Ma quanto ha da dire Margherita Vicario?

da | Interviste

In occasione del nuovo album Bingo di Margherita Vicario, abbiamo toccato con lei tematiche delicate. Femminismo e religione in primis.

Che Margherita Vicario abbia tanto da dire è fatto ormai noto.
La musica finisce intelligentemente tra le sue mani come un mezzo politico: intrattiene e diverte approfondendo, soverchiando le verità banali e oltraggiando le ipocrisie degli altri. In Bingo, il nuovo album uscito il 14 maggio 2021, conferma nuovamente il suo ruolo politico nella musica e noi ne abbiamo approfittato – forse un po’ troppo (ndr.) – per parlarne insieme a lei.

Ciao Margherita Vicario, come stai? Finalmente l’atteso “Bingo”!

Sono super felice, l’aspettavo da tanto. Pensa che addirittura con il mio produttore, Dade, ci chiedevamo: “ma sarà un po’ scarico questo disco?”. Sai, lo avevamo già ascoltato tutto, erano cose per noi sentite miliardi di volte. Invece poi, riflettendoci, sarebbe stato troppo.


È un disco pienissimo, bisogna dirlo. Tra l’altro è uscito contemporaneamente all’album Ira di Iosonouncane. Si contrappongono perfettamente.

Esatto, è l’opposto totale. Tra l’altro attendevo da cinque anni un suo album. Sono una sua fan sfegatata. (leggi la recensione qui)

Si può infatti dire che sono due album politici, seppur in maniera totalmente diversa. Mi confermi anche tu che il tuo è un album politico, no?

Credo proprio di sì. Parla di me in questo preciso momento storico.

Di te ci piace la maniera politica con cui affronti alcune tematiche, ma anche e soprattutto la maniera comica. Si dice che il tuo essere attrice si veda in tutti i brani. C’è tanto della recitazione nella tua musica?

Assolutamente sì. Mi diverte da morire, soprattutto nelle esibizioni. Sia perché mi piace fare quel tipo di performance, sia perché mi piace quando sul palco devo giocare a cantare le mie canzoni. Quest’approccio, la recitazione, è anche un mio metodo di scrittura. Poi ci sono anche brani che non sono per niente teatrali: Pincio, ad esempio è più da cantautrice.

Qualcuno ti definisce come colei che “fa pop per bambine ribelli”, in riferimento al femminismo. Cosa risponderesti, ad esempio, a Natalia Aspesi quando afferma che “il femminismo mainstream è una lagna”?

La reputo una persona di cultura molto alta, ma ha anche 92 anni e vive la nostra quotidianità in maniera diversa.

C’è anche una parte in cui afferma che ci servirebbero meno Aurora Ramazzotti e più Emma Bonino. (Qui l’articolo)

Io, ad esempio, mi sento abbastanza rappresentata da Aurora Ramazzotti. Certo, non ha scelto di fare carriera politica, ma ha comunque una sua visione politica. Cosa posso dirti sull’affermazione dell’Aspesi? Beh, non voglio spingermi oltre perché non ho letto le sue dichiarazioni, ma so che questo femminismo 2.0 porta con sé un grosso bagaglio di zone ombra. Penso che il femminismo social abbia un grosso lato positivo: dà un nome alle cose, fornisce dati, apre gli occhi sulle cose latenti. È una grossa fonte di risorse. Dall’altro lato, però, proprio perché è sui social, a volte rischia di essere molto più duro e tagliente di quanto lo sia in realtà. Purtroppo i social non sono dei luoghi di discussione, quanto più di esposizione. Non sono un luogo di dialogo. La questione del femminismo 2.0 è controversa: ha lati positivi e altri estremamente negativi. Già la tematica è abbastanza delicata di per sé, poi se si parla attraverso uno schermo di un corpo e dell’uso di un corpo – perché di base è di quello che si parla – insomma…
Motivo per cui nelle mie canzoni ne parlo, ma ci volo sempre molto leggera, perché non sono una sociologa.
Lo prendo “semplicemente” come un materiale di scrittura.

Come riassumeresti, invece, il rapporto di Margherita Vicario con la religione?

Consiglierei a tutti di andare a vedere “Dialogo su Fede e scienza”, tra Margherita Hack e il vescovo Giuseppe Zenti. Se devo dirti come la vedo, la vedo come lei. Lì vengono affrontanti grandi temi sulla nascita e la morte, ad esempio, sia da un punto di vista più dogmatico, che da uno più umano.

Ecco: tra preti, artisti e scienziati, io sto dalla parte degli artisti e degli scienziati, che infatti con la Chiesa non è che abbiano avuto sempre un buon rapporto. Poi per me ciò che rimane dopo la morte è il prodotto di una ricerca, non l’anima – che resta un concetto filosofico.
Se domani mi investe un tram, almeno a voi resta il mio disco.

Riguardo la collaborazione con Dade dici che è stato il padre stilistico dell’album Bingo e che ha voluto trovare un suono in te che fosse riconoscibile. C’è stato un brano in cui lui ha direzionato di più lo stile e un brano in cui l’ha fatto meno?

Per Pincio c’abbiamo impiegato tantissimi mesi. Non riuscivamo a trovare la veste adatta. Ci siamo detti di farla un po’ come i The Blaze e lì, per esempio, ha insistito molto lui e l’ho lasciato fare. Così abbiamo trovato la quadra. Al contrario invece nel brano Come noi. Ci siamo resi conto che mancava un pezzo piano e archi e così l’abbiamo fatto. Sono partita io dal piano e dalla voce, e poi lui mi ha aiutato a trovare il ritornello, in modo che non fosse  alla Tiziano Ferro – e cioè molto italiano – ma più quasi come un musical. Tutte le canzoni hanno avuto un lavoro di coppia e per i testi mi sono confrontata molto con lui. Gli ho parlato di un sacco di cose. Io scrivo molto più di quello che serve: scrivo 10 strofe e poi ne scelgo due, e lui mi aiuta nella selezione. 

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