Già nel 2018, siti come Quartz, hanno esposto il problema che mai come adesso attanaglia le menti di chi usufruisce di musica ogni giorno: perché i brani musicali sono sempre più brevi?
Il vero problema? Le piattaforme di streaming.
Secondo il sito americano (e non solo) le piattaforme di streaming – Spotify, Apple Music et similia – hanno contribuito a incentivare gli artisti nel confezionare musica dal minutaggio breve, in quanto si stima che il guadagno effettivo per ogni singolo play (con pezzo riprodotto per almeno 30 secondi) si aggiri tra gli 0,004 e gli 0,008 dollari. È logico, quindi, che a un artista X convenga fare più canzoni da pochi minuti che una sola canzone più lunga, sia in termini economici che per riuscire a catturare l’ascoltatore che, oggigiorno, vuoi per uno stile di vita più frenetico che per l’avvento dei social, si ritrova con una soglia dell’attenzione ai minimi storici.
Dove sono finite le intro?
Domanda da un milione di dollari, altro che 0,004.
Secondo una tesi di Hubert Léveillé Gauvin, un dottorando in teoria musicale della Ohio State University che ha condotto uno studio pubblicato sulla rivista Musicae Scientiae, confrontando oltre 300 brani dal 1986 al 2015 è arrivato alla prima conclusione che la velocità media di una canzone è aumentata di circa l’8% e non solo! Le parole usate nel testo son diminuite drasticamente, finendo per usare le stesse, le cosiddette “one-word wonders”, che si ripetono sia nel testo, che nel titolo.
In un mondo che va alla velocità della luce, bisogna soffermarsi sull’attention economy e l’impatto che la canzone ha sull’ascoltatore.
Tra social e piattaforme digitali gratuite, l’utente ha la possibilità di skippare e scrollare più contenuti possibili, a meno che non sia attratto da un qualcosa in particolare che lo faccia soffermare.
Cos’altro un artista è costretto a inventarsi pur di primeggiare in un mercato in continua evoluzione?










