Nel giorno dell’uscita di Ancora vivi abbiamo incontrato Gianni Bismark per farci raccontare cosa si muove dietro il suo nuovo lavoro: la scintilla che l’ha generato, i frammenti di vita che lo attraversano, le storie che ha deciso di mettere in campo. Un ritorno atteso, visto che il cantautore romano mancava dalle scene da due anni: il suo ultimo progetto, Andata e ritorno, è del 2023.
Bismark ci ha abituati a un modo di scrivere crudo, autentico, figlio di quel rap che nasce dalla strada. Le sue origini, il suo quartiere, riusciamo a percepirli in ogni sua canzone.
L’evoluzione della sua musica, dal primo disco a quello di oggi, è evidente: sperimentazione e maturità diventano il filo conduttore che porta a questi nuovi brani. Resta invece immutato il rapporto con i fan, vera essenza del suo personaggio. L’album, infatti, fuori dalle logiche pubblicitarie comuni, è stato presentato in due modi particolari: un pranzo riservato a un numero limitato di persone, per ascoltare il disco in anteprima e commentarlo insieme all’autore; e, la sera del 4 dicembre, un incontro in piazza dei Coronari, a Roma, dove Gianni ha invitato i fan ad aspettare insieme la mezzanotte per ascoltare Ancora vivi.

Il tuo album si intitola “Ancora vivi” e lo hai recentemente definito “il disco più vero che hai scritto”. Da dove nasce il bisogno di questa profonda introspezione?
«Nasce dal bisogno di sfogarmi, di dire determinate cose che, senza musica sotto, probabilmente non avrei mai detto. Sono una persona che non riesce ad esprimersi completamente: le cose un po’ più pesanti, difficili da dire, riesco a dirle solo con una base sotto.»
Nel disco ci sono tre collaborazioni con artisti appartenenti a generi completamente diversi. Come sono nate e cosa ti accomuna con loro?
«Principalmente i miei featuring nascono sempre dal rispetto reciproco che c’è fra me e l’artista che metto in gioco.
Con Massimo Pericolo è stata una cosa molto naturale: siamo entrambi fan della nostra musica e, nonostante ne parliamo ogni volta che ci vediamo, non eravamo mai riusciti a scrivere un pezzo insieme. Quando ho iniziato a lavorare al disco, è stata la prima persona che ho chiamato.
Con Franco126 ci conosciamo da anni: magari gli faccio ascoltare i pezzi nuovi, lui si innamora di uno e mi fa piacere che si inserisca sopra.
Giuliano Sangiorgi, invece, mi ha invitato in studio da lui a Roma; gli ho fatto ascoltare alcuni provini, tra cui quello di Piove piove. Abbiamo capito che era la nostra canzone e ci abbiamo lavorato insieme.»
Qual è stato il primo brano che hai scritto per questo progetto e com’è nato?
«È stato proprio Scrivo per me, la traccia di apertura. È nato dalla voglia di non accontentare tutti, ma di accontentare solo me stesso. Volevo dare voce a persone che si sentono come me.»
“Scrivo per me” è un pezzo forte, quasi un manifesto. Quando scrivi lo fai davvero senza pensare se quel pezzo piacerà o meno?
«Sì. Nei miei brani non c’è mai stato un pezzo fatto a tavolino perché dovevo. Vivo alla giornata: quando torno a casa mi metto sotto una base e butto fuori tutto ciò che ho vissuto o provato.»
Ci sono diversi brani intimi e nostalgici. In quale senti di esserti esposto di più?
«In La prima casa. Come dico nel pezzo, è la casa in cui sono nato, in Via Sannio, davanti a un mercato storico di Roma. L’ho lasciata quando ero ancora un bambino, ma ho i ricordi più belli legati a quella casa. Mi vengono ancora i brividi solo a pensarci.»

Lo definiresti, ad oggi, il tuo progetto migliore? Se sì, perché?
«Sì, perché ci ho messo tanto di mio. Soprattutto ho pensato molto al contenuto, senza preoccuparmi di altri aspetti a cui magari in passato facevo più attenzione.»
Nel disco emergono influenze pop, ma anche richiami al rap crudo dei tuoi primi progetti. È una fase di sperimentazione o senti di esserti allontanato dal tuo modo iniziale di fare musica?
«No, non mi sono mai allontanato dal mio mondo, anche perché a me piace fare rap. È tutta un’evoluzione naturale, proprio perché nessuno mi impone qualcosa e tutto viene da me.»
Per l’uscita del disco hai coinvolto molto i tuoi fan. Quanto è importante il rapporto con loro e che immagine vuoi trasmettere?
«Tantissimo. Io senza di loro non sarei niente, quindi gli devo un po’ tutto. L’immagine che vorrei dare è quella di mettermi sul loro stesso gradino: io sono come loro, uno di loro.»
C’è l’intenzione di portare in tour Ancora vivi?
«Assolutamente sì. E la novità sarà che questa volta suoneremo con una band, tutto dal vivo: sarà una figata.»









