Te lo ricordi il primo de I Cani? “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”

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Era il 2010 quando sul web comincia a girare il nome de “ Cani: I pariolini di 18 anni e Wes Anderson vengono pubblicati su Soundcloud e Youtube da un anonimo con quel nome fittizio e presto, anche grazie a questo aspetto misterioso, i curiosi si moltiplicano.

Un anno dopo, nel 2011 ormai, I Cani è un fenomeno virale, e nel bel mezzo di un hype senza precedenti pubblica per 42Records Il sorprendente album d’esordio de I Cani, titolo scelto proprio per esorcizzare tutta la pressione, per fare un po’ di autoironia. 

Un album che spacca la critica in due.

C’è chi lo definisce inconsistente, non all’altezza del titolo coraggioso scelto per questo debutto, e chi invece s’innamora ed erge I Cani a voce di una generazione.

Quello che ha sicuramente attratto gli ascoltatori è il fedele racconto di una quotidianità non sempre affascinante; una realtà vista dall’interno, senza filtri edulcoranti, quindi anche e soprattutto sviscerata nei dettagli di cui si va generalmente meno fieri.

Niccolò Contessa (il volto dietro a questo progetto), però, non si è mai posto al di sopra di questa realtà, che evidentemente non riusciva a reggere il confronto di quel mondo hipster romanzato alla Wes Anderson a cui si ispirava disperatamente. Al contrario, Contessa parla in prima persona, e si dice immerso in quell’ambiente di cui parla nei suoi pezzi.

Il sorprendente album d’esordio de I Cani è una fotografia senza filtri di quegli anni, in cui imperversa l’hipsteria e un ostentato intellettualismo, che mal si accompagnano al fortissimo condizionamento estetico e stilistico, che nonostante venga puntualmente negato e sminuito, viene poi smentito nella vita di tutti i giorni:

“Sono il primo a riconoscere che se

Solamente fossi stata più attraente

Dentro i tuoi vestiti a righe

Non avrei fatto finta di niente

Così canta Contessa in Hipsteria, rivelandoci che allora non basta essere uno stereotipo vivente per attrarre altri simili, alla fine pure per i (finti) intellettuali conta un’altra cosa.

La fredda ironia de I Cani conquista tutti, e tutti possono riconoscersi nei testi di quelle canzoni.

Chi ha ancora un po’ di spirito critico si sente chiamato in causa e riconosce la triste verità di quello che ascolta, senza però sentirsi giudicato dal cantante, tutti gli altri semplicemente si riconoscono entusiasti nelle parole cantate con quello strano tono apatico, così caratteristico, e ne fanno un vanto.

“I falliti, i delusi, i depressi, i frustrati,

Gli emo riciclati,

I gruppi hipster, indie, hardcore,

Punk, elettro-pop, I Cani”

Credo che uno dei meriti maggiori che possiamo riconoscere a Contessa sia quello di aver fatto pop raccontando una classe sociale che mai, prima di allora, si sarebbe riconosciuta nel pop, e anzi molto probabilmente lo aborriva, e Velleità ne è l’esempio più lampante.

Lo fa usando il linguaggio a cui il suo pubblico è avvezzo, prestando infatti molta più attenzione al testo che alla parte strumentale del progetto, che effettivamente non è altro che synth anni ’80 su una batteria incalzante, tipica del punk.

Contessa ha iniziato diventando famoso in una nicchia, facendo un genere bistrattato e sminuito dalle stesse persone che, nel frattempo, lo osannavano: per l’ennesima volta, in maniera pacifica, smaschera l’ipocrisia ingenua di tanti, e lo fa in un modo così sincero che forse la maggior parte nemmeno se ne rende conto.

Un nuovo pop, la cui parola chiave, questa volta, è disillusione.

Un sentimento forte, dilagante, che fa parte della vita e ritorna in ogni brano de “Il sorprendente album d’esordio de I Cani”: penso ad esempio a “Le coppie”, con la sua cruda verità, e al disagio che serpeggia tra i versi di “Post punk”.

Alla fine, se ci si pensa bene, cosa c’è di più pop della disillusione?

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