Giuse The Lizia e la musica:”Sono io fuori da me”

da | Interviste

Segnatevi questo nome perché, parola di Cromosomi, lo sentiremo un bel po’ prossimamente: stiamo parlando di Giuse The Lizia, il nuovo pupillo targato Maciste Dischi. Il giovanissimo artista palermitano ha esordito nel 2021 con il suo primo EP, Come Minimo, contenente tutti i singoli precedentemente rilasciati e due tracce inedite. E’ del 26 gennaio 2022, invece, il nuovo singolo, Parole Peggiori, largamente acclamato dalla critica musicale del settore.

Giuse The Lizia gioca con la musica, passando da atmosfere urban, a sonorità lo-fi, con una solida base cantautoriale, condendo il tutto con il giusto tocco di itpop e soft rock che ci piace. Insomma, un mondo da scoprire e abbiamo fatto proprio questo. Ecco a voi due chiacchiere con questo musicista dall’animo disruptive, come lui stesso si definisce, che, nonostante la giovanissima età, si è già tolto qualche soddisfazione bella grossa nel mondo della musica.

Lo stile di Giuse The Lizia coniuga tanti generi diversi, dimostrandosi unico e caratteristico. Se dovessi scegliere fra tutti questi generi da cui ha preso spunto, quali sarebbero?

Dipende dal processo creativo che c’è alla base di un canzone. Se comincio a scriverla alla chitarra, quindi se parte proprio da me il tutto, spesso arrivo a suoni più vicini a quella wave indie-rock, come nel pezzo con Novelo, Tipo Fine, e Parole Peggiori. Se lavoro in altro modo, come quando scrivo invece di occuparmi della musica, si va più sul rap lo-fi con suoni più elettronici. La mia zona è tutto questo, in realtà. Forse mi appartiene un po’ di più quella più “schitarrosa”, perché parto con le chitarre a comporre, ma è una cosa mia, personale.

Fra cantautore e rapper, quale etichetta senti più tua?

Ora me la tiro a bestia, ma secondo me cantautore, perché spesso scrivo la musica con la chitarra. Quindi potrei dirmi cantautore, modestissimo, ma cantautore.

Se dovessi descrivere con tre parole il tuo primo EP, Come Minimo, quali sarebbero e perché?

Coraggio, perché è il coraggio di fare una cosa che fino a un mese prima era completamente fuori da ogni programma. Penso anche autenticità, intesa come una cosa fatta di cuore, nel senso che io continuo a essere scevro da qualsiasi tipo di mentalità che va oltre la musica. Quando faccio le cose, le faccio perché piacciono a me, perché voglio essere autentico sia nella scrittura, sia nei suoni. Poi, direi imprevedibile, perché è una cosa che è arrivata, è stata fatta e ora non so dove mi porterà. Sicuramente sto facendo altro, ma ancora navigo un po’ nel buio con il progetto Giuse The Lizia.

Il tuo stile è molto variegato, quindi immagino che tu abbia delle ispirazioni musicali anche molto diverse fra loro. Se dovessi scegliere i tre artisti che più ti hanno ispirato, quali sarebbero e perché?

Ho una componente cantautorale vecchio stile, quindi dico Battiato, sia per gusto personale, sia per una questione affettiva, perché lo ascolto da quando ero piccolissimo. Poi, nella fase indie-rock, ti dico gli Strokes, anche se penso che ormai sia abbastanza palese questo mio amore incondizionato per loro. Per ultimo, direi i Club Dogo, perché sono stati i primi che ho ascoltato del rap old school super dritto. Sono impazzito per loro a livello di metrica e di stile.

Come sei riuscito a inserirli nella tua musica?

E’ una cosa che arriva, in realtà. Io faccio una canzone e, magari, noto che quel giro di chitarra mi porta a fare cose cantautorali e, invece, ogni tanto, mi accorgo che il mood di quel pezzo mi ricordano i Club Dogo. Nel momento non me ne accorgo, ma, a posteriori, magari mi dico:”Cazzo, identico, chiaramente ispirato.”. Comunque, direi che queste cose si mischiano in modo abbastanza naturale.

Parlando di Come Minimo, ho notato il matrimonio artistico molto consolidato con Mr. Monkey. Come siete riuscite a incontrarvi? Che contributo dà lui alla musica e cosa metti tu?

Ci siamo trovati perché l’etichetta ci ha messi in contatto. Prima di Maciste, non sapevo nulla di questo mondo, non conoscevo nessuno. Maciste è stata un po’ il filo che ci ha unito. Non so nemmeno dirti cosa succede in studio fra me e lui. E’ una cosa difficile da spiegare. Si comincia da un provino, da ciò che vuoi, e si arriva a contaminazioni da parte mia e da parte sua che stupiscono anche me mentre succedono. Diciamo che l’apporto è lo stesso, perché lui dà spunti a me e io a lui. Alla fine, escono delle mine incredibili, mi permetto di dire.

La musica la si può scrivere, la si può creare, la si può registrare e la si può suonare dal vivo. Se dovessi scegliere una sola di queste cose, quale sarebbe e perché?

Banale, ma direi suonare dal vivo. Attualmente è la cosa che ho fatto meno, anche se, comunque, quest’estate ho suonato, ho fatto anche un bel po’ di aperture e di festival. Ero solo, tra l’altro, solo voce e chitarra, quindi abbastanza pesante, ma in realtà una figata, c’è solo un po’ di ansia all’inizio. E’ la cosa che mi manca di più, ma è anche quella che rappresenta meglio, secondo me, il fare la musica. Poi c’è un pubblico con cui ti confronti direttamente. Quando suoni, tutto quello che vuoi dire, passa. Quindi sì, è la dimensione più bella per tutti, credo. Tranne per i Beatles, che preferivano registrare e non suonare dal vivo, ma loro erano i Beatles.

Quest’estate hai aperto date di artisti indie molto importanti, come Gazzelle, Frah Quintale e Psicologi. Come è stata questa esperienza di primo tour? In quale occasione ti è piaciuto di più aprire e per quale cantante?

Le prime date erano sempre tostissime. Il pre date era ansia a palla, il non riuscire a parlare e via così. Man mano che suonavo, sono riuscito a gestirmela meglio e a godermi gli aspetti belli. Quello che rischi, infatti, è di non goderti l’esperienza del concerto. Io suonavo in contesti grandi, perché, aprendo per gente grande, non avevo il palchetto da 50 persone. E’ stato un bell’impatto, poi ho imparato a gestirla e ad apprezzare quella cosa. La migliore data che ho fatto a livello emotivo è stata quella degli Psicologi per vari motivi. Uno perché li stimo, li conosco e li ascolto, quindi anche beccarli è stato super bello, così come sentirli. Due perché la data era a Palermo, a casa mia, quindi avevo mia madre e mio padre nel pubblico, insieme a tutti i miei amici. E’ cosa che ricordo bene, perché, per me, è stata allucinante.

Sei giovanissimo e già hai partecipato a un concerto importantissimo, il Mi Manchi (Mi Ami) di Milano. Ti sei sentito all’altezza di stare su quel palco? Come ti sei sentito?

Forse non mi sono sentito all’altezza, perché io ho difficoltà a sentirmi all’altezza delle cose quando mi succedono. Forse dopo un po’, dico.”Bah, poteva andare peggio.”. Anche in quel caso, poteva andare peggio, ma poteva anche andare meglio, perché potevo essere più rilassato e giocarmela in maniera più tranquilla. Penso che se non passi per quelle cose, non cresci. L’ho affrontata, a posteriori farei qualcosa in maniera diversa (ma come sempre quando ripenso alle mie vecchie esperienze in tutto), però non rinnego. Anzi, c’è stata un’emozione difficile da descrivere.

Il tuo modo di scrivere è personale, però c’è sempre un richiamo a un mood collettivo, a un noi. Tutti possiamo, in qualche modo, rispecchiarci nelle tue liriche. Da che cosa nasce? E’ intenzionale questo spunto?

Nasce dal fatto che, a livello di ascolto personale, quando sento che qualcuno parla in maniera troppo specifica di qualcosa che lo riguarda, la canzone è sua ed è difficile che diventi di altri. Siccome penso che il periodo storico ci faccia capire come, in realtà, viviamo tutti, più o meno, con gli stessi problemi, io provo a scrivere sapendo che tantissime altre persone passano certe cose. Mi piace, anche perché poi una persona magari mi scrive:”Bella fra, sto piangendo, perché anche io sono una merda.” e io le rispondo:”Fra, siamo tutti una merda.“. Secondo me è un valore aggiunto.

Quindi, ti viene spontaneo o cerchi questo elemento?

Viene spontaneo, ma spesso lo cerco. Se qualcosa non mi torna e dico:”Cazzo, però è troppo”, vedo di ampliare un po’ il raggio. In realtà non è un discorso generale, perché se riesci a fare una canzone che parla di te in maniera super autentica, quello è anche un valore aggiunto. Però, io preferisco un altro tipo di narrazione.

Parole Peggiori forse è la tua produzione più brit pop e soft rock, anche se sono influenze presenti anche nel tuo EP precedente. Cosa ti ha spinto al cambiamento? E’ una direzione che continuerai a percorrere?

Il pezzo è nato con la chitarra, quindi già nei provini che avevo fatto in camera mia ci sentivo quella chitarra distorta, marcia, quella batteria. Confrontandomi col produttore, Iacopo Sinigaglia, che è un grandissimo, abbiamo pensato che la strada da percorrere per Parole Peggiori fosse quella. Anche nelle cose nuove questo stile c’è, perché comunque è il mio, mi coinvolge anche a livello compositivo.

C’è un messaggio che vuoi veicolare con la tua musica?

Coi messaggi ho un rapporto un po’ complicato, perché ho sempre pensato che la musica possa mandare un messaggio oppure no. Dare un fine ultimo alla musica non l’ho mai trovata una cosa centrata. Il mio messaggio è un po’ comune a chi fa musica, è una priorità di tutti i musicisti: portare fuori da me cose che mi succedono, che penso o che sento. Il messaggio è quello: sono io fuori da me, nello scritto e nelle canzoni. Non credo esista un messaggio universale, anche perché è pericoloso parlare di messaggi con la musica. Ci si può fraintendere, tipo i boomer che dicono:”Inneggi all’uso della droga”. Cazzo, io mi drogo, non è che sto inneggiando all’uso della droga.

Cosa direbbe il Giuseppe di adesso al Giuseppe 15enne? E cosa direbbe il Giuseppe di 15enne a quello di adesso?

Sulla prima ti dico:”Fottitene“, in generale. Da me, a Palermo, negli anni post scuole medie, non era proprio ben vista bene la cosa di suonare. Chi non la faceva, criticava; ho vissuto anni un po’ particolari a livello emotivo. Non dico bullismo, ma sicuramente robe brutte. Quindi, “Fottitene, fai le tue cose e bella”. Paradossalmente, quello che direbbe il me più giovane è la stessa cosa. Adesso, da quando faccio le cose con più serietà, ho più ansie di quelle che vorrei avere, ma inevitabilmente, a livello di tempi, sul futuro. Quando, da ragazzino, suonavo su un palchetto con la band di merda che avevo, non me ne fregava un cazzo, mi godevo il momento. Quindi è lo stesso consiglio da entrambi i me, in contesti diversi.

Hai 20 anni e sei già sotto un’etichetta importantissima come Maciste, dove sei una delle leve più promettenti e sponsorizzate. Come ci si sente?

Torniamo il discorso del me 17enne che andava a guardarsi i Canova e che diceva:”Cazzo, vi amo”. Ci si sente strani. Il punto è anche rifletterci, perché magari quando suonavo in giro per gli affari miei ero più rilassato. Ora, a volte mi fermo e penso:”Cazzo, ho un contratto con Maciste Dischi“, che è quasi surreale. Tutto dipende da come ti approcci alla cosa. Se esco un po’ da ciò che mi è successo recentemente, è strano pensare che sono qui ora, però non ci penso, quindi mi salvo.

Ti senti capito veramente dai tuoi ascoltatori?

Sì, anzi. La gente che mi ascolta mi sembrano fratelli e sorelle, da quello che mi scrivono. Questo non me lo aspettavo. Da quando ho cominciato, il fenomeno degli haters, di chi non ti capisce, di chi ti fraintende, non l’ho mai vissuto. Anzi, sento che le cose arrivano e che arrivano come devono arrivare, anche se non c’è un modo univoco.

Guardando al futuro, hai degli obiettivi musicali da raggiungere?

No. Potrei dire sì, ma preferisco dirti no per mia salute psicologica. No, l‘obiettivo è fare la musica e poi si vedrà.

Se ti chiamassero l’anno prossimo all’Ariston, ci andresti?

Sì, ma non per una questione di obiettivi, più per una questione di orgoglio di essere su quel palco e di opportunità. La mentalità è fare tutto quello che puoi fare perché è una figata. Il 99% delle cose che fai è una figata in quest’ambito. Ovvio, non devo programmare la mia vita per andare a Sanremo l’anno prossimo.

I tempi di Covid hanno ostacolato o accelerato il tuo processo creativo musicale?

Ho cominciato a scrivere in quarantena, quindi credo che questo merito vada dato al Covid. Sotto altri punti di vista è stato una merda. Continua a essere brutto il fatto che non si possa suonare, il fatto che non si possa sperimentare la situazione live, che è quella che ti lancia e che ti fa conoscere. Però il processo creativo ha avuto ripercussioni positive.

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