Chi ha detto che Ottobre rosso sia solo di Mecna e Ghemon?

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Ottobre è uno strano mese. Strani i colori, si passa dal grigio cupo del cielo all’azzurro denso delle mattine di sole, dal marrone intenso della terra bagnata al rosso vermiglio delle foglie adagiate su di essa.

Ottobre rosso di Mecna & Ghemon è un piccolo arco carico di frecce scagliato verso quel mondo del rap a volte troppo truce, quasi come se non potesse contemplare sfumature più morbide, come se non potesse alternare le carezze ai cazzotti, come se non ci fosse spazio, per le dediche e i ringraziamenti, di sedere alla stessa tavola dei dissing.

Soffermiamoci su Ottobre rosso di Mecna & Ghemon, sostituiamo il destinatario del messaggio, adattiamo il brano alle nostre esigenze: ecco, ora è la nostra.

Tutti abbiamo qualcosa o qualcuno a cui dedicare un brano capace di abbracciare, ma al tempo stesso tirare delle bordate capaci di scaraventarci a terra privi di sensi.

Ottobre rosso è quella persona che ci ha deluso dopo averci amato, quell’amico che ci ha lasciato da soli in mezzo alla tempesta, quel datore di lavoro che troppe volte ci ha chiuso la porta in faccia privandoci di crescere.

Forse è banale parlare sempre e solo d’amore, ma non è stato di certo Cromosomi a dire che l’amore muove il Sole e le altre stelle, e allora facciamolo che male non fa, anzi…

Tu che hai sognato un posto lontano
Io che invece sognavo di farmi una vita tranquilla e una villa così
Scherzo, ti pare che voglia una villa
Io voglio un bambino, un amore disperso
Una cosa che tengo, una cosa che ho perso

Un salto nel passato, a quei progetti troppo frettolosi, a quei castelli costruiti in aria, meno solidi certo del castello errante di Howl. Quelle parole che avevano un peso, prima di diventare eteree, prima di diventare vento. A volte dobbiamo fermarci, restare immobili, smettere di fare vento. A volte dobbiamo ascoltarlo il vento che porta ottobre, un vento che ci smuove come rami secchi, che lascia cadere pezzi di noi come foglie. Un vento fatto di parole, di azioni, di sguardi, di sensazioni.

Tu che giuravi da sempre su Dio
Che qui niente ti avrebbe cambiato
Non scordo com’eri, per qualcuno sei tutto
Per me sei la cosa che mi ha fatto fare chilometri a piedi
Con le strofe segnate sui vetri

Le parole sono importanti, bisognerebbe contare fino a dieci, anzi venti, prima di proferirle. Il mondo è dei cinici, per i sensibili quelle parole inizialmente coperta accogliente diventano un rogo di spine, lasciano il segno.

Ci dicevano che non sarebbero cambiati, dicevano. E poi? Come sempre, finisce come sempre.

Quei viaggi in macchina di notte, sotto la pioggia con i vetri appannati, le attese sotto casa, la canzone nostra che accompagna fiumi di parole che finiscono scritte sui vetri, da quelle mani che mai più hanno toccato noi.

Restano gli aloni, come se fossero delle incisioni. Un promemoria perenne su quello che è stato e che non sarà, un modo per cercare di non cascarci ancora, forse per non farci trovare impreparati, forse per diventare un po’ più spietati.

Esecutori finali dell’amore nel mese di ottobre, un Ottobre rosso sangue di quello che imbratta le pareti mentre dormiamo, mentre sogniamo.

Però ho ancora dei sogni che il tempo non porterà con se
Non affido i bagagli ad un concierge
Pensaci, che in fondo non servi così come pensi
Non è speciale la vita che ostenti

Realizzare di poter camminare, da soli, sotto la pioggia di ottobre, di essere liberi di andare nei parchi a calpestare le foglie secche e sentirne lo scricchiolio, di farsi attraversare dal vento, siamo ancora vivi, è il nostro Ottobre rosso.

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