Finale col botto nella settantunesima edizione del Festival di Sanremo: vincono i Maneskin, con Francesca Michielin e Fedez al secondo posto ed Ermal Meta a chiudere il podio.
Gli altri premi del Festival di Sanremo vanno a :
- Premio della critica “Mia Martini” è Willie Peyote con Mai dire mai (La locura)
- Premio assegnato dalla sala stampa radio-tv-web “Lucio Dalla” va a Colapesce e Dimartino con Musica Leggerissima
- Premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo a Madame per Voce, assegnato dalla commissione musicale
- Premio “Giancarlo Bigazzi” per la migliore composizione musicale è vinto da Ermal Meta con Un milione di cose da dirti, assegnato dall’orchestra.
Detto ciò possiamo tirare le somme dopo cinque serate di musica, fiori e scivoloni lessicali in un’edizione del Festival di Sanremo atipica, senza pubblico e attenta ai protocolli anti Covid. Una kermesse che ha la capacità di comparire e sparire in una settimana, per poi tornare l’anno successivo. Proprio come la fenice, Sanremo risorge dalle fiamme del politicamente corretto e dei luoghi comuni, credendo ogni anno di poter migliorare, ma poi ci ricasca e lui non lo sa e continua a scivolare.
Una rassegna che, col senno di poi, sembrerebbe dare ragione al direttore artistico, ma che nella pratica ristagna in un madornale errore: la valenza dei numeri.
Fare il direttore artistico della kermesse musicale più importante del Bel Paese è una responsabilità. Farlo senza avere conoscenze di base può comportare solo una cosa: l’effetto tritacarne di chi ancora non è pronto per quel palco, ma ha i numeri. Nulla contro Aiello, Fulminacci e Madame, attenzione. Anzi, questo pezzo tende a salvaguardare il loro operato, ma Amadeus non lo sa, apre le piattaforme streaming di musica, apre Tik Tok, guarda i numeri di ascolti e di trend, et voilà, ecco Random a Sanremo.
Ecco, in Italia per cantare devi avere i numeri, gli stessi che ti chiedevano i proprietari di alcuni locali quando, quindici anni fa, ti presentavi con la band e l’ep in mano per suonare e ti sentivi dire, in pronta risposta, “quanta persone mi porti?”.
Italia: il Paese dove il tuo “peso specifico” è più importante di quanto tu sappia fare.
E poi non c’è Festival di Sanremo senza amMore, forse sempre troppo. Un artista da molti compianto cantava questo verso: “e l’amore ha l’amore come solo argomento”, però gli artisti potrebbero anche spaziare un pizzico in più.
Dio benedica Lo Stato Sociale e Willie Peyote, tra i pochi a raccontare quello che accade dietro la macchina che ha permesso la realizzazione di Sanremo, quella stessa macchina che in tutta Italia è ferma da un anno.
Torneranno i concerti, non sarà per sempre così, probabilmente sarà in posti diversi perché non tutti avranno la forza di riaprire, questo perchè i live club non sono stati mai menzionati fino a qualche giorno fa. Un anno di silenzio del ministro Franceschini, ma siamo un grande Paese, ci meritiamo tutti questi talenti politici.
Concentriamoci sulla musica adesso, quella ascoltata durante la settantunesima stagione del Festival di Sanremo. Ecco, siamo pronti per cantare ancora una volta dal balcone, come trecentosessantre giorni fa. Eppure, prima della kermesse, le voci sulla presenza del pubblico avevano animato le settimane che hanno portato poi a questa stagione, lenta, a tratti prevedibile.
Ci ricorderemo della buona dose di pink washing non richiesto, come quello regalatoci dalla Rai per mezzo delle parole di Barbara Palombelli e le errate lezioni di grammatica di Beatrice Venezi.
Ci ricorderemo del maschietto che avrebbe dovuto ispirare Cristiana Girelli da piccina, perché secondo Amadeus funziona così.
Ci ricorderemo della parodia di Zlatan Ibrahimovic, la parodia di sé stesso, simpatica come un dito in culo con la sabbia.
Ci ricorderemo di Fiorello e delle sue lezioni sulle dimensioni dei genitali animali.
Ci ricorderemo dei mazzi di fiori che hanno creato imbarazzo agli artisti nel riceverli, perché secondo Amadeus i fiori vanno regalati solo alle donne.
Ci ricorderemo dei meme di Aiello che urla, ma gli batteremo le mani per il prossimo disco d’oro che gli verrà consegnato.
Ci dimenticheremo del fatto che non sia stato fatto un minimo accenno alla scomparsa di Enrico Greppi, Erriquez della Bandabardò, eppure ricordiamo di averlo sentito spesso cantare in quel concertone del Primo Maggio trasmesso da mamma Rai.
Ci dimenticheremo dei lavoratori dello spettacolo che hanno accompagnato Lo Stato Sociale sul palco, ma continueremo a lamentarci per l’assenza dei live.
Ci dimenticheremo dell’abilismo e del pietismo di Amadeus nei confronti del campione di powechair football e giocatore della nazionale italiana Donato Grande, perché per il direttore artistico, Donato è un tifoso di Zlatan. Peccato che i campioni su quel palco fossero due, ma questa è un’altra storia…
Ci dimenticheremo dei messaggi di Achille Lauro, del suo modo di scardinare il sistema non toccandola mai piano, anzi, scaraventando la parete di quel bigottismo che sta uccidendo piano il nostro Paese.
Ci ricorderemo però il sangue dell’ultima sera, ma dimenticheremo il mare di insulti che ha scatenato quel’emorragia.
Ricordiamo solo le cazzate, spesso e volentieri.
“I limiti del mio linguaggio sono i confini del mio pensiero. Tutto ciò che io conosco è ciò per cui ho delle parole.” Peccato che in molti non seguano il pensiero di Wittgenstein, peccato davvero. Avremmo evitato tutti sterili polemiche, invece no, ricaschiamo spesso negli stessi errori.
Termina così questa settimana costellata dai commenti non richiesti di haters sui social network. Probabilmente avrai ritenuto una perdita di tempo la lettura di questo pezzo, ci spiace, ma dopo aver parlato ogni sera, per una settimana, di musica, forse era arrivato il momento di lasciarci alle spalle questa settimana ricordandoci di tutto quello che abbiamo visto e sentito, o magari dimenticarlo, dipende dalle nostra sensibilità.
Domani sarà lunedì, torneremo tutti virologi, in attesa di giugno dove, si spera, indosseremo i panni di commissari tecnici della nazionale italiana di calcio impegnata agli Europei.










