Milano, 6 giugno 2025. All’Ippodromo La Maura il cielo è terso, l’attesa satura l’aria come ozono prima del temporale. Poi, una figura in controluce. Dall’alto della sua struttura scenica – una geometria che richiama l’infinito – Dua Lipa si manifesta come un’araldica del presente: iconica, concreta, vulnerabile. L’attacco è Training Season, morbido ma deciso, e in un attimo lo spazio si trasforma: non siamo più a un concerto, ma dentro una visione.
Settantamila presenze. Un pubblico fluido per età, stile, provenienza. Alcuni sembrano usciti da un rave a Berlino, altri da una domenica d’estate al parco. Ma c’è una cosa che li unisce tutti: la partecipazione fisica ed emotiva a un rito pop che non ha più nulla di effimero.
Lo show di Dua Lipa non è costruito per stupire, ma per entrare sotto pelle. Ogni dettaglio – dai cinque cambi d’abito che scandiscono una vera metamorfosi visiva, alle esplosioni sincronizzate di luce, piume, laser – è calibrato per servire una narrazione. Non c’è eccesso, c’è coerenza. Il pop qui non è superficie, ma grammatica sentimentale.
E poi, il gesto che cambia tutto: Dua scende dal palco, attraversa la passerella, si immerge tra i corpi. Prende telefoni, filma, ascolta. Non interpreta una popstar che si mescola alla folla. Lo fa davvero. In quel momento, lo show diventa comunità.
Il momento più potente arriva inatteso, nel mezzo del set. Parla in italiano. “Questa sera canterò qualcosa di diverso. È di un’artista italiana, aiutatemi se la conoscete.” Parte A far l’amore comincia tu, e Raffaella Carrà rivive in una versione raffinata, bossanova, che mantiene intatto lo slancio gioioso dell’originale. Un riconoscimento intergenerazionale, un atto d’amore politico per la cultura popolare italiana.
Il repertorio scorre fluido: Break My Heart, Illusion, Physical, Love Again. Il ritmo cresce, si frantuma, si ricompone. Anything For Love è cantata da sola, al piano, con una semplicità che spiazza. E in Falling Forever la scena si spezza: visual di cavalli al galoppo, cambio d’abito, abito bianco, luce che taglia lo spazio. È un cinema dal vivo.
Il pubblico canta tutto. Le parole, le pause, persino i silenzi. A un certo punto, Lipa si ferma e guarda l’oceano di volti. “La prima volta che ho suonato a Milano c’erano 50 persone. Ora siete 70mila. Non lo dimenticherò mai.” È la vertigine della memoria, della distanza percorsa. Un frammento intimo dentro la macchina spettacolare.
Tra i presenti, volti noti del pop e della cultura italiana: Mahmood, Fabio Rovazzi, Stefano De Martino. Ma è il pubblico a fare la storia. Quelli che c’erano da prima. Quelli che ballano fino alla fine, Houdini compresa.










