La Febbre a Febbraio di Gianni Bismark

da | Feb 18, 2022 | Recensioni singoli

Meno di ventiquattro ore fa è uscito il nuovo singolo di Gianni Bismark, Febbre a Febbraio, in collaborazione con Lil Kvneki degli Psicologi e prodotta da Enemies C’è poco da fare, quando si tratta di Gianni Bismark tocca levarsi la polvere di dosso ed osservarla cadere. Cosa intendo con questo? C’arriveremo più tardi. Adesso, dirò […]

Meno di ventiquattro ore fa è uscito il nuovo singolo di Gianni Bismark, Febbre a Febbraio, in collaborazione con Lil Kvneki degli Psicologi e prodotta da Enemies

C’è poco da fare, quando si tratta di Gianni Bismark tocca levarsi la polvere di dosso ed osservarla cadere. Cosa intendo con questo? C’arriveremo più tardi.

Adesso, dirò un’altra cosa che capiremo insieme nel corso di queste righe: Febbre a Febbraio è una canzone coraggiosamente romantica.

Metti i piedi a terra il viaggio è lungo…

Non avevamo ancora fatto in tempo a riprenderci da C’avevo un amico che Gianni Bismark torna a sferrarci l’ennesimo colpo di grazia. Se alle volte raccontarsi sembra difficile, questa teoria pare non valere per lui.

Febbre a Febbraio è uno scenario che si racconta a cuore aperto ed anche se, bagnato dalla pioggia, resta lì immutato ad osservare, ad osservarsi e a lasciarsi scaldare dalle immagini dei passi infranti sotto alle suole. Niente diventa ruggine quando riesce a contrapporsi al dimenticare.

Ed è per questo che, quando ascoltiamo brani del genere ci sentiamo parte in causa, perché nessuno riesce mai veramente a dimenticare.

Siamo mancanze che raccontano mancanze e questo, anche se potrebbe suonarvi tremendamente deprimente in realtà ,non lo è affatto, è soltanto reale.

E la realtà alle volte, oltre a farci incazzare, ci fa pure un po’ paura.

La fragilità dei ricordi sta nei dettagli, basti immaginare una diga per comprendere. Ci sta sempre quel bastoncino pronto a cedere e far lacerare tutto. Lo stesso vale per noi, i nostri bastoncini sono gli aloni lasciati dalla condensa di una bottiglia di birra appoggiata sopra ad un muretto e Gianni Bismark è un maestro nel ricordarceli.

Ah e dammi il cinque

non mi piange che ti piango sopra

ti aspetto al vicolo del cinque per qualche battuta

la tua mezz’ora sarà quasi un’oretta

Per questo dico che questa è una canzone coraggiosamente romantica, perché raccontare d’amore non è mai semplice, poiché si tratta d’andar a togliere della polvere, ma raccontare di come questa polvere ha toccato il suolo, di come si é sparsa nell’aria per finire ancora una volta nel nostro respiro è un tutt’altro par di maniche.

L’ambient è il solito: intimo, sincero e confidenziale, sembra quasi d’esser lì nell’ascoltarlo.

Ogni barra, uno scricchiolio di foglie calpestate, ogni riff, il collidersi d’un bicchiere che s’incontra con un altro prima di frantumarsi sul pavimento. La tecnica di scrittura è una delle più utilizzate ultimamente, ma in pochi ne hanno trovato un’appartenenza. Gianni è uno di questi.

Scrivere per immagini, per quanto possa suonare semplice, in realtà, è una delle cose più difficili da fare. L’errore è sempre dietro l’angolo, ed abbiamo molti esempi sul panorama musicale che dimostrano quanto sia semplice perdersi all’interno di questa tecnica.

Febbre a Febbraio invece, cammina a piedi nudi nelle stanze della memoria e lo fa con il rispetto che questa merita.

Chiara, decisa e puntuale, sa già dove vuole arrivare e non sbaglia d’un metro il suo percorso. Il titolo ne è una dimostrazione chiara e lampante, infatti non poteva esistere un epiteto migliore di questo per sugellare la metrica, l’intensità ed il quid della canzone.

Poiché è un po’ così che ci si sente durante l’ascolto: malati consapevoli.

Insomma, diciamocelo chiaro e tondo, alla fine siamo un po’ tutti malati di malinconia.

L’aggiunta di Lil Kvneki poi, ci butta al tappeto.

L’armonizzazione delle due voci nel ritornello è un’ulteriore presa di posizione rispetto a ciò di cui parlavo prima e che mi sento d’evidenziare.

Con la febbre a febbraio

come respirare a polmoni aperti

siamo delle birre sopra specchietti

cadi e ti fai male ma non ti spezzi

La prima strofa è un’overdose d’introspezione, ci lascia assorti a perdere lo sguardo fuori dal finestrino e poi, come una gettata d’acqua gelida in faccia, ci sveglia e ci ritroviamo a cantare a squarciagola il ritornello della canzone con una consapevolezza tutt’altro che malinconica, ritrovando i pezzi dello sguardo che avevamo perso poco fa.

Il filone delle nuove produzioni di Bismark sta prendendo un taglio diverso dal solito, ancora più introspettivo, ancora più schietto, e basandoci sulle ultime due rilasciate, sembra approdare in un viaggio all’insegna del ricordo.

Gianni Bismark mi aveva insegnato ad osservare con attenzione fulminea i dettagli del quotidiano, ad oggi, voglio ringraziarlo per avermi concesso di camminare sui pavimenti della memoria e di farlo con il rispetto che merita un ricordo.

Ad ogni modo, non voglio rubarvi altro tempo.

Io la mia l’ho detta ed adesso non mi resta che augurarvi un buon ascolto.

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