare musica. Mi sono rivisto in quella situazione. Però se la leggo ora, sono io nel mio contesto attuale, io che vado verso il mondo. La città del sole, oggi, può essere qualsiasi luogo: Barcellona, Rosa Marina – che è il paese vicino Fasano – o qualsiasi altro posto in cui sento qualcosa.

E le influenze esterne in questo EP si sentono, anche in altri pezzi come GRAVITÀ.

A proposito di influenze, hai collaborato con diversi musicisti e producer per questo EP, tra cui Lucas Scharff, Duffy, Joe Croci, Leonardo de Castilho.

Ho lavorato a tutti i brani con un ragazzo di Copenhagen, Lucas Scharff. Pensa che anni fa avevo rappato su un suo type beat che aveva fatto per Lil Tecca, quindi è stato assurdo ritrovarsi a lavorare insieme. Anche quando scrivevo pensavo “Devo fare il testo più clamoroso possibile, glielo devo tradurre e lo deve portare con sé per tutta la vita”. Era un sfida personale, con me stesso.

Abbiamo chiuso tantissimi brani in una settimana di full immersion a Milano. Molti li abbiamo scartati, però quelli rimasti sono il cuore del progetto. Tutti coloro con cui ho collaborato mi hanno aiutato a trovare esattamente il sound che volevo.

Invece, parlando featuring, com’è nata “CAFFELLATTE” con Yaraki?

“CAFFELLATTE ” era già pronta, e anche una delle mie preferite dell’EP, ma sentivo che mancava qualcosa. Ho conosciuto Yaraki con il suo brano “Piazza Samba” e subito sono rimasto colpito, mi sembrava di avere Rio de Janeiro a Milano! Ho immaginato proprio quella scena. Così le ho scritto, le ho mandato il pezzo e lei mi ha girato la sua strofa. Siamo riusciti a beccarci poi a Milano dopo un po’ di tempo. Con lei quel brano ha preso la forma che cercava.

Oltre a portare avanti un progetto personale, sei anche parte del collettivo eXpresso, che tocca varie espressioni artistiche. Cos’è per te?

È iniziato come progetto musicale, ma oggi è molto di più. Un gruppo di ragazzi di Fasano che si sostiene, si spinge a vicenda, in un posto in cui nessuno ti regala niente. A volte anche i miei amici, come me, vivono il conflitto tra rimanere a Fasano o scappare, per cui abbiamo detto “inventiamoci qualcosa qui”.

Abbiamo iniziato a creare eventi, customizzare pezzi d’abbigliamento e poi da eXpresso sono nati vari progetti che adesso hanno vita propria e stanno avendo successo. È una cosa davvero gratificante, soprattutto perché è nato tra amici, ed è bellissimo anche che tutto il mio team sia fatto di amici. Quindi ogni vittoria che uno di noi raggiunge è gratificante per tutti coloro che fanno parte di eXpresso.

Nel 2023 sei esploso andando virale su TikTok con il brano “NON TI SEI MAI DIVERTITA COSÌ”. A volte quando un pezzo funziona online, può succedere che le persone ti associno solo a quello. Come hai reagito a quell’ondata di attenzione?

Per me quella traccia spaccava, ne ero sicuro e ne ero fiero, quindi quando è andata virale è stata pura gioia. Soprattutto perché dietro c’era tutto me stesso. Pensa che in quel periodo lavoravo per pagarmi mix e master, ho fatto il gelataio al concerto dei Moderat per permettermi quel brano! I video li giravamo tra amici con quello che avevamo…per il videoclip ufficiale ho chiesto in prestito a un mio amico che ha un ristorante dei ricci di mare, poi gli ho ridato i soldi tempo dopo.

La cosa più importante per me è che io e i miei amici grazie a questa cosa siamo riusciti ad uscire da Fasano, a far arrivare le nostre idee anche fuori.

Hai lavorato anche con MACE, Fulminacci e Fabri Fibra per “MAI PIÙ”, com’è stato?

Iconico. Per scrivere la mia strofa cercavo ispirazione ovunque, mi sono messo a guardare film in continuazione, ero gasatissimo di lavorare a quella traccia! Lavorare con MACE è stato pazzesco, per me è un mago, davvero. È stata bellissima non solo la session di registrazione in sé, ma anche tutto ciò che mi porto dietro a distanza di tempo, tutte le lezioni che mi ha lasciato. Mi ha aiutato ad ampliare un po’ i miei orizzonti, il concetto che avevo prima di casa. Mi ha spronato ancora di più a impegnarmi giorno per giorno, dandomi ancora più voglia di crescere e sperimentare.

Tornando invece all’EP, c’è un brano a cui sei più legato o che magari è stato difficile da creare?

Per rispondere alla seconda domanda, ti direi di no. Alla fine io faccio musica, è quello che mi piace fare e sono contentissimo, mi viene comunque naturale. Invece il pezzo che mi piace di più è “WHISKY”, ultimamente lo ascolto in loop. La strofa l’ho scritta e riscritta un sacco di volte, volevo spingermi sempre oltre, scavare ancora di più dentro di me. Quello che è venuto fuori è esattamente l’immagine che volevo dare: una persona al bancone di un bar, sofferente, che beve del whisky. Una scena che però può anche riflettere te, con la tazzina in mano, che sorseggi un caffè. Un po’ come immedesimarsi in un film, era quella la mia intenzione.

Quindi sei soddisfatto di questo EP?

Secondo me spacca troppo! Davvero, sono contento del risultato, le cose che volevo dire le ho dette. Abbiamo scartato molti brani – continuavo ad andare in studio, accumulare pezzi, come se tutto quello che facevo fosse un pezzo di un percorso volto a farmi capire cosa volevo raggiungere – ma sono contento perché alla fine questo è il mio sound.

Cosa vorresti che arrivasse davvero a chi ascolta MAISON BOY?

Il bello dell’EP, secondo me, è che si vede chi sono davvero. Non c’è nessuna maschera. Vorrei anche dire che è importante fidarsi delle proprie intuizioni. Io per trovare il mio suono ho fatto un sacco di malesangue– così si dice in pugliese – mi sono fatto il sangue amaro, ecco. In alcuni periodi continuavo a creare, ma non risucivo a trovare una quadra, mentre intorno a me tutto il resto del mondo correva. Ma sei hai chiaro l’obiettivo prima o poi ci arrivi, se ti convinci di una cosa sai che devi tenere duro per ottenere i risultati che vuoi.

Io oggi mi sento a due passi al mondo, posso prenderlo e posso farlo mio, qualche movimento e ci sono!

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