Oggi, 24 aprile, esce l’edizione deluxe del debutto di dada sutra per Dumba Dischi, distribuito da Believe. Un viaggio musicale che attraversa il distacco, l’invenzione del sacro e il glitch dell’anima.
“Siamo ancora divisi, ma non so più perché.”
È una frase che sembra sospesa tra due sponde: quella della rassegnazione e quella del risveglio. Ed è anche la chiave per entrare nel mondo di questo amore mortale PIÙ, versione espansa, mutata, riscritta del primo album di dada sutra.
Dietro al nome dada sutra si cela Caterina Dolci, artista milanese cresciuta tra i Navigli e i paradossi del Parco Ravizza, passata dal punk dei pomeriggi a Colonne a un pop rituale e cosmico che mescola Laurie Anderson e CCCP, Philip Glass e Donatella Rettore, Massive Attack e Pan del Diavolo.
dada sutra: una mutazione necessaria
L’album originale, “questo amore mortale”, nasceva da un’idea ambiziosa: reinterpretare in chiave sonora testi sciamanici di diverse culture, per raccontare il nostro legame perduto con la Terra. Ma l’aggiunta di nuovi brani e versioni ha spostato l’asse. Il nuovo innesto “DIVA”, punk e distopico, ha trascinato il disco verso territori più urbani, più ruvidi. Sono così rinati brani come “Berlino Est” e “manifesto”, di cui nella deluxe troviamo le prime versioni originali, assenti nella precedente uscita.
Non mancano le gemme rare, come la versione live di “Canto di carcerati calabresi” (resa celebre da Ornella Vanoni):
“una bugia meravigliosa, un falso popolare che serve a fondare nuovi miti”
E poi una reinterpretazione ossessiva di Kathy Acker, la voce di una tracheotomia campionata, un’aria tedesca rubata alla madre e suonata come un sogno industriale. Tutto ha senso, anche ciò che apparentemente non ne ha.
Nel flusso ininterrotto del disco, ogni brano è un nodo da sciogliere. “i / ii / iii” sono tre movimenti di un unico brano scomposto, in cui si intrecciano echi nativi americani, violoncelli distorti e citazioni di Txai Suruí. “DIVA” racconta la maestra robotica più umana che ci sia, tra Zamjatin e ricordi elementari.
“LE CURE” immagina un rave che cura anziché distruggere. “mio dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale” è un pezzo strumentale il cui titolo è già un testo. “manifesto” è un’esplosione erotico-politica costruita con porte che sbattono e sax impazziti. “Zacatecas” torna a parlare della morte con un’inglese ipnotico e ninne nanne allucinate.
E poi la focus track, “Berlino Ovest (feat. Greams)”, nata come versione scartata di “Berlino Est” e trasformata in un inno tracheotomico e baritonale. Un climax perfetto per la versione definitiva del disco.










