Leon Faun: “Ho avuto la fortuna di poter essere me stesso”

da | Interviste

Dopo il successo dell’album esordio, C’era una volta, abbiamo fatto due chiacchere con Leon Faun, una rivelazione artistica eclettica dalla penna inconfondibile ed una profonda umanità

Apripista di un nuovo filone, quello del fantasy rap, Leon Faun dà vita attraverso i suoi brani ad un proprio personale mondo costellato di riferimenti che attingono dal suo ricco bagaglio di libri, fumetti, giochi e film che lo hanno formato fin dall’infanzia, con testi e giochi di parole dal carattere immaginifico.

C’era Una Volta è il suo primo album ufficiale, tredici tracce che proseguono e arricchiscono la direzione intrapresa e che per la prima volta sono strettamente legate al vissuto di Leon.

Quello di Leon Faun è un percorso unico nel suo genere in cui confluiscono due speculari esperienze e linguaggi: quello cinematografico -il giovane artista romano infatti, è stato protagonista del film “La terra dei figli” girato da Claudio Cupellini e distribuito da 01 distribution, dal il primo luglio al cinema, a fianco di nomi illustri come Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Maria Roveran– e musicale, con la pubblicazione di singoli di successo che hanno totalizzato milioni di stream e views (tra cui spicca la sua traccia più famosa “Oh Cacchio” che ad oggi conta oltre 16.5 milioni di stream), portandolo ad essere riconosciuto come una tra le penne più interessanti e innovative della scena rap e trap italiana.

Abbiamo così deciso di approfondire un po’ il suo mondo che Leon ci racconta così.

Sei fresco di esordi artistici, sia sul piano musicale che cinematografico, è stato difficile lavorare ad entrambe?

Nel 2019 sono stato preso per girare “La Terra dei Figli” e mentre giravo il film, ho pubblicato Oh Cacchio, che è il pezzo che mi ha fatto fare quel salto che mi ha poi portato a fare della musica il mio lavoro. Ai tempi mi stavo occupando soltanto del film, adesso che le mie due passioni sono diventante entrambe un lavoro, magari potrebbe diventare difficoltoso.

Il 25 giugno è uscito il tuo primo album esordio C’era una volta. Tu sei conosciuto per la tua penna molto particolare, in quanto apripista del filone fantasy rap, in questo disco invece, le 13 tracce raccontano una realtà?

Non in particolare, ma con questo disco nuovo, ho sentito la necessità di approcciarmi al foglio in un modo diverso. Magari prima andavo a creare delle immagini più particolari tramite le parole, mantenendomi molto sul criptico, invece questa volta ho cercato di raccontare qualcosa, anche dei frammenti di me in modo personale, cosa che prima non avevo mai fatto. C’era una volta, appunto prende il nome proprio da questo.

A proposito di frammenti, qual è la traccia che senti più tua?

Probabilmente proprio la title-track, C’era una volta. L’ho scritta in venti minuti, è stato proprio uno sfogo istantaneo, considerando che io sono molto lento nella scrittura.

 

Quando nasce la tua passione per la musica?

Mio padre, sin da quando ero bambino, era appassionato di Jimi Hendrix, ed è stato proprio lui a farmi scoprire questo panorama musicale ( vedi i Beatles, i Queen, ecc) e quindi i miei ascolti si sono spostati su quel panorama là e da queste influenze ho poi iniziato a suonare la batteria. A dodici anni invece, mia madre, mi ha fatto scoprire Eminem. Mi sono subito appassionato al rap, anche perché mi son reso conto che lui riusciva a fare con la voce quello che io facevo con la batteria. Da li a poco, ho scoperto Salmo e sono impazzito.

La tua è una penna molto particolare ed innovativa, da cosa nasce questa scelta stilistica?

In realtà, per quanto riguarda la scrittura chiara e diretta, mi sono sbloccato da poco, prima forse per un fattore di insicurezza, non riuscivo a parlare di me nello specifico, quindi ero più criptico nei testi. Non sono mai andato a ricercare un mondo in particolare, vado molto a sensazione, scrivo di quello che vivo e provo in quel momento.

I tagli stilistici di C’era una volta sono molto personali, è più difficile raccontare un vissuto oppure creare una fantasia?

Penso che sia proporzionale, ad ogni modo, dipende dal vissuto. Alle volte ci sono alcuni vissuti che sono molto più complicati dell’inventarsi una cosa da zero.

C’è un messaggio in particolare che vuoi lanciare con la tua musica?

Non ho mai avuto la presunzione di portare un messaggio, però quello che spero, è di riuscire a spronare i giovani a fare arte. Ma soprattutto a farla nel modo che più ci piace e ci rappresenta, perché una cosa che ho notato ultimamente è che ci si sta perdendo nell’omologazione del prodotto. Io ho avuto la fortuna di poter essere me stesso.

Prima che la musica diventasse il mio lavoro, scrivevo e cantavo per hobby, quando è esploso Oh Cacchio sono rimasto senza parole perché il mio intento non era quello. Io ho sempre voluto, sin da bambino, fare l’attore. La cosa che mi divertiva di più nel fare uscire i pezzi era quella di poter lavorare al video, mostrandomi come una sorta di marionetta in cui interpretavo il protagonista del pezzo, era quasi più una sorta di allenamento registico. Per questo credo fortemente che, essere se stessi, sia la vera chiave di svolta.

Il fatto di essere riconoscibile come penna ma anche come personalità e carattere è un grosso vanto ma anche una grossa responsabilità. Hai mai avuto paura che il tuo mondo non venisse compreso?

No, anzi, ho avuto più paura di rimanerci imprigionato che non venisse compreso. Essendo che l’ho fatto così, molto spontaneamente, la gente l’ha subito apprezzato e l’ha subito fatto suo. Questa cosa all’inizio mi aveva spaventato, (il fantasy,) proprio perché avevo notato questo attaccamento fortissimo da parte del pubblico ad Oh Cacchio, ed avevo paura che si venisse a creare l’effetto Daniel Radcliff, ma poi con C’era una Volta ho deciso di spaziare e lasciarmi libero.

Quindi si può dire che è più forte la curiosità nello sperimentare e conoscere nuove tecniche piuttosto che quella di far prevalere una precisa identità?

Esatto, è quello che ho cercato di fare in C’era una volta, non rinnegando niente del precorso che mi aveva portato fino a li, anche perché se l’ho fatto è perché mi sentivo di farlo, ma dandomi la possibilità di poter scrivere sempre cose che sento mie variando i tagli stilistici.

Il tuo prodotto, ma anche le esigenze e le urgenze artistiche sono cambiate dai brani che avevano preso parte alle Cronache di Marion, in cosa ti senti diverso?

Personalmente in niente, è soltanto cambiata la musica ma io ho sempre cercato di fare quello che sentivo, ed oggi continuo seguendo questa filosofia di pensiero. Ho sentito necessario uno sfogo, dettato probabilmente dalla quarantena, l’ultimo anno e mezzo mi ha fatto proprio affrontare il foglio in modo diverso e mi è venuto spontaneo così come prima mi veniva spontaneo parlare di temi più immaginari.

 

Nel tuo percorso, iniziato da Oh Cacchio ad oggi, c’è una persona che ti ha sempre accompagnato, possiamo dire che il rapporto affettivo con Duffy ti abbia permesso di garantire quella verità e quella direzione che volevi dare alla tua arte?

Assolutamente, Duffy è parte integrante di questo progetto ed è importante tanto quanto me. Lavoriamo insieme da tantissimo tempo, ci conosciamo dalla scuola materna, quindi si è proprio formato un rapporto, oltre che lavorativo, anche umano, che ci permette di entrare in sintonia quando siamo insieme in studio di registrazione. Nell’ultimo anno e mezzo anche lui ha avuto il suo upgrade e quindi adesso è molto più facile capirsi al volo per sviluppare un progetto. Anche nell’album abbiamo deciso di non omologare nessuna traccia, andando a differenziarle tutte ma allo stesso modo mantenendo un filo conduttore che raccontasse una storia.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo adesso?

Sto scrivendo alcune cose però non ho piani precisi, preferisco prima avere in mano un prodotto che mi soddisfa e sento la necessità di far ascoltare piuttosto che pormi delle scadenze entro le quali produrre. Stiamo comunque portando avanti il tour

Raccontaci dei live, com’è stato fare il tuo primo concerto?

Quello di Brianza è stato il mio primo concerto ufficiale, è stato roba da andare fuori di testa! Sentire le persone cantare i tuoi pezzi live è bellissimo, proprio energicamente parlando, il live è il focus del percorso del percorso di un artista. Poi io sono uscito con Oh Cacchio due mesi prima della pandemia, quindi non ho avuto la possibilità di instaurare un rapporto con le persone che mi ascoltano dal vivo. Guardarli in faccia è stato una figata incredibile.

Parlando di passioni, da piccolo volevi fare l’attore, quindi nasce prima la passione per il cinema rispetto a quella per la musica?

Esatto, nasce prima quella per il cinema rispetto a quella per la musica.

Il 1 Luglio è uscitoLa Terra dei Figli, come è stato lavorare ad un progetto così importante?

E’ stato da andare fuori di testa, proprio a partire dal fatto che fosse questo progetto. Sin da piccolo ricordo che dicevo ai miei genitori che avrei voluto recitare in un film distopico, in un mondo in cui avrei dovuto farmi strada e combattere, ed è poi stata la trama de La Terra dei Figli. Quando ho letto il copione, sono rimasto scioccato perché sembrava proprio quello che preannunciavo da piccolo. Io ci credo molto a queste cose, sono molto spirituale e penso che tutto accada per un motivo.

Il film è stato una bella impresa, una bella sfida, anche personale. E’ un ruolo che ho sentito molto fraterno per varie cose, fra cui il fatto che fosse una storia che parlasse del legame fra padri e figli. Un mese prima delle riprese mio padre è venuto a mancare e questa è stata una cosa che ha inciso tantissimo anche a livello interpretativo. Ed inoltre il film è uscito il 1 Luglio e proprio durante la giornata del festival di Taormina, Oh Cacchio è diventato disco d’oro, ed era il singolo che avevo pubblicato durante le riprese del film. E’ come se si fosse chiuso un cerchio.

Ti piacerebbe scrivere una tua sceneggiatura?

Quello è un passo molto importante, è una grande responsabilità scrivere una sceneggiatura, è un lavoro molto più complesso che quello dell’attore secondo me. Se magari un giorno mi vorrò focalizzare su quella cosa mi ci metterò proprio in completezza, per il dietro le quinte ci vuole molto impegno e studio. Per adesso mi sto focalizzando sul fare l’attore, magari più avanti sarebbe figo poterci pensare.

Parlando di tempo, hai paura del futuro?

Forse più del passato. Ora come ora, per come sto affrontando il futuro da quando è iniziata la pandemia non vedo l’ora che arrivi e basta, prima magari ero un po’ più insicuro, adesso che ho trovato la mia strada, che riesco a fare della mia passione il mio lavoro ho solo voglia di farlo e di vedere il domani.

 

 

 

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