Ritrovo queste righe di qualche tempo fa e vorrei condividerle con tutti voi. È capitato così, ho riascoltato Colombre e mi son ricordato di aver scritto su Blatte.
Gli ascolti del periodo non possono essere proprio considerati quelli del risveglio, della rinascita. Le tenebre si avvicinano a noi prima, la brezza estiva ha lasciato spazio al vento notturno che aggroviglia ancora di più i pensieri. Un brano che si incunea dentro e ti sviscera allo stesso tempo; è toccato a Colombre, il progetto di Giovanni Imparato che prende il nome dal mostro inventato da Dino Buzzati, con la sua Blatte scatenarmi reazioni ormai note e piacevoli nel suo essere quasi macabre.
E’ riuscito in tutto il suo album a raccontare le tappe del suo percorso interiore che, come spesso accade ai comuni mortali, è segnato da mancanze.
Da amante del cupo e della denuncia del disagio mi sono innamorato di Blatte. Un sound avvolgente, un testo ineccepibile, di quelli che ti lasciano tramortito in camera, quando sei al buio, sul tuo letto ad una piazza e mezza a fissare il soffitto, nero come i pensieri che ti arrovellano il gulliver, e scusatemi la citazione di kubrickiana memoria. Mancanze. Blatte è quella giusta dose di “Cazzo! Dove sei?” e “Allontanati da me!”. Una denuncia a cuore aperto ma nemmeno tanto.
Un qualcosa di forte celato dalla rabbia.
Un po’ come le mancanze di ognuno di voi, quelle recondite che vi assalgono di notte, perché è con le tenebre che i fantasmi vengono fuori, a farci compagnia, in quello spazio che voi stessi create quando siete accovacciati sotto le coperte, sul vostro fianco preferito, tra i gomiti e le ginocchia. Un’insenatura naturale dove attraccano dubbi e paure, con i pugni stretti a formare dei rabbiosi picchetti. Odio e vomito. Questo è quello che descrive Colombre nel suo brano. L’ipocrisia del genere umano viene rafforzata nel pezzo dai cori di Iosonouncane.
La capacità di far uscire il peggio è opera degli animali umani.
L’assenza di fiducia e la predisposizione alle menzogna di quest’ultimi conduce all’assenza di sentimenti, alla repulsione al solo volgere il pensiero verso quelli che un tempo erano lidi conosciuti, oggi dimenticati e detestati. Ma nel momento in cui si riporta ciò sul pentagramma e in versi, non è forse una denuncia di una mancanza? Il brano mi spinge quasi, come cita Grossmann in Che tu sia per me il coltello, alla tentazione di sbirciare nell’inferno di un altro. Allora immagino Belzebù scindersi e assumere la forma di quelle Blatte che si nascondono in casa tra i panni sporchi e aspettano il buio. Ed immagino me, nascosto dietro la porta, ad assistere a questa migrazione demoniaca travestita da insetto prendersi cura di voi, mentre dormite, non curanti del tormento che le tenebre hanno imbastito per voi. Per una volta mi vedo spettatore; per una volta non sono vittima e nemmeno carnefice; sarò con voi e non farò nulla se non contemplare uno scenario che non vi sarà mai noto.









