Quindi è davvero colpa del rap?

da | Dic 6, 2023 | News

Quando indossate gli auricolari, quando collegate il telefono alla cassa audio, anche solo quando mettete la musica da ascoltare in doccia, state compiendo un gesto tanto innocuo quanto sacro. La musica ha (per nostra fortuna) una fruizione immediata e pseudo-gratuita, il rap non fa ovviamente differenza. Alcuni direbbero che, dai block party a Spotify, se […]

Quando indossate gli auricolari, quando collegate il telefono alla cassa audio, anche solo quando mettete la musica da ascoltare in doccia, state compiendo un gesto tanto innocuo quanto sacro. La musica ha (per nostra fortuna) una fruizione immediata e pseudo-gratuita, il rap non fa ovviamente differenza. Alcuni direbbero che, dai block party a Spotify, se n’è fatta di strada. Dai freestyle ai primi posti in FIMI, dalle battle ad esibirsi negli stadi. Questo per dire che il rap ha un’identità che resta tale, una sua storia ed evoluzione. Eppure nel nostro bel paese, il genere è attualmente sotto accusa di maschilismo. Perchè? Vediamo le varie motivazioni.

In prima fase, il rap è un genere dominato dal mondo maschile.

C’è poco da dire, i numeri non mentono, sia a livello di artisti che di ascolti su Spotify ed altre piattaforme. Il rap è un genere composto principalmente da uomini, che siano artisti, produttori o manager. Specifico, principalmente. Questo perchè nel genere si districano anche una serie di figure femminili, che sia alla produzione, al management o al microfono (per non parlare poi degli addetti ai lavori). Numericamente non sono tante quante gli uomini, ma il motivo sarebbe davvero una discriminazione da parte della popolazione maschile (che siano ascoltatori o lavoratori del settore)?

Per quanto riguarda questo primo concetto credo sia poco etico parlare di maschilismo, per una semplice questione. Non è vero che il rap lo fanno meglio gli uomini (basti pensare ad Anna, tecnicamente diventata fortissima nei suoi pochi anni di carriera), semplicemente il genere viene approcciato in generale più da un sesso che dall’altro, in termini di comporre il prodotto (non si parla di pubblico, che ovviamente è uniforme nella sua diversità in ogni direzione). Eppure nel rap game spiccano figure femminili nei vari ambiti, basti pensare alla super manager Paola Zukar o ad artiste come Rose Villain, Madame, Anna.

In seconda parte, il linguaggio e l’espressività dei testi porta spesso argomenti di natura misogina.

In questo caso non si può invece negare la veridicità del fatto, seppur con le sue riserve. Tutti gli amanti del genere hip hop hanno sentito e interpretato a proprio modo la gogna mediatica portata avanti contro una serie di esponenti del genere rap. Purtroppo, per chi non ha un approccio costante col genere, vari testi o riferimenti di molti artisti (anche le penne migliori sono coinvolte) possono sembrare misogini. L’ultimo caso ha colpito Emis Killa, che con Effetto Notte ha portato un disco di altissima qualità nel 2023. Il cantante doveva esibirsi a capodanno a Ladispoli…peccato che il concerto sia stato annullato.

Il testo preso di mira però non appartiene al suo ultimo disco, bensì a Terza Stagione, uscito nel 2016. Come ha sottolineato l’artista e come riporto per pura conoscenza, il testo preso in esame non era identitario bensì uno storytelling. Proprio perchè il rap nasce come genere di narrazione e di denuncia, spesso vengono raccontate storie che possono e vogliono essere crude. Una frase importante detta a questo proposito dal rapper è la seguente.

Non comprendo davvero come nel 2023 ci sia apertura mentale per quasi tutto, propensione ad aggiornare la propria modalità di pensiero sulla maggior parte delle cose, ma non verso l’arte

Sono comunque arrivate molte altre accuse, ad altri artisti (come Sfera Ebbasta) che spesso decidono di lasciar correre senza rispondere. Non esiste un punto di vista universale e corretto a riguardo: sicuramente nel 2023 che parla di inclusione, la richiesta di censura (e l’effettiva censura di un artista come Emis Killa, dalla carriera quasi ventennale) è in contrasto. Come detto prima, non si può negare che l’utilizzo nel linguaggio nei confronti delle donne sia spesso volgare, spesso esplicito. Forse l’apertura mentale di cui si discute ultimamente riguarda anche il fatto di prendere le parole col giusto peso, nel contesto in cui sono inserite.

La misoginia non è l’unica accusa fatta nell’ultimo periodo.

Per esporre altre argomentazioni, partirei citando le prime barre dell’ultimo disco di Massimo Pericolo.

Massimo Pericolo non è come vorresti
Massimo Pericolo non è family friendly
Massimo Pericolo non si è aperto OnlyFans
Massimo Pericolo non si concia come un trans

Al vedere queste quattro barre di apertura, si potrebbe tranquillamente scatenare un ulteriore querelle. Queste parole racchiudono sia le accuse fatte al rap, sia la risposta ad esse. Il problema fondamentale che ha il genere per la società che non ne ha conoscenza intima è quella crudità nei testi, che al contempo è un elemento distintivo.

In poche parole non si può alzare una spada e difendere il rap come fosse il genere portatore di purezza.

Eppure nel terrorismo mediatico fatto da quei giornalisti che puntano ai click di chi non ha conoscenza dell’argomento, dimenticano di menzionare tutte le storie positive, tutte le persone che si sono tolte dalla strada con un microfono e le rime. I vari cambiamenti sociali, di mentalità e di pensiero, devono avere impatto positivo e non di censura nei confronti della musica.

Il rap negli ultimi anni sta ricevendo il massimo gradimento da parte del pubblico, le vette di ogni classifica italiana sono arrivate anche per la comunicazione semplice e diretta col pubblico. Sicuramente demonizzarlo come genere può sembrare la cosa più semplice per chi vuole semplicemente lucrare sulla polemica, alzando polveroni mediatici destinati a sgonfiarsi alla prossima notizia di cronaca.

La violenza però, che sia sulle donne o su altri membri della società, è un problema che va affrontato alle radici. Bisogna partire dall’educazione dei giovani e alla rieducazione di chi vive con convinzioni sbagliate. L’accusa perentoria verso un genere musicale non offre spunti di riflessione, non concede alcun pensiero profondo. Solo polemica, tra l’altro verso qualcosa che invece riceve costante apprezzamento dal proprio pubblico.

Un altro fattore inquietante è l’incidenza della politica nella questione. Come nel caso del live annullato ad Emis Killa, dove il punto decisivo non era la sua musica, ma le pressioni della classe di governo. Con ciò ovviamente si intende un fattore unico: la ricerca costante del consenso, al costo di andare a propagandare contro ciò che può accomunare una classe di persone ampia. Il rap non è dichiarabile come innocente dal punto di vista di chi non lo vive, non lo ascolta ogni giorno, non conosce chi lo porta in alto.

In conclusione, perdonate la sentenza diretta, non reputo il rap un genere misogino.

L’accusa classica sarà “perchè sei un uomo”, anche se non credo sia questo. Nel pieno rispetto delle donne, nel pieno rispetto di ogni membro della società in cui viviamo, bisogna accrescere la consapevolezza dell’individuo di ciò che lo circonda. I fatti di cronaca accaduti di recente sono terribili, demonizzare un concetto e trovare un capro espiatorio rende la questione solo più confusa. Il rap non ha bisogno di essere difeso, forse di essere compreso in maniera meno superficiale. Quantomeno, se non si ha una ricca conoscenza della materia, sarebbe coerente evitare di ergersi a giudici.

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