Sissi con “XS” ci racconta l’amore che fa male: l’intervista

da | Apr 16, 2025 | Interviste, Recensioni album

Con “XS”, Sissi racconta emozioni crude, crescita interiore e la ricerca di libertà.

È uscito l’11 aprile per Sony il nuovo progetto di Sissi, un EP di cinque brani che si muove come un piccolo film d’autore, denso di emozioni e immagini che restano appiccicate addosso. Si intitola XS.

Tra i cinque brani, spicca “Arma puntata”, realizzata in collaborazione con 22simba, insieme a “Intro”, “Diavolo in un club”, “Telegram” e “Vorrei”. Ma più che una semplice tracklist, questo EP è un itinerario nelle stanze disordinate dell’anima, tra desideri che fanno paura e amori che fanno male.

Amare è (quasi) sempre una guerra fredda

“Vorrei” non è solo una canzone d’amore, è una resa. O meglio: la fotografia esatta di quel momento in cui smetti di lottare per qualcuno e cominci, con fatica, a lottare per te stessa. Le parole Sissi le canta con dolcezza: come chi, alla fine di una guerra, non ha più voglia di urlare. Milano, la città dove tutto sembra possibile ma anche dolorosamente effimero, fa da sfondo a una relazione che scivola tra le mani come un fiore che appassisce troppo in fretta. Sissi canta la stanchezza emotiva, il bisogno di sentirsi diversa, il desiderio di lasciarsi alle spalle una versione di sé che non le assomiglia più.

Se “Vorrei” era una richiesta sommessa d’aiuto, “Telegram” è un grido ovattato nel caos. Qui tutto è confuso, ma non per questo meno vero: una stanza sottosopra, il fumo che diventa rifugio, i sogni americani che sembrano più una fuga che un traguardo. Sissi mette a nudo una relazione fatta di incomprensioni, colpevolizzazioni e insulti mascherati da confidenza. È una canzone scomoda, sì. Ma proprio per questo necessaria. “Telegram” parla di ciò che spesso resta nascosto tra le righe di una chat o tra le mura di una macchina ferma nel silenzio.

In “Arma puntata”, la collaborazione con 22simba aggiunge un’ulteriore stratificazione al racconto di una relazione che si trasforma in trincea. Il titolo è esplicito, ma non serve nessuna metafora per capire che qui si parla di amore tossico, quello che toglie il fiato e ti lascia sempre con la sensazione di aver sbagliato qualcosa.

Una voce che non ha paura di dire tutto

Con Sissi abbiamo chiacchierato qualche giorno prima dell’uscita del nuovo EP, in un incontro che sapeva più di confessione che di intervista. 

Come ti senti? Domani esce XS. Posso chiederti perché questo titolo e di raccontarci un po’ cosa rappresenta per te?

Sono davvero felice, perché XS esce dopo due anni di lavoro intensissimo. È come lasciarlo andare, liberarlo per fare spazio a qualcosa di nuovo. E non vedo l’ora. Il titolo ha per me tre significati. Il primo è per sempre, perché so che questo progetto me lo porterò dentro per tutta la vita: è stato un percorso autentico, intenso, che resterà impresso nella mia memoria. Il secondo è per Silvia, cioè per me stessa. È da tanto tempo che non facevo qualcosa di cui andassi così fiera, quindi ho voluto dedicarmelo. È un passo importante. Infine, XS è anche una taglia, una misura in cui a volte mi sono sentita stretta, costretta nei miei modi, nel mio essere. Mi sono sentita obbligata a stare in certi spazi che non erano miei. E questo EP è anche una liberazione da quella sensazione.

Da cosa ti sei sentita obbligata?

Sotto tanti aspetti: personali, emotivi, ma anche lavorativi. Viviamo in un’epoca in cui siamo sottoposti a continue pressioni e costrizioni, e io per tanto tempo ho partecipato a quel gioco. Mi sono sentita spesso inadatta, inadeguata, come se non potessi essere semplicemente me stessa. Avevo paura, paura di non essere accettata se mostravo chi ero davvero. Poi, però, ho incontrato persone che mi hanno aiutata a capire che andava bene anche solo essere me. Che non dovevo dimostrare nulla, bastava esserci.

Come sei cambiata rispetto alla tua esperienza ad Amici e al tuo primo album, “Leggera”?

Sono cambiata tantissimo. Prima ero più giovane, ed è giusto che in quella fase si sperimenti tanto: io l’ho fatto, sia nella musica che nella vita. La vera svolta è arrivata quando ho smesso di seguire la visione che gli altri avevano di me e ho iniziato a concentrarmi sulla mia. Quando fai qualcosa che non ti appartiene, lo senti dentro: anche se è tecnicamente perfetto, se non ti rappresenta, non ti riempie. Io, essendo una persona timida e insicura, per tanto tempo ho delegato agli altri le mie scelte, anche per paura di sbagliare. Ma oggi non la vedo più così: credo che non sia mai un errore fare qualcosa che ami. Sbagliare è umano, e la vita è mia, quindi ora so che solo io posso decidere per me. Ho imparato ad ascoltarmi di più. È stato un bel viaggio.

In “Arma puntata” c’è l’unico feat con 22simba. Come è nata questa collaborazione?

Ci siamo conosciuti un po’ di tempo fa e poi abbiamo iniziato a seguirci su Instagram. Ho ascoltato la sua musica e mi ha colpito subito il suo timbro vocale, così potente e incisivo. Cercavo qualcuno che potesse interpretare l’antagonista nella mia storia sentimentale, e lui era perfetto per quel ruolo. Ci siamo trovati in studio, gli ho raccontato il concept del brano e lui ha capito subito la direzione. È stato un piacere enorme lavorare con lui, davvero.

In “Arma puntata” descrivi una relazione che somiglia a un campo di battaglia.

Purtroppo, oggi la mia visione dell’amore è proprio quella: un ring, una lotta continua. E mi dispiace molto averlo vissuto così. Desidero l’amore, lo cerco, ma la verità è che non l’ho ancora mai vissuto veramente. Ho vissuto illusioni, finzioni, relazioni fatte di possesso e controllo. Anche io, pur essendo una persona gentile, in certe situazioni ho tirato fuori le mie armi per difendermi, per reagire. “Arma puntata” racconta proprio questo: un amore tossico, in cui vince chi fa più male. E non dovrebbe essere così. Ma a volte il cervello gioca brutti scherzi e confonde la sfida con l’amore. In quel brano ci sono molti contrasti, come la frase “non siamo poetici ma abbastanza per sentirci più soli”: è la fotografia di un legame in cui anche le cose più semplici, come un bacio in pubblico, diventano difficili. È stata la mia esperienza, e ho voluto raccontarla per quello che è.

Ci puoi spiegare “Diavoli in un club”?

“Diavoli in un club” nasce da un momento in cui ho realizzato che, per non sentirmi inutile all’interno di una relazione, dovevo iniziare a giocare anch’io con le stesse carte. È quella fase in cui dici “basta, non me ne frega più niente”, e cominci a restituire tutto quello che hai subito. Diventi un po’ diavolo anche tu, perché senti che è l’unico modo per non soccombere. È un brano che parla del lato tossico che tutti, in fondo, abbiamo dentro: il momento in cui smetti di essere solo vittima e fai provare all’altro esattamente ciò che ti ha fatto sentire.

Un altro brano s’intitola “Vorrei”. Oggi, tu cosa vorresti?

Vorrei stare serena. È la cosa che desidero di più, perché nella mia vita ho sempre avuto tante ansie. Vorrei non dover più seguire le regole degli altri, non avere paura di dire la mia, di interrompere un discorso se non mi va. Vorrei sentirmi libera di essere spontanea e autentica, di distaccarmi da tutte le etichette che mi sono state appiccicate addosso. Vorrei fregarmene del giudizio e stare al centro della mia vita, perché ho passato un periodo in cui davo attenzione a tutto tranne che a me. Ora, però, mi sto ricomponendo. E non voglio più disunirmi. Vorrei anche che, un giorno, tutte le persone che vogliono fare musica diversa si sentissero libere di farlo, senza sentirsi escluse da un sistema che non li rappresenta. Dentro ognuno di noi c’è qualcosa che funziona, anche se non tutto lo fa.

Farai dei live?

Sicuramente sì. Ne sento il bisogno. Voglio portare questo progetto in giro e divertirmi. Dopo tutto il lavoro in studio, è il momento di viverlo dal vivo.

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