Sculpting sound: il segreto di Stabber dietro il successo di “TRUENO”

da | Mar 20, 2024 | Digital Cover

Attraverso un’eclettica fusione di suoni e un’incredibile versatilità, Stabber, nome d’arte di Stefano Tartaglini, ha scritto il proprio nome tra i produttori della musica contemporanea. Collaborando con una lista impressionante di artisti italiani e internazionali, ha creato un percorso artistico che abbraccia le sfumature più audaci della scena musicale.

Dal rap al bass music e oltre, il suo marchio distintivo si è affermato nel panorama musicale italiano già nel 2009 con l’album “Artificial Kid”, al fianco di Danno e Craim. Il suo impatto si è esteso oltre i confini nazionali, contribuendo a remix di successo e firmando produzioni di rilievo per etichette rinomate come Southern Fried di Fatboy Slim. Il 2015 ha segnato un punto di svolta per Stabber, che è entrato nel mondo dei dischi multiplatino con produzioni accattivanti per artisti del calibro di Roots Manuva e Motta. Ma è nel 2018 che il suo nome brilla con l’oro, grazie a tracce come “Occhiali Scuri” e “DAYTONA”, incise da artisti di spicco come Coez e Salmo.

Il 15 marzo scorso è uscito per Virgin Music e Universal Music Italia l’attesissimo primo album da produttore di Stabber, intitolato “TRUENO“.

Gli ospiti delle 11 tracce del disco sono venti: Danno, Craim, Noemi, Nitro, Gemitaiz, Angelina Mango, Yung Snapp, Venerus, Miraa May, Coez, Annalisa, Salmo, Johnny Marsiglia, Alborosie, J Lord, Ginevra, Laila Al Habash, Gaia, Noyz Narcos, Darrn.

Nell’album ogni artista ospite è stato coinvolto in un processo creativo unico, dove le strumentali sono state create su misura per le loro voci e le loro esigenze artistiche. Questi non sono stati solo dei semplici featuring, ma un’immersione in nuove creazioni musicali, talvolta inesplorate, guidate dall’instancabile ricerca di coesione e originalità del produttore.

Stefano ha adottato un approccio ambizioso fin dalle fasi iniziali del progetto, presentando a ciascun artista un’idea musicale personalizzata e su misura. Senza piani di riserva, ha spinto gli artisti a dare il meglio di sé stessi, anche quando la proposta era radicalmente diversa dal loro solito stile. Ogni canzone è stata plasmata e reinventata una volta registrate le voci, trasformandole in parte integrante della struttura musicale dell’intero album.

La voce è stata trattata non solo come un mezzo di espressione, ma come uno strumento aggiuntivo per arricchire e solidificare ulteriormente le sonorità di “TRUENO“. Il risultato è un disco coeso e innovativo, dove ogni traccia riflette la sinergia tra il talento di Stabber e quello degli artisti ospiti, creando un’omogeneità avvincente per l’ascoltatore.

In occasione dell’uscita del suo primo producer album,”TRUENO“, noi di Cromosomi abbiamo avuto una piacevole conversazione con Stabber. Ecco cosa ci ha svelato!

Hai avuto la fortuna di collaborare con tantissimi artisti in questi anni. Quali sono state le tue esperienze più significative e come hanno influenzato il tuo approccio alla produzione?

Ho avuto la fortuna di conoscere una parte di quelli che poi sono diventati gli artisti più mainstream quando ancora non lo erano.  Molte delle cose più iconiche ed efficaci che ho fatto negli ultimi anni, le ho fatte quando ancora non c’era alcun tipo di velleità commerciale. Non avevo la consapevolezza di quello che sarebbe successo, quindi quella per me è stata la cosa più interessante.

Come si struttura il tuo lavoro con gli artisti?

Dipende dal tipo di lavoro. Da alcuni anni preferisco sempre fare delle sessioni con gli artisti, piuttosto che avere l’approccio rap vecchia scuola o classico, ovvero fare una cartella di strumentali e poi ognuno sceglie quella che preferisce in base al prodotto che sta seguendo. Invece, questa volta, ho preferito fare degli incontri in studio, in cui magari scegliamo insieme la parte strumentale e integriamo il lavoro all’interno di un progetto, che non deve essere neanche per forza il mio. Inserisco poi la mia cosa in modo che si incastri bene nel contesto in cui è girato, senza dover comparire invece in un album, in cui le parti tra di loro non collimano.

Se dovessi pensare al tuo passato, che cosa diresti ad un ragazzo che vuole iniziare a fare produzione oggi?

Un ragazzo che vuole iniziare a fare produzione oggi, intesa come produzione urban, questa parola oscena. Io vengo da un’era in cui si chiamava hip-hop, anche con un certo orgoglio. Prima c’era un movimento culturale dietro che oggi è andato scemando. Chi approccia alla produzione oggi lo vuole fare perché vuole fare i soldi. C’è tutta quell’economia in ballo che prima non c’era. Mi sentirei di dire a un ragazzo che approccia alla produzione oggi, che prima di pensare solo ai soldi bisogna pensare a divertirsi e a creare qualcosa e poi il tuo tocco e il tuo modo di fare verranno. La musica è qualcosa che dà soddisfazione dal punto di vista personale e se questa cosa viene sostituita dalla soddisfazione soltanto dal punto di vista economico, la musica ne risente. C’è quella percentuale di plastica all’interno e la gente percepisce quando qualcosa è fatto soltanto su misura per avere un obiettivo lucrativo. Mentre se vuoi fare qualcosa di più evocativo, ti devi anche prendere del tempo per poter esprimere qualcosa musicalmente e quindi quello ti rappresenta. Prendetevi del tempo per godervi l’atto creativo prima di pensare all’utilità.

Foto di Roberto Graziano Moro

Il tuo album “TRUENO” è un progetto ambizioso. Hai messo insieme venti artisti diversi. Come hai gestito la complessità di coinvolgere tanti talenti e come hai selezionato questi artisti?

La gran parte delle persone che ho chiamato ad aiutarmi in questo lavoro sono i miei amici di sempre. Lavorare con loro mi è sembrato abbastanza naturale. Altri, invece, sono persone che magari stimavo e stimo tuttora, quindi mi sarebbe piaciuto provare a fare qualcosa con loro nella speranza che saremmo stati affini: cosa che poi per mia fortuna è successa. Sapendo chi avrei chiamato, ho strutturato la parte musicale anche ad personam. Ogni strumentale l’ho fatta e l’ho concepita totalmente per la persona o l’insieme delle persone alle quali poi ho assegnato il pezzo. Questo è stato il mio approccio e volevo che quella fosse la parte che avevo scelto per ognuno, per non dare la possibilità a nessuno di scegliere. Io sono il produttore, faccio la musica, quindi nella mia idea avevo in mente un disco dall’inizio, con lo svolgimento e una conclusione. Dal punto di vista musicale sapevo tutto quello che volevo proporre nella sua diversità, con un filo conduttore e se invece avessi lasciato la libertà alle persone coinvolte di scegliersi la cosa che più gli piaceva, probabilmente la forma finale sarebbe stata differente da quella che io avevo deciso. Non volevo che poi succedesse in maniera eclatante e ho provato questa strada della “one shot one kill”, facendo sentire direttamente una cosa nella speranza che gli piacesse. Devo dire che sono stato fortunato.

Tu mi parli di un filo conduttore. Qual è stato questo filo conduttore che ti ha ispirato per la realizzazione di questo progetto?

Pensandoci bene il reale filo conduttore sono state tutte le mie reference e gli ascolti di sempre. Fondamentalmente ho voluto metterci dentro il lato un po’ delle colonne sonore e i Carpenter. Alcuni riferimenti all’hip-hop da cui provengo, anche quelli a cui sono più legato. Tutto questo mescolato in una forma di minimalismo di certe situazioni e diciamo che questa cosa qui è il filo conduttore che mi ha permesso di fare tutto questo miscuglio, oltre agli strumenti che ho utilizzato. Mi sono imposto di lavorare a questo disco utilizzando il computer soltanto come strumento finale. Di solito è il centro della produzione moderna. La gente fa tutto al computer, utilizzando strumenti virtuali, invece ho scritto chiaramente il disco e l’ho prodotto con sintetizzatori analogici hardware. Non volevo guardare più il monitor del computer ma volevo guardare gli strumenti.

Apri il disco con un pezzo assieme a Danno e Dj Craim. Come mai hai scelto direttamente loro due per aprire l’album? È una specie di omaggio?

È un ridare indietro quello che a me hanno dato, tanto. È un riconoscimento di stima. Con Danno e Craim abbiamo fatto tantissime cose, tra l’altro tra pochi giorni il nostro progetto che si chiama “Artificial Kid” compie 15 anni. Quello è stato un evento raro. Il disco era nato in maniera completamente casuale in poco tempo, però è diventato un piccolo culto nel mondo del rap. È da lì che è iniziata fondamentalmente la mia carriera, poiché fino a quel momento non mi era mai balenata l’idea in testa di poter fare il produttore come lavoro. Devo essere onesto, da quel momento in poi l’ho percepito. Da quando è uscito il disco a quando ha avuto successo sono passati tanti anni e questo mi ha fatto percepire il fatto che musicalmente io potessi dire realmente qualcosa. Siccome io comunque li considero tra i miei più grandi amici, per me era importante iniziare il mio lavoro con una cosa che richiamasse questa magia che si crea ogni volta che tutti e tre siamo in studio e secondo me è un pezzo che funziona veramente.

Hai lavorato sia con artisti consolidati che con emergenti. Quali differenze hai riscontrato nel collaborare con artisti di diversi livelli di esperienza e come queste collaborazioni hanno arricchito il tuo percorso artistico?

Nel lavorare con gli amici di tanto tempo c’è quel mood che si ha con gli amici di tanto tempo. C’è quella schiettezza e quell’onestà di dire: “Guarda, questa cosa fa schifo”. Lo puoi dire così, direttamente! Invece con le persone che conosci meno devi trovare un modo carino per dirlo e non è mai facile. Poi con i tuoi amici o conoscenti da anni c’è molta confidenza e quindi risulta sia più facile che quasi come una sfida. Tu pensi al fatto che abbiamo già fatto qualcosa insieme e ora dobbiamo farne un’altra che magari spacca. Devi trovare quindi dei modi diversi per arrivare all’obiettivo e ci si può confrontare con un livello di intimità talmente avanti che uno si sente libero di esprimersi. È quello che è successo ad un certo punto per esempio con Coez, nel primo ritornello di quello che è poi diventato “Salto nel buio”. Inizialmente era un’altra cosa. Lui ne aveva scritto un altro. Io ricordo perfettamente che ad un certo punto gli ho detto che quella cosa spaccava, però a me risuonava più come un pre-ritornello, che ricarica prima di portare ad un’altra cosa e non come un vero e proprio ritornello. Lui ci ha pensato e infatti poi si è rimesso a lavorarci, quindi è uscito quello che adesso è il ritornello ufficiale di “Salto nel buio”.

Alla fine mi ha detto: “Per fortuna che mi hai fatto notare questa cosa perché questo qui è molto più forte”. Con una persona che conosci meno è difficile dirlo direttamente, però comunque io per fortuna riesco a direzionare e a cercare di trovare qualcosa per andare nella direzione che intendo. Con una persona che hai conosciuto da poco non puoi iniziare subito a rompere i coglioni. Devo dire che con tutte le persone che non conoscevo fino a quando non sono venute in studio, non ho avuto nessuna necessità di nessun tipo, sia dal punto di vista della gestione che a livello creativo o di professionalità. Sia le persone con cui ho più confidenza che le persone con cui ne ho meno, nella mia esperienza e nel mio disco, sono state delle grandi esperienze e scoperte. Quello che hanno fatto è spaziale e sono super super contento.

Tu hai una traccia preferita dell’album o a cui ti senti più legato?

Ci ho pensato spesso a questa cosa. In verità ce ne ho tante tante a cui mi sento legato, ma forse quella a cui mi sento più emotivamente legato è proprio quella con Danno e Craime, “Il profumo delle rose”. Come ho detto prima, con loro è cominciato il mio percorso e nonostante ci conosciamo da anni e siamo amici, sembra un paradosso, ma da “Artificial kid” non siamo riusciti a fare una canzone tutti e tre insieme. Ho dato una mano ad uno per una cosa, all’altro per un’altra, ci siamo incontrati in studio per fare altre cose pensando anche ad un seguito del famoso “Artificial kid”, ma poi abbiamo mollato dopo 10 giorni. Il fatto di essere riusciti a fare una cosa del genere in un pezzo così importante e così denso, per me è la cosa di cui sono veramente più contento. È il pezzo a cui sono più emotivamente legato perché mi dà proprio delle vibrazioni. Poi Danno è talmente incredibile per quello che ha scritto che ogni volta che l’ ascolto a me un po’ la pelle d’oca mi viene e l’ho sentita tante volte. Volevo che ogni traccia rispondesse a tutto ciò che le parole dicevano, tantomeno su una traccia come quella che anche nella struttura ritmica è soltanto voce e strumenti sotto, senza batteria. Devi enfatizzare quello che succede in altri modi e quindi quando lui dice: “E all’improvviso è buio in sala”, ho un brividino. Quello non è per me un Intro, è la prima traccia dell’album. Intro e outro per me è un’accezione declassante della traccia in sé, invece per me quella è la prima traccia ed è uno statement. Mi piace anche che uno che si approccia per la prima volta all’ascolto dell’album, pensasse “che cosa sto ascoltando!?”. E quel pezzo mi ha dato questo tipo di vibrazione, è quella a cui sicuramente sono più legato.

Hai detto che non hai mai voluto che “TRUENO” fosse un disco facile e adatto a tutti, ma hai sempre voluto in primis che fosse un disco che avresti voluto ascoltare, uno statement insomma. Secondo te per chi è adatto questo disco? A chi volevi rivolgerti tu?

Alla fine secondo me è risultato un disco non adatto a tutti, ma non perché è respingente. Io penso di averlo ascoltato talmente tante volte, come potrai immaginare, e secondo me è anche abbastanza coinvolgente, però devi anche essere predisposto ad ascoltarlo in questa maniera. I pezzi poi sono talmente espliciti e forti… Io sono veramente soddisfatto di questo lavoro, che se mi conoscessi da prima sapresti che io sono un rompiscatole e non sono mai contento di quello che faccio, però per una volta dico che sono veramente contento e soddisfatto di quello che ho fatto. Quindi, alla fine, per soddisfare me significa che ho fatto tanto di quello che piace a me. È diventato un disco molto personale, un disco che mi piace ascoltare. Ho pensato esattamente a come sarebbe potuto essere un album che oggi mi piacerebbe ascoltare e ho cercato più o meno di farlo. Per fortuna ho visto che questa cosa da molte persone è stata recepita in modo positivo. Nel senso che altre persone evidentemente hanno piacere ad ascoltare un disco fatto così, però sicuramente è un disco per tutti quelli che hanno voglia di ascoltarsi qualcosa che non è prettamente costruito per essere adatto alle playlist o agli stram fuori controllo. È un disco che comunque ha dentro una quantità enorme di citazioni, di riferimenti. Può essere adatto a persone tra i 30 e i 45 anni. Chi ha questa età si ritrovava dentro tante cose. Sto notando che anche molti ragazzi giovani che adesso sono concentrati più sui gaming, hanno conosciuto dei riferimenti legati ai giochi a cui giocano ed è incredibile. Quindi mi piace il fatto che ci sia questo ritorno a quelle sonorità che vedono due direzioni completamente opposte. Anche un ragazzo più giovane o più nerd può ascoltare questo disco. A 43 anni mi piaceva l’idea di fare un disco che fosse adatto alla mia età.

Musicalmente come definiresti il tuo lavoro?

Secondo me è un disco molto pop. Paradossalmente all’interno contiene sonorità che sono tutte mondiali al momento. In Italia si fa spesso finta di non guardare cosa succede altrove e nel mondo queste sono le sonorità più o meno declinate per modi diversi, vanno per la maggiore. Potrebbe essere un disco pop, per molti artisti internazionali, magari se ci cantasse una persona anglofona avrebbe una vibe per dire di essere una cosa esterofila e non perché sono un figo io che sembro bravo a far sembrare chissà che cosa. Io l’ho pensato in modo che avesse un sound che fosse un po’ al di fuori dagli schemi italiani. Di base direi che è una sovrapposizione tra pop moderno e hip-hop o rap, che poi oggi sono abbastanza sovrapposte. È un disco disco pop, nell’accezione più black del termine.

Se dovessi presentare il tuo disco a qualcuno che lo deve ancora ascoltare, che cosa diresti?

Lo presenterei come un bicchiere di Montepulciano buono, è una cosa che va a assaporata. Non è una Peroni. La birra la bevi con meno impegno, è più un qualcosa per dissetarti. Questo disco invece va gustato e se te lo gusti, poi magari ci scopri tanti altri sapori. C’è una varietà interna legata a tante piccole sfumature che sono cose da nerd della produzione, che con vari ascolti si riescono a captare. Infatti proprio per fare autoerotismo da questo punto di vista, abbiamo fatto una versione speciale del vinile in cui il secondo vinile contiene solo le strumentali dell’album. Quindi qualcuno interessato può sentire direttamente gli strumentali senza le voci sopra.

Hai in mente di portare in qualche modo questo disco live?

Quest’idea io ce l’ho, però so anche che è una cosa molto complicata, perché per portarlo live dovrei organizzare un live. Mi piacerebbe fare una cosa con altri sintetizzatori, macchine elettroniche sul palco. Mi servirebbero le persone che mi aiutino a portare questo carrozzone.  Però funzionerebbe bene se riuscissi a portare quasi la totalità degli ospiti. Dal punto di vista logistico soltanto a pensarlo è un incubo. Se ci sarà la possibilità di fare un evento unico, mi piacerebbe molto, ma più date è utopico.

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