I Patagarri: “L’ultima ruota del Caravan” e la libertà di suonare fuori dal coro

da | Giu 5, 2025 | Digital Cover

Un tendone da circo, strumenti in presa diretta e storie di chi vive ai margini: I Patagarri debuttano con “L’ultima ruota del caravan”.

Dimentichiamo lo studio asettico, le cuffie sterilizzate e le tracce levigate fino alla perfezione. L’ultima ruota del caravan non nasce lì. Il primo album de I Patagarri, uscito il 23 maggio per Warner Music Italy, prende forma in presa diretta sotto un tendone da circo, nel cuore della Birreria Le Baladin di Piozzo, e suona esattamente così: vivo, imperfetto, potente. Dentro, dieci canzoni che contengono strada, marginalità e umanità autentica. Un diario musicale che scorre tra swing, gipsy jazz, blues e storie vissute sulla pelle. Un disco che non ha paura di “sporcarsi”.

Francesco Parazzoli, Jacopo Protti, Daniele Corradi, Giovanni e Arturo Monaco e l’ultimo arrivato Nicholas Guandalin sono i sei volti e strumenti dietro al nome I Patagarri, band milanese che dopo anni tra i mercati rionali e il Conservatorio Verdi, la Civica Scuola di Jazz, ha conquistato il pubblico più mainstream con la finale di X Factor 2024. 

Il loro inedito “Caravan”, incluso nel mixtape ufficiale del talent, è stato un grido libero e necessario, un invito a salire su un carrozzone che non promette sicurezza, ma un sogno testardo e condiviso. Quel carrozzone oggi ha un nome ben preciso: L’ultima ruota del caravan. E no, il titolo non è un atto di autocommiserazione. È un’affermazione. Anche l’ultima ruota è essenziale per far muovere il carro. Anche chi sta dietro può spingere avanti il cambiamento.

I Patagarri: dieci ritratti ai bordi del mondo

Nel disco, registrato insieme al produttore Taketo Gohara, le canzoni sono piccoli quadri di esistenze laterali, spesso ignorate, mai romanzate. C’è il camionista che divora chilometri ne “Il camionista”, il giostraio che crea illusioni in “Willy”, il ragazzo che spaccia perché nessuno gli ha lasciato alternative in “Scimmia”. Ma c’è anche chi cerca il proprio posto nella precarietà come “Mutui”, chi vive all’ombra delle città in “Sole zingaro” e poi chi ha ancora il coraggio di sognare in “Sogni”.

I suoni sono spontanei, grezzi, collettivi. Non mancano gli imprevisti: cori catturati con un solo microfono, rumori lasciati lì, volutamente, perché fanno parte del quadro. Ogni brano è un pezzo di questo caravan un po’ sgangherato eppure bellissimo.

I Patagarri scelgono di suonare vero. Il loro gipsy jazz è un modo per raccontare storie scomode con un sorriso malinconico sulle labbra, per far ballare e pensare, per dare voce a chi non ha mai avuto un microfono davanti. Il caravan è simbolo di fuga, certo, ma anche di resistenza creativa, di identità che non si fanno addomesticare. E se essere “l’ultima ruota” significa portarsi dietro tutto il peso degli altri per farli andare avanti, allora ben venga.

Il tour, i sold out, l’estate in arrivo

Il viaggio de I Patagarri è già partito lo scorso 17 maggio, con la prima tappa del loro tour estivo che li vedrà attraversare l’Italia fino al 6 settembre. Dopo i sold out romani, il debutto travolgente a Milano e l’energia portata sul palco del Concertone del Primo Maggio, la band ha messo in moto il proprio caravan per un’estate fitta di appuntamenti.

Dal Ravenna Festival a Umbria Jazz, passando per Napoli, Senigallia, Palermo, Roma e molte altre città, “L’ultima ruota del caravan – Tour” è un invito a entrare in un mondo fatto di storie vere, suoni vivi e una contagiosa voglia di libertà. Sul palco portano tutto: la loro ironia sfrontata, la poesia ruvida delle periferie, ma anche l’eleganza di una musica che non dimentica le sue radici. Emozione, sudore e un pizzico di magia da tendone: impossibile restare fermi.

Foto di Virginia Bettoja

L’incredibile percorso de I Patagarri

Abbiamo incontrato I Patagarri negli uffici milanesi di Warner in occasione dell’uscita del loro primo album L’ultima ruota del caravan, e tra una risata e l’altra, abbiamo chiacchierato del disco, del tour già partito il 17 maggio e di un viaggio iniziato molto prima. Dai primi passi tra i mercati rionali di Milano, dove suonavano per chi si fermava incuriosito, fino all’esperienza di X Factor 2024, che li ha portati in finale sotto la guida di Achille Lauro . Il loro percorso è stato un crescendo di tappe e soddisfazioni.

Il vostro album si intitola L’ultima ruota del caravan, perché avete scelto questo titolo? 

“C’è un detto che dice “l’ultima ruota del carro”, così abbiamo deciso di reinterpretarlo in chiave nostra: l’ultima ruota del caravan. È un titolo che sentiamo molto vicino, anche perché rappresenta perfettamente le storie che raccontiamo, storie di persone ai margini, spesso dimenticate, ma che, come l’ultima ruota, sono fondamentali per far andare avanti tutto”.

Nei vostri testi si incontrano senzatetto, camionisti, spacciatori minorenni, lavoratori precari. Sono ritratti di vite ai margini, ma pieni di dignità e poesia. Come scegliete le storie da raccontare? Sono ispirate da incontri reali?

“Le canzoni sono sicuramente ispirate a situazioni reali, anche se non in modo diretto. In particolare, ci hanno ispirato le persone che incontravamo durante i viaggi in Liguria, d’estate, quando andavamo a suonare per strada. È lì che incontri davvero di tutto: dal senzatetto al venditore di dolciumi. Sono incontri che ti restano dentro, sono volti e storie che diventano personaggi, sagome che ti viene naturale trasformare in musica. Poi, diciamolo, la figura del camionista arrabbiato è qualcosa di universale… fa parte dell’immaginario collettivo”.

Avete registrato l’album sotto un vero tendone da circo, in presa diretta, con tutti i rumori, le imperfezioni, gli scarti. Come mai questa scelta? 

“Abbiamo registrato in una sala enorme, che sembrava davvero un tendone da circo, sul retro di una birreria in mattoni. Non conoscevamo ancora molti produttori, ma ascoltavamo spesso Vinicio Capossela, la sua musica ci sembrava affine alla nostra. Così abbiamo pensato che lavorare con un produttore come Taketo Gohara, abituato agli strumenti suonati dal vivo, potesse essere un’ottima idea. E infatti lui ci ha proposto di chiuderci lì dentro, in questo spazio fuori dal tempo, dove abbiamo vissuto insieme per dieci giorni: dormivamo, mangiavamo e registravamo nello stesso posto. Diversamente dagli studi classici, dove hai orari rigidi, lì eravamo completamente immersi nella musica. Era come un mondo a parte, un paesino minuscolo e isolato. Finito tutto, ci siamo guardati e ci siamo detti: “Abbiamo vissuto qualcosa di unico”.

Come nascono esattamente i vostri brani?

“I testi li scrive Franco. Per quanto riguarda la parte musicale, è bello perché nasce sempre da un’intuizione individuale: magari uno di noi arriva con un giro, una melodia, un’idea. Poi la porta al gruppo, la smontiamo completamente e la ricostruiamo insieme, aggiungendo, togliendo, sperimentando. È un processo collettivo, e proprio da lì prende forma il pezzo finale”.

Siete partiti dai mercati rionali di Milano e siete arrivati in finale a X Factor. Cosa vi siete portati dietro da queste esperienze?

“I mercati ci hanno insegnato a trasmettere il sapere attraverso la musica, a prendere l’energia del pubblico e restituirla, trasformandola in qualcosa di vivo. Quando suoni per strada, non hai un pubblico che ti aspetta: devi conquistarlo. Devi riuscire a fermare per un attimo la frenesia di Milano, a far sì che qualcuno si blocchi, anche solo per due minuti, ad ascoltare un brano. E in quei due minuti, la canzone deve funzionare davvero. È una logica che, in fondo, ritrovi anche a X Factor: hai pochissimo tempo per colpire, per lasciare un segno. Se non succede subito, è finita. Certo, a X Factor entri in un’altra dimensione, con microfoni, fonici, linear e tutto un apparato tecnico che cambia completamente l’approccio. È un mondo diverso da quello di un matrimonio o di una piazza. La nostra prima esibizione live lì, con il click nelle orecchie, eravamo tesissimi. Forse una delle nostre peggiori performance di sempre”.

Foto di Virginia Bettoja

Achille Lauro invece lo sentite ancora?

“Quando siamo usciti da X Factor l’abbiamo sentito un po’, ci ha fatto piacere. Comunque Achille Lauro è ancora in debito di un pranzo! È stato davvero super simpatico, sempre gentile e molto disponibile con noi”.

Quali sono i vostri sogni oggi?

“I nostri sogni, oggi? Vivere davvero di musica. Riuscire a viaggiare grazie alla musica, farla arrivare a più persone possibile. Ma soprattutto, scrivere canzoni belle, sincere, che non siano legate alle mode del momento. Vorremmo che le nostre canzoni fossero libere, capaci di vivere anche al di fuori dei canoni della contemporaneità”.

Da cosa siete influenzati musicalmente?

“Fare musica in modo collettivo è una parte fondamentale del nostro percorso. A volte capita che altri musicisti, colleghi o insegnanti ci propongano un brano: lo ascoltiamo, ci ispira un’idea per un arrangiamento, un ritmo, un’atmosfera. Tutto quello che ascoltiamo influisce, eccome. Dal jazz alla scena emergente italiana. E nell’album si sente: è un vero riassunto dei nostri gusti musicali, di ciò che ci piace suonare e studiare. C’è dentro lo swing, i Centauri, ma anche Guccini, De André, Battisti, Venditti… tutto quello che ci ha fatto innamorare della musica”.

“Mutui” è una delle parole più anti-poetiche che ci siano, eppure voi ci costruite sopra una canzone. Francesco come hai lavorato sul testo?

“Avevo già una piccola bozza di testo prima di arrivare in birreria, ma Mutui è stato l’unico brano su cui abbiamo lavorato davvero tanto durante la residenza. È una canzone che parla di quella paura – ormai quasi obbligata – di diventare adulti. Ci è venuta l’idea di trattarla come se fosse un rito di passaggio moderno: un tempo si veniva lasciati nella foresta per dimostrare di essere diventati uomini, oggi invece devi accendere un mutuo, comprare una casa e portare tutto a termine. È un’ansia molto comune, che per tanti diventa quasi un’ossessione”.

Quanto vi interessa che un messaggio serio passi attraverso una forma leggera?

“Ci teniamo molto. Quando si riesce a trattare temi importanti con ironia, come nel caso di Il pollo, per noi è una vittoria. Far sorridere qualcuno con una canzone è difficilissimo, richiede misura e sensibilità. Non vogliamo essere troppo pesanti o predicatori. Anche Il camionista, per esempio, ha un’anima seria, ci siamo ispirati a La locomotiva di Guccini, ma abbiamo cercato un linguaggio più leggero, che permetta comunque al messaggio di arrivare”.

Voi siete sempre d’accordo o litigate?

“Litighiamo eccome! Siamo in sei, è normale che ci siano punti di vista diversi. Ma sono sempre discussioni costruttive, servono per confrontarci e migliorare. Con il tempo abbiamo imparato a gestirle: sono piccoli disaccordi, spesso legati al lato musicale, che si risolvono parlando e confrontandoci. Alla fine, ci conosciamo bene e ci vogliamo bene, quindi si va sempre avanti insieme”.

Farete un lungo tour estivo che è già partito. Cosa potete dirci?

“Abbiamo inaugurato il tour il 17 maggio, poi subito dopo siamo saliti sul palco del MI AMI. Da lì, una lunga corsa: luglio e agosto saranno pieni di concerti, uno dietro l’altro, quasi senza mai tornare a casa. È una cosa che ci elettrizza, ci dà quella frizzantezza che solo il palco riesce a dare. Non vediamo l’ora di suonare ovunque!”.

Perché forse è proprio lì, sul fondo del carro, che si trova il motore più sincero della musica. Quella che non chiede permesso, non cerca l’approvazione. Ma arriva.

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