Che tempo fa in questo nostro tempo, che non si sa quanto dura, non si sa come vestirsi, non si sa quando finisce.
Stazione Meteo 50 è il primo album degli OltreMarea, e dentro ci troviamo esattamente questo: la confusione dolceamara dei giorni che passano senza preavviso, delle emozioni che cambiano come il cielo, della fatica e della bellezza di stare al mondo. Un disco che non pretende di spiegare, ma che accompagna. Come un amico che non ha risposte ma sa stare in silenzio accanto a te.
Loro sono cinque, vengono da Bologna e si sono trovati per caso, o per necessità, nel fondo delle cantine durante il coprifuoco. Lì dove il tempo sembrava sospeso, hanno cominciato a scrivere. Oggi, cinque anni dopo il Covid, quel tempo sospeso ha preso la forma di un album che scorre, cresce, si muove. Un album che non sta mai fermo. C’è dentro il post rock, sì, ma anche il soul, l’elettronica, il funk. C’è dentro il buio e la luce, l’introspezione e il desiderio di ballare abbracciati agli amici.
Le tracce sono nove. Mentre ascoltiamo Jumping Clouds pensiamo alla prima volta che abbiamo sentito di nuovo il vento dopo mesi chiusi in casa. Su Navigare se si chiudono gli occhi, si vedono il riflesso delle luci in un bicchiere mezzo vuoto. Con Follow The Moon sentiamo la nostalgia di qualcosa che non sappiamo nemmeno se abbiamo vissuto davvero.
Stazione Meteo 50 degli OltreMarea non è un punto di arrivo, ma una fotografia del cielo in un momento preciso. La nuvola prima della pioggia. Il lampo. La schiarita. È un disco che si ascolta con le cuffie o a piedi scalzi su un prato, ma soprattutto si ascolta con il cuore un po’ aperto. Anche se non si sa che tempo fa. Anche se non si sa cosa succederà domani.










