La top 10 degli album indie del 2012

da | Mag 26, 2020 | News

Il 2012 è stato l’anno d’esordio per alcuni di quei nomi, oggi, ben consolidati nel panorama indie italiano, per altri è stato un susseguirsi di successi. A distanza di anni dal 2012 è bello potersi guardare indietro per vedere cos’è cambiato da un album ad un altro. Sicuramente il disco di lancio gioca un ruolo […]

Il 2012 è stato l’anno d’esordio per alcuni di quei nomi, oggi, ben consolidati nel panorama indie italiano, per altri è stato un susseguirsi di successi.

A distanza di anni dal 2012 è bello potersi guardare indietro per vedere cos’è cambiato da un album ad un altro. Sicuramente il disco di lancio gioca un ruolo fondamentale ma tutto ciò che ci circonda è soggetto al cambiamento e il concetto di Panta Rei nella musica è imperativo.

10. Vecchio Thegiornalisti
È questo il caso del primo dei Thegiornalisti. Tommaso Paradiso nel 2012 non cantava la super hit estiva “sotto il sole, sotto il sole di Riccione”. Il loro primo album si chiama Vecchio ed è caratterizzato da influenze musicali retrò anni ’70. I testi sono caratterizzati da tradizione italianissima accompagnati da una musica graffiante alla Pete Doherty. Cinema è un brano tratto da questo disco in cui la somiglianza con le sonorità dei The Libertines è impressionante. Quoterò l’old school finchè avrò vita e vi dirò che a me i The Giornalisti del 2012 garbavano.

9. Sarebbe bello non lasciarsi mai ma abbandonarsi ogni tanto è utileDimartino
Questo disco è di una bellezza indiscussa. Il tema centrale è da rintracciarsi nell’inesorabile scorrere del tempo coniugato al senso di vuoto che talvolta pare ci lasci toccare. Percezione che assocerei all’incompletezza di cui parla Calvino, che altro non è che un elemento fondamentale della giovinezza. Racconti di gioventù definiti da Antonio Di Martino ‘viaggi interiori’ resi concretamente dalla particolarità dei dettagli, come in un film di Monicelli citato in Non ho più voglia d’imparare. Una giovinezza che riemerge tramite:

Cartoline da Amsterdam, foglie in mezzo a un libro di Proust

Brano che, per di più, viene valorizzato dall’inconfondibile voce di Giovanni Gulino, frontman dei Marta sui Tubi.

8. 100 Giorni da oggi Amour Four
I figli dei persiani di… Berlino ovest, inizia così Alì degli Amor Fou, tratta dal loro terzo album. Forte in tutto il disco è il richiamo allo scenario new wave anni ’80, declinato al synth pop. Tanto hypster la scelta dei titoli delle tracce: La primavera araba, Le guerre umanitarie, Goodbye Lenin, caratterizzata da un electro-pop baustelliano. Il disco esce a maggio 2012, lasciato al destino estivo; d’altronde i ritornelli posano bene da colonne sonore di un’estate metropolitana, trascorsa tra scottanti mura urbane.

7. Un meraviglioso declino Colapesce
Nel 2012 Colapesce si tuffa nel mare dell’industria musicale ma con un repertorio da cantautorato maturo. Zona rossa, un esempio bellissimo contenuto in quest’album che presenta arrangiamenti e melodie costruiti in modo eccezionale; i testi sono composti da parole semplici, come in Restiamo in casa piccolo promemoria dell’amore che “è anche fatto di niente”. Una metafora del disco potrebbe essere una valigia importante, quella della nostra vita che un giorno apriremo a chi è pronto a scoprire chi siamo; e Lorenzo ha messo dentro i suoi vinili, i cd di Battisti, le letture calviniane, le Illuminazioni di Rimbaud, foglie strappate alle corone di laurea che portano sempre bene, qualche farmaco per annientamenti temporanei, e infine, la nostra “fotogenica felicità” stampata su carta.

6. Nel giardino dei FantasmiTre Allegri Ragazzi Morti
I TARM hanno da sempre avuto la capacità, per niente scontata, di tornare con nuovi album che preannunciano a primo ascolto una differenza notevole dai precedenti, per poi ripresentarsi fedeli alla linea, nel bel mezzo della novità: rock, folk, dub, suoni etnici, tutto in unica ricetta. In questo album la sperimentazione è la parola d’ordine, insieme al racconto della realtà percepita quasi in modo onirico. Lo sconforto in Come mi guardi tu, viene placato dalla traccia successiva La mia vita senza te, costruita su una base reggae super positiva. Infine, Alle anime perse, pezzo con cui i TARM svelano la loro natura di sciamani, visionari del male del mondo moderno e col ritornello sembrano accoglierci nella loro tribù delle Anime Perse per salvarci.

5. Forse…Calcutta
Edoardo D’Erme, in arte Calcutta argomentato con superficialità dai perfezionisti, da chi uno strumento lo suona da quando era un feto. Sì, perché Calcutta canta quasi controvoglia e ci emoziona senza poi dire, né fare niente di ampolloso. Ci mette tempo prima di far uscire Forse… nel 2012. Passa dal suonare in casa tra amici al collezionare date su palchi importanti in tutto il territorio nazionale. In quell’anno viene alla luce e non lascia più la scena indie italiana. Racconta di amori consumati in macchina, di Arbre magique alla rosa selvatica. Edo ha il fascino del disagiato. E’ l’elogio agli orgasmi finiti male, a quelli mai raggiunti, ai non detti radicati sul cuore…a me il primo album di Calcutta sa di incertezza, sa di Forse…e lui l’ha intitolato proprio così, probabilmente perché il successo che ha avuto non l’aveva nemmeno messo in conto.

4. Padania Afterhours
Padania non è un album per tutti. Gli Afterhours non sono mai stati mainstream e con questo album il cerchio si fa ancora più elitario. Nel 2012 si fanno attendere per poi uscire con un disco difficile da comprendere, basti pensare a brani come Fosforo blu, o Costruire per distruggere. Padania è un esperimento musicale dal risultato maturo: le parole pungono, come in Nostro anche se ci fa male:

con il veleno che ti ho messo in cuore non si sopravvive mai
ma tu hai imparato a amare il tuo dolore
piuttosto che non amarmi più

La franchezza di Manuel Agnelli rimane la stessa in ogni album. Spesso, infatti, i loro pezzi risultano too much da ascoltare mentre fai la doccia, ma in fondo, resistere e lottare sono verbi dall’accezione positiva che ricorrono in tutto il disco. Ecco, credo che uno dei temi fondamentali dell’opera sia la r(esistenza):

so che nei tuoi occhi esisto ancora
[…] niente panico se ancora sei qui
niente panico rimani così

3. AUFF!!!Management del dolore post operatorio
Credi che questa mia non sia poesia? Tornano così i Management più sfacciati, più esibizionisti e mai banali. Non la reputo poesia, ma punk, funk, groove indomito. E’ difficile fare una selezione delle tracce più belle perché sono tutte così taglienti e curiose. Il disco si apre con Pornobisogno. Poi, arriva AUFF!!, testo spinoso e accattivante. Musicalmente si palesano le influenze dei Franz Ferdinand e dei CCCP ma senza cadere nel troppo politico: l’idea di sovversione è sfiorata appena con Signor Poliziotto, caratterizzato da riff prepotenti e dchiarazioni niente male:

le bombe non ce le ho nella valigia, ce le ho nella testa

Da precisare che nel progetto dei Management ci ha creduto Manuel Fusaroli già produttore de Le Luci, Giorgio Canali, Zen Circus. Vi consiglio l’ascolto di Amore Borghese, la perla posta a metà album.

2. Turisti della democraziaLo Stato Sociale
Considero questo disco la carta d’identità in cui la fototessera casualmente viene proprio bene, da andarne fieri e mostrarla a tutti. A distanza di quasi dieci anni è ancora il loro distintivo, perché inevitabilmente quando si parla degli scapigliati della Bolo friendly, si pensa subito a:

Mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare un anno all’estero
ma prima tre mesi da cameriere, così guadagno qualche soldo
svegliati stronzo che sono trent’anni che mamma ti mantiene
e le dispiace pure che vai a fare il cameriere

La loro musica negli anni cambia. In che modo? Vedi “Una vita in vacanza”, vedi “una vecchia che balla” e vedi la conquista del podio a Sanremo. A tal proposito risulterebbe opportuna una breve digressione sul cambiamento sostanziale che riguarda molti artisti, ma la farò un’altra volta. Per me Lo Stato Sociale rimangono quelli degli occhiali grossi da pentapartito, o quelli che vomitavano parole d’amore, di coraggio, di rancore, come se non avessero più pagine bianche a disposizione:

T’avessi vista guardare la neve d’Aprile per strada poi, non t’avessi più incontrata, forse t’avrei per sempre amata

1. Il Mondo Nuovo Il Teatro degli Orrori
Già dal titolo, il disco viene presentato come un capolavoro letterario: Il mondo nuovo è anche il titolo tradotto in italiano del grande romanzo di Huxley. Ma questo non mi stupisce. Pierpaolo Capovilla, la sua cultura ce l’ha sempre sbattuta in faccia. Le chiavi di lettura sono diverse ma tutte connesse al tema del movimento inteso in senso migratorio; così come i temi di uno scenario sociale infelice, di cui vittima rimane il singolo individuo. Io cerco te, ne è un esempio:

un uomo che annega nel mare urbano

Questo disco è caratterizzato dalla teatralità, da sempre cifra stilistica di Capovilla nonché dal suo lessico magniloquente incastrato alla struttura musicale che ora si fa più nervosa, ora più tenue quando Pierpaolo inizia a “recitare”.

Porto via con me la fame e la miseria
Di un Paese che non gode ormai
Di fortuna alcuna, nessuna

Questi versi costituiscono l’intro di Non vedo l’ora, ossia la sintesi di quanto ho scritto finora.

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