Mostro e la sua musica: “Porto la mia storia da raccontare”

da | Interviste

Almeno una sua canzone a memoria la sappiamo tutti noi over 20: stiamo parlando di Mostro. Il rapper romano, dopo un periodo di stop causa pandemia, torna sotto ai riflettori con il suo nuovo singolo Da Paura, rilasciato da Sony Music venerdì 25 marzo. Giusto giusto per questa uscita (e per il decennale della sua carriera), Cromosomi ha fatto una chiacchierata con una delle voci che, da sempre, risulta essere fra le più fuori dal coro della scena rap italiana.

Per rompere il ghiaccio: se dovessi descrivere le tue tre più grandi ispirazioni musicali, quali sarebbero?

Ti direi Eminem, Hans Zimmer (che è quello che fa le colonne sonore di praticamente tutti i quanti film) e Ludovico Einaudi, il pianista che sto ascoltando di più in questo periodo.

Riesci sempre a trasporre queste ispirazioni nella tua musica?

Sì, assolutamente. La musica con cui sono cresciuto mi ha insegnato che posso fare rap su qualsiasi cosa. Fondamentalmente, per me è una sfida, ogni volta, cercare di conciliare in un disco brani di generi completamente diversi, ma aventi lo stesso filo conduttore, ma è la cosa che mi ispira di più e che trovo più stimolante.

Sei a dieci anni dall’inizio del tuo percorso artistico e lavorativo. Se ti guardassi indietro, cambieresti qualcosa?

Sono talmente tanto felice di essere dove sono adesso che ti dico “allora no“. Anche le cose che sono andate male, evidentemente, era giusto che andassero così. Mi faccio i complimenti per aver tenuto duro, stretto i denti e per essere qua. Ad oggi sono nella posizione in cui voglio essere. Ho ancora tantissime cose da fare, che è ciò che mi stimola di più, nonostante siano passati dieci anni. Mi sento come un ragazzino che ha appena iniziato e va benissimo così.

Come si è evoluto il tuo percorso? E come sei evoluto tu?

Sicuramente vedo un’evoluzione, ma vedo anche coerenza, che è la cosa che più mi fa piacere. Vedo un ragazzino che inizia a fare questo genere con i suoi amici, facendo sega a scuola, spinto da un amore folle. Ad oggi sono contento di avere reso quell’amore folle un lavoro e, allo stesso tempo, non aver tradito la mia passione per questo genere ed essere sempre entusiasta e felice di farlo.

Nella tua carriera, hai fatto un sacco di featuring. Qual è quello migliore che hai fatto? E qual è quello che più vorresti fare?

Se ho collaborato con certi artisti, ogni volta c’era un motivo diverso. Non riesco a dire un featuring migliore; sono tutti brani a cui tengo molto. Ad oggi ci sono tantissimi artisti con cui vorrei collaborare, sia tra i più giovani, che tra gli storici, come Caparezza, di cui sono super fan.

Ti interesserebbero anche i featuring internazionali?

Lo devo ancora capire questo discorso. Penso che in Italia sia uno sfizio dell’artista; non è una cosa che ti fa gioco. Se avessi, in futuro, la possibilità di togliermi la soddisfazione con un artista che stimo, perché no: sarebbe una cosa in più per me, sicuramente bella.

A dieci anni dall’inizio, qual è l’obiettivo migliore che hai raggiunto e qual è quello che ti manca?

Quello migliore l’ho raggiunto firmando con una major. Non è solo l’atto in sé, ma significa entrare a far parte di un livello più alto rispetto a quello dove ero segregato prima. Di conseguenza, essere qui oggi è un grandissimo stimolo per me. Quello che mi manca, forse è sempre un po’ di fiducia in me stesso: dovrei credere più in me, essere meno paranoico e più felice, per godermi le cose di più. Il goal finale di un progetto sono i concerti. Faccio i dischi per cercare di avere sempre più concerti, in posti sempre più grandi. Non ti so dire dove, quanto e come, ma penso che il giorno in cui riuscirò a fare un tour grosso, tutto sold out, a quel punto dirò:”Ok, ce l’ho fatta, sono stato bravo.” Insomma, ammetterò a me stesso di essere stato all’altezza.

Faresti mai Sanremo?

Quando ero ragazzino, ero un più sul no schierato. Ad oggi, boh, ma non ne sento l’esigenza, non è una cosa a cui penso. Non saprei come incastrarlo con il mio percorso. Ti direi di non per forza di no, ma nemmeno “Adesso ci proviamo”. Vediamo cosa ci propone il futuro.

Come si origina la tua creatività? Come nascono le tue tracce?

In questi ultimi due anni, dove siamo stati tutti chiusi in casa, super limitati nelle cose da fare e sempre connessi allo schermo per cercare un’attività evasiva, ho cercato di risvegliare le mie antenne d’artista. Sto cercando di essere ricettivo della realtà che mi circonda, quindi, in realtà, vengo ispirato da tutto, da un bel libro o da una bella chiacchierata, ma anche da cose che non mi aspetto. Le parole, a volte, da contesti inusuali entrano dentro al mio cervello e, da quel punto, riesco a sviluppare un’idea. Quindi, direi che dipende dalle cose semplici che mi circondano.

Qual è il tuo lato prediletto della musica? Perché?

In primis la scrittura, perché tutto nasce da lì. Comunque, per quanto la musica sia condivisione e fare concerti sia meraviglioso, il motivo per cui lo fai sei sempre tu, per te stesso. Quando scrivi il testo, è il momento più importante di ciò che stai facendo. Oltre al concerto, un altro momento magico è appena registrato il brano. Hai dato vita a questo pezzo, hai questo provino e sai solo tu che esiste. E’ un momento fra te e le persone con cui sei in studio, è reale, dove non ci sono telecamere: ci sei tu e ci sono le tue emozioni. E’ tutto basato sulla fiducia e su quello che sarà.

Il tuo stile è molto crudo. Alle volte mi ricorda il nu metal e molto materiale old school. Quali sono le sue origini? E’ voluto?

Il rap, per come sono cresciuto io, è il genere dove la comunicazione è più diretta. E’ inutile costruire dietro tante sovrastrutture. In particolare, lì subentra il gusto mio. Sono venuto su con quel tipo di rap super crudo, dove la violenza lirica era il mezzo. Ho capito che, alla fine, uno poteva sviluppare un proprio linguaggio, una propria forma, anche estrema, per poi raccontare un contenuto diverso. Quindi, in realtà si basa molto su un gioco fra la forma e quello che veramente vuol dire il contenuto.

La tua musica ha un messaggio da veicolare?

Non faccio parte degli artisti che dicono di avere un messaggio. Penso che ci voglia responsabilità per farlo, mi sembra troppo una cosa da oratore: non sono Gandhi, non sono qua per dare dei consigli, né dei messaggi. Porto la mia storia da raccontare. Quello che so, è che attraverso la mia storia, altre persone ci si possono rivedere e stare bene. Sono sicuro di quello che dico perché so che sto facendo del bene, ma non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno. Spero, anzi, di ispirare altre persone a trovare la propria voglia di raccontarsi. Se proprio devo avere un messaggio, spero arrivi questo.

Come nasce il tuo nuovo singolo, Da Paura?

E’ un momento dove ho un sacco di stimoli nuovi, a seguito di questo cambio d’etichetta che mi ha dato nuove prospettive e un nuovo slancio verso il futuro. Volevo presentarmi in una maniera diversa, prendendo il mio percorso musicale con un approccio diverso. Volevo si sentisse quello che sarà il gusto di questo disco: il fatto che sono contento, mi sto divertendo a fare musica, ho firmato con Sony. Non sento la necessità di raccontare, subito, un mio dramma. Volevo che la gente si divertisse con me, così come mi sto divertendo io adesso e, per fortuna, è stato così.

Cosa mi dici del matrimonio artistico con 2nd Roof?

Volevo dare un sound nuovo a quelle che erano nuove vibes dentro di me e loro sono bravissimi nel lanciare cose nuove. Sono stati pionieri in Italia per tanto tempo e, sicuramente, erano le persone più adatte. Sono due professionisti veri e propri. Ora siamo amici e abbiamo fatto più cose insieme, che più avanti si sentiranno. E’ stato tutto naturale.

Come descriveresti Da Paura in tre termini e perché proprio quelli?

E’ dissacrante, spietato e sincero. Sincero perché, alla fine, io sono questo. Se mi devo divertire, uso quel tipo di linguaggio, fa parte della mia persona. Ha anche quel fattore hit perché è molto real, no? Le hit non le puoi costruire a tavolino. Sono una persona che dice “da paura” otto milioni di volte al giorno, quindi è venuto automatico dirlo. E’ spietato, perché, comunque, sono uno stronzo e dico le cose da stronzo. Ma fa parte della mia figura. E’ dissacrante e allucinante, perché è un delirio di suoni, immagini e rime.

Parlando della scena italiana, che cosa ne pensi? Che apporto ha dato la trap?

Io sono fan del genere sempre. Se ci sono novità cerco di capirle. Penso ci sia sempre un motivo se determinate cose accadono. Quello che mi dispiace è che magari si guardi troppo all’estero, senza rendersi conto che in Italia c’è una qualità altissima di scrittura, anche grazie all’italiano, lingua che ti dà la possibilità di parlare meglio al mondo.

Hai progetti per il futuro?

Il tour vero e proprio seguirà il disco, per forza di cose. In vista dell’estate e di questo periodo primaverile, stiamo facendo un pensiero sul fare qualche data, siamo in fase decisionale. Era importante attivare il discorso musicale, visto che sono stati due anni di stop, di burocrazia. Adesso siamo tornati nella nostra realtà.

Porterai in tour il nuovo disco o qualche altro singolo, quindi?

Sì. Quando sono in tour mi piace portare la mia persona, piuttosto che il mio ultimo disco. Cerco sempre di portare tutta la mia storia, ma seguirà anche musica nuova.

Il Covid è stato un ispiratore o un blocco per te?

Ispiratore, insomma. Sicuramente è stato un freno. Allo stesso tempo, se devo vedere un lato positivo, mi ha dato la possibilità di concentrarmi su determinati aspetti della mia vita che avevo messo da parte, inseguendo sempre il lavoro. Ho dovuto fronteggiare certe cose che mi hanno portato qui, quindi forse era necessario farlo. Ho sfruttato quel tempo in modo che non mi divorasse vivo.

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