“Finirà la solitudine”, l’intervista a La Scapigliatura

da | Arte, Interviste

In occasione dell’uscita, il 25 giugno, del nuovo singolo Gli Indifferenti che anticipa il secondo album in arrivo in autunno, Cromosomi ha fatto quattro chiacchiere con La Scapigliatura.

Il duo dei fratelli Bodini ritorna con dei temi che sfiorano quell’esistenzialismo necessario, oggi, ad essere meno indifferenti.

Se vi trovate a passeggiare per Milano in questi giorni, troverete dei manifesti bianchi sparsi per la città che portano la scritta: “Finirà la solitudine”. Scannerizzando il QR code presente su di essi, avrete accesso ad una chat Whatsapp e poter comunicare direttamente con Niccolò e Jacopo.

“Ci sono molti modi”, direbbero gli Afterhours, per combattere l’indifferenza e la solitudine.

Siete stati qui a Milano il 23 giugno a la Casa degli Artisti in occasione della presentazione del nuovo singolo, Gli Indifferenti, che anticipa finalmente il vostro secondo album in arrivo dopo l’estate. Com’è andata? Com’è stato ritornare quasi alla normalità?

Niccolò: E’ stato bellissimo! E’ stato emozionante anche perché avevamo pensato a un live set, essendo una presentazione del singolo, che non sovrapponesse troppe canzoni. Quindi abbiamo deciso di fare soltanto quella canzone con la proiezione anche del video e di costruire proprio un concerto che è diciamo, un pò l’altra faccia de La Scapigliatura, di pura elettronica. E’ vero che siamo molto attenti alle parole, abbiamo vinto il Tenco (La Scapigliatura ha vinto il Premio Tenco 2015 per la migliore opera prima n.d.r.) che premiava soprattutto quello, però, abbiamo un dark side berlinese dentro. Quindi è stato molto bello, è stato emozionante, emotivo! C’era la gente che non poteva ballare però si vedeva che si muoveva.

Questa cosa del non poter ballare è terribile.

Jacopo: Io ballo al supermercato! (ride) Non so se ti è mai capitato. Nei supermercati, soprattutto nel lockdown che erano gli unici posti frequentabili, c’era musica ed era quella situazione in cui automaticamente veniva spontaneo mettersi a ballare!

Sin dal primo disco, che è un disco ricco di spunti e riferimenti culturali, siete soliti fare citazioni culturali importanti: dal tributo a Nanni Moretti nel videoclip del brano con Arisa, a L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, al nuovissimo video de Gli Indifferenti, che è un remake milanese di un video dei The National. E’ come se la citazione diventasse il vostro espediente stilistico narrativo. Credete che la citazione possa essere in qualche modo un canale di trasmissione culturale o un modo per far rivivere certe opere o artisti del passato?

Niccolò: Hai colto perfettamente il senso del nostro utilizzo della citazione che da un lato appunto è diventato un mezzo, come se fosse un link di internet per poter accedere a un contenuto che magari era un pò sepolto da qualche parte, dall’altro è un atteggiamento creativo di scrittura perché siamo molto postmoderni in questo, cioè siamo in un’epoca in cui tutte le grandi rockstar ci sono già state, tutte le canzoni più belle sono già state scritte quindi sarebbe impensabile pensare di superare o anche solo di raggiungere i Pink Floyd, David Bowie o che ne so io…quindi in questo momento è bello poter utilizzare questi canoni che sono già stati espressi e poter costruire con questi un nostro punto di vista e creare una nostra estetica.

La roba figa è proprio il fatto che viviate in due città diverse tra la Francia e l’Italia che è certamente una fonte di arricchimento in termini di influenze musicali, cioè avere un background internazionale e la visione da vicino della situazione discografia da entrambe le parti non è una roba da sottovalutare. Dalla vostra musica ad oggi si percepiscono influenze dall’elettronica berlinese. Dalla Francia, invece, cosa assorbite? E tu Jacopo, che ci vivi, cosa ne pensi di un gruppo come La Femme, per esempio?

Jacopo: Devo dire che in Francia ci sono tanti gruppi come La Femme o un altro che ascoltiamo molto è Sébastien Tellier che da anni mischia ormai molto bene cantautorato ed elettronica. Anche nella nostra elettronica c’è comunque un pò di Berlino e un pò di French touch perché comunque un pò ci piace qualcosa di leggermente più morbido, suadente. Devo dire che La Femme sono riusciti a creare una scena indipendente, alternativa che funziona bene. Hanno un buon riscontro pop e sono arrivati tanto anche in Italia, quindi ci piace confrontarci anche con loro e speriamo di suonare anche di là.

Niccolò: E’ bravissima anche Lous and The Yakuza la ragazza trapper che ha fatto Dilemme che è un pezzo eccezionale perché comunque se ci pensi è una canzone trap con certe sonorità e un certo tipo di pubblico di riferimento. Però, già dal titolo ti fa capire l’attenzione che mettono loro a certe cose.

Siete nati come musicisti acustici e vi dilettate con l’improvvisazione elettronica. Come gestite questo tipo di produzioni a distanza?

Jacopo: Da quel punto di vista aiuta l’elettronica più che l’acustico perché è una cosa che puoi fare anche più facilmente a distanza. Diciamo che ha seguito un pò quella che è stata la nostra concretizzazione musicale: nel senso che all’inizio abbiamo fatto un disco dal niente, nel senso che è stato il modo in cui abbiamo lanciato il progetto e quindi abbiamo fatto quello che volevamo in studio perché, essendo polistrumentisti, ci siamo divertiti a suonare tutti gli strumenti possibili e immaginabili. Poi, portandolo dal vivo ci siamo resi conto che in due la strada dell’elettronica sembrava il modo più naturale possibile per suonare davvero ed essere solo noi due, perché alla fine ci piaceva questa cosa di mantenere il duo anche sul palco. Diciamo che è stata un pò la prosecuzione naturale di tanti concerti che abbiamo fatto live in cui ci siamo detti: “questi strumenti sono quelli che ci permetteranno di suonare più strumenti alla volta però suonarli tutti dal vivo!” Quindi abbiamo messo tutto ciò che avevamo imparato dal mondo acustico nel mondo elettronico.

Quindi riuscite a gestire bene la produzione bene anche a distanza.

Niccolò: Sì, ma più che altro perché da un lato ci sono anche delle applicazioni molto fighe che ti consentono di fare prove: devi attaccarti con il cavo di rete. In realtà, per il tipo di spettacolo che facciamo noi è molto facile perché il computer può sostituire la persona fisicamente assente, quindi riesci tra virgolette a suonare le tue parti e tenere l’altro congelato lì e quando poi ci vediamo è ancora più bello perché tutte le cose che davi per scontato perché erano sempre uguali, poi cambiano e il tutto diventa ancora più magico.

Sei anni dal primo disco omonimo del progetto! Mi pare di capire che siete dell’idea di creare dei concept album che raccontino delle storie e questo richiede necessariamente del tempo, no?

Niccolò: Ci piace l’idea di scrivere delle canzoni su cui facciamo un bel labor limae per cui definiamo per bene tutto e, soprattutto, ci piace raccogliere degli stimoli che siano musicali, per cui ci vuole del tempo come quello che hai notato tu prima in un passaggio da un approccio più acustico ad uno più elettronico. Stimoli comunque anche culturali perché, poi, le cose che scrivi nelle canzoni devono nascere da dei conflitti e da situazioni della vita che devi vivere. Come dire…è difficile fare un bel disco all’anno. C’è chi ce la fa. Ci sono anche tanti scrittori che hanno scritto bellissimi libri e Moravia era, ad esempio, uno molto prolifico.

La produzione di un disco segue un pò l’iter della pubblicazione di un libro, no?

Niccolò: E’ proprio come un libro! Ci sono i capitoli e poi ovviamente puoi scegliere di fare un disco come se fosse un libro di racconti, quindi ogni canzone è diversa e ti piace per quello, oppure fare un disco dove c’è una coerenza maggiore. E’ anche bello quando ascolti le canzoni e te le immagini una in fila all’altra, come finisce una e come deve iniziare quella successiva proprio per creare quella continuità che, da un lato sembra che si stia un pò perdendo…ma come tutta la ciclicità delle cose: quella che adesso si chiama musica contemporanea che sono minuti di rumori, fischi e di suoni, in realtà è la musica pop del futuro. Quindi, sicuramente, da questa iperfrenesia si passerà ad un elogio della lentezza.

A proposito di letteratura e case editrici: quanto c’è di Moravia nel vostro ultimo singolo?

Jacopo: Bhé ce ne è un pò! Diciamo che è stato più un incontro dell’ordine della citazione, nel senso che non volevamo parlare del libro, non volevamo scrivere uno spin-off come avevamo per Tenera è la Notte del disco precedente. Però, quando abbiamo scritto il pezzo avevamo entrambi appena riletto Gli Indifferenti di Moravia e ci è sembrato che le due cose si parlassero e quindi dare quel titolo aggiungeva tutta una serie di riferimenti, rimandi e implicazioni che altrimenti non ci sarebbero stati.

Niccolo: Chiavi di lettura della canzone!

Infatti voi dite: “Sono insofferente alla retorica vuota e prepotente di una politica che lascia annegare la gente”. Moravia esordisce con questo romanzo con il quale va a dissacrare, forse inconsapevolmente, la vuotezza della borghesia che avrebbe abbracciato i valori fascisti del tempo. Quindi, per voi, chi sono Gli Indifferenti?

Niccolò: Gli Indifferenti sono tutti quelli che ancora non ci conoscono quindi sicuramente nel momento in cui dovessero conoscerci è difficile che restino indifferenti del tutto (ride) magari con disprezzo, o magari invece con passione però diciamo che non ci sentiamo così trasparenti. In termini moraviani, invece, mi ricordo bene che nel romanzo c’erano due tipi di indifferenti: gli indifferenti alle vicende dei protagonisti cioè a questa decadenza che incombeva, e dall’altra parte l’indifferenza di Michele che ha questo decadimento che comunque lasciava presagire nella disperazione e nell’angoscia, il desiderio di una rinascita. E siccome in questo momento per noi non esiste neanche nel nostro approccio alla musica l’idea della tendenza è ovvio che, inevitabilmente, ci scontriamo col fatto che è difficile sostenere un pensiero o un modo di suonare che si scontra spesso con delle logiche più consolidate, commerciali e rapide. Però allo stesso tempo, come dice la canzone: “Finirà quest’abitudine, finirà la solitudine.”

Vi lascio con una domanda che in realtà è più una mia curiosità. Nel comunicato stampa dichiarate: “Le canzoni sono sempre più di semplici canzoni. Sono modi di sentire e vedere il mondo, in cui ci si ritrova con altri che lo sentono e vedono in modo affine al nostro”. Quanto ci si debba fidare di chi sente e vede il mondo con occhi diversi dai nostri?

Niccolò: Si torna un pò a quella situazione di cui parlavamo all’inizio dell’intervista… del postmoderno, della citazione: cioè, siamo in una fase in cui tutto è già stato detto e tu puoi soltanto orientarti, fidarti di quello che ti attrae. La speranza è che, facendo riferimento a grandi certezze della letteratura e della cultura in generale, non ci sia il vuoto dietro nel momento in cui vi accedi. Noi nelle canzoni siamo un pò diversi da chi ascolta un certo tipo di musica in questo momento in Italia, però so che se ti lasci fidare come abbiamo fatto noi con i Baustelle, magari scopri che Piero Ciampi è un cantautore straordinario e non è soltanto un nome all’interno di una canzone che si chiama Baudelaire.

Jacopo: Infatti, sono pienamente d’accordo! In generale, vedere gli stessi film, ascoltare la stessa musica è quello che ci aiuta molto a creare delle relazioni, però comunque questo fatto di avere punti di vista diversi riesce a ricreare un certo tipo di collettività ed uscire dall’idea dell’individualità. E’ anche un pò questo il senso di quella frase nel comunicato: dopo un periodo come questo della pandemia in cui la cultura è stata solo fruizione individuale, risulta magico cantare ballare tutti insieme. Ricordo che al concerto dei Radiohead che su Paranoid Android l’Arena Civica di Milano cantava tutta insieme: “Rain down, raid down, come on rain down on me” e avevo dei brividi infiniti! Era un’esperienza che ti trasformava, che ti faceva uscire da te. Magari queste persone potevano essere diversissime da me e vederla in modo diverso su tante cose, però lì si era creato qualcosa.

Li ho sentiti a Firenze!

Niccolò: C’eravamo anche noi a Firenze a sentire i Radiohead.

Voi invece live estivi in programma o aspettate la tournée del disco in autunno?

Niccolò: Diciamo che aspettiamo il disco anche perché abbiamo in mente un concerto clubbing alla Battiato con canzoni e balli. No, senza balletti! Però con un bel live spinto per cui vorremmo approfittarne ad ottobre per tornare a suonar tanto.

 

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