di Cristiana Dicembre
Tutti coloro che affrontano la vita in tenuta da combattimento dovrebbero ascoltare il nuovo album di Giorgio Canali e Rossofuoco: Venti. (Specialmente quelli che hanno scelto di affrontare il virus come una guerra scrivendolo sui social, ma battendo calici a suon di aperitivo e brindisi in strada.)
Giorgio Canali quando ha pensato a Venti ha scritto qualcosa di veramente diverso da tutto quello che abbiamo sentito in questo ventiventi di merda, come direbbe lui stesso. Poco conta, infatti, se in quasi tutte le venti tracce sentirete spesso, forse troppo, la parola “merda”, perfino nel titolo camuffato dalla sigla del brano CDM (te la devo). Ovviamente è l’acronimo di canzone di merda, ma non sarà questo un escamotage indie. Se nella neo canzone indipendente un titolo così venisse utilizzato per giustificare la scarsità concettuale di alcuni testi, qui è un dato oggettivo per Canali stesso:
È una canzone di merda, che ci vuoi fare?
Ma mi è venuta così
C’est la vie
La penna di Giorgio Canali
Non siamo qui per parlare di canzoni di merda, anzi in Venti non ne vedo nessuna, a parte una letteralmente.
Siamo qui per parlare della penna di Giorgio Canali, che è la punta che si intinge ancora nel calamaio in questo mare di bic.
I testi partoriti possono essere storie figlie del nulla e di quello che gli va, o storie figlie di grandi ideologie di pensiero. Grandi non qualitativamente parlando, perché spesso toccano temi politici per cui non spetta a me stabilire se siano di qualità o meno, bensì grandi in termini di quantità, esenti totalmente da pochezza intellettuale.
La selezione
Venti tracce, tutte da ascoltare e tutte da leggere, qualcuna più delle altre. A partire da Morire perché, che diventerà il brano caposaldo dell’album, giacché è il più orecchiabile e cantabile. Rotolacampo non può non farvi pensare a Bennato. Qui Canali parla di sé e cita proprio quell’immortalità di cui sentirete parlare sempre nelle sue interviste e che usa per descriversi, ma stavolta lo fa ammettendo di temere l’ultimo viaggio. Arriviamo a Canzone sdrucciola, dove i fan di Vasco Rossi forse un po’ si arrabbieranno per questo ritmo così simile a Ogni volta. Il testo, però, è tutta un’altra storia: a contrastare la dolcezza delle parole del Vasco internazionale, c’è un Canali che manda a fanculo chiunque non veda la logicità di una società totalmente controllata. In Meteo in cinque quarti ha maneggiato con romanticismo il vento come non vedevo farlo da un po’, dove il vento che porta via i pensieri, in un accesso di poesia, porta nuovi amori.
Dodici
A proposito del vento, il suo calamaio prende il volo in Dodici, dove un sorriso mi cancella la serietà dal volto di fronte la gioia di vedere finalmente un Fabrizio de André citato in un testo senza temerlo.
A forza di fargli perder tempo, il vento l’hanno fermato
(Canzone del maggio, testo originale di de André: “voi non potete fermare il vento
gli fate solo perdere tempo”)
Ma c’è qualcosa in questo brano che supera la musica e l’idea di canzone così come ce l’aspettiamo. Giorgio Canali tocca un tema poco musicale con una sapienza da vero cantautore. E non si parla di politica o di guerra, bensì di informazione, da lui meglio chiamata come “informazione a senso unico”.
Ora, penso che la quasi totalità del pensiero di chi combatte contro un’informazione controllata quanto la società di cui prima, sia tradotta in strofa e in questo testo. Dunque io, che mai come ora mi struggo per come le parole e le idee di chi vuol comunicare e informare vengano manipolate, ho trovato chi ha tradotto il mio pensiero con una manualità che mi lascia inerme.
Giorgio Canali, classe ’58, ha usato meglio di una figlia degli anni ’90 (me medesima per intenderci) la libertà d’espressione e la giovinezza della ribellione. Consigliandovi dunque di leggere e far vostro il testo di questo benedetto e sia lodato Dodici, vi sto riportando il mio pensiero, quello di tanti miei colleghi, quello di un uomo che ci sa proprio fare con la libertà delle parole e perché no, anche il vostro, voi che state leggendo.
Il problema di non porsi domande
Mentre i bambini si accovacciano e si coprono aspettando il lampo, anaffettivi asintomatici simulano empatia di fronte le loro smart TV.
Così ho provato a riassumere cosa vuol dirci Canali in Dodici, unendo le sue strofe a mo’ di cruciverba.
L’immagine che ne viene fuori è forte, quasi da brividi. Chissà cosa fa più paura di un pensiero già pronto da indossare per star sereni a chi sorveglia la calotta polare che fonde guardando Focus TV. Lui non lo dice chiaramente, ma è un problema vero e proprio questo di non porsi domande. Quest’emulazione di una preoccupazione avvincente direttamente dal divano di casa propria, di farsi andar bene l’informazione che ci propinano perché “è per il nostro bene”. Ma il bene di chi? Di chi è meglio se mantenuto sotto controllo, con cultura propinata a piccole dosi e selezionata accuratamente? Perché si sa che un popolo di ignoranti è più facile da governare (cit.). Si sa che abbracciare un’unica verità e fare tutto quello che ci dicono è il miglior modo per non pensarci più.
Dove l’informazione e la comunicazione non prendono direzioni, se non quelle stabilite affinché vengano tutti tenuti a bada: è lì che iniziano le basi della società. Ed è proprio lì che non porsi domande, diventa un problema.
Ma d’altronde, e con tristezza, il problema non esiste giacché:
Non si sente incatenato chi non vede le catene
Giusto?










