“From the Fields” è il primo album dei The Fields, un viaggio tra psichedelia ed introspezione

da | Mar 6, 2023 | NUOVE PROPOSTE

From the Fields è il primo album dei The Fields, ed è disponibile su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 24 febbraio.

Questi ragazzi si incontrano quando nel 2021 il frontman Mattia Vanin collabora con il chitarrista Riccardo Fischer all’uscita dell’Ep Lasciati andare, un lavoro che abbraccia R&B e suoni psichedelici moderni. In sede di registrazione i due ragazzi conoscono Samuele Grada, un chitarrista con il quale instaurarono da subito un ottimo rapporto: i tre collaborarono insieme al singolo Urla come me, uscito nel gennaio 2022 ed inserito all’interno delle playlist editoriali di Spotify Rock Italia e FreshFinds Italia.

A febbraio 2022 inizia la collaborazione con Federico Rossi, batterista, violinista e polistrumentista all’interno della band. A metà progetto il musicista lascia il gruppo, così i restanti componenti danno il via alla collaborazione con Niccolò Nascinben, produttore di musica elettronica e batterista.

Questo album rappresenta l’unione nata dalla solitudine, in un paese antiquato e privo di coesione che limita la libertà e proibisce di vivere a proprio modo. Musica multisensoriale e sonorità psichedeliche si fondono in undici tracce che presentano le influenze più disparate.

Si parte con Noi Cicerone, un brano introduttivo con il quale i The Fields cominciano a marcare il territorio: una batteria shuffle, un riff di tastiera e l’accompagnamento della chitarra definiscono questo pezzo che evolve presto verso sonorità rock in cui i componenti si presentano uno ad uno.

Non ci vuole molto per comprendere che From the Fields è un album ricco di sperimentazione; basta arrivare alla seconda traccia, Ratti, un brano in cui la chitarra è la protagonista: spesso segue il basso in alcune parti più ritmiche per poi abbandonarsi ad un lungo solo che conduce verso la fine del brano. Il testo esprime il disagio provato nei confronti dell’umano mediante una metafora, quella della paura dei ratti.

Si passa poi ad un brano decisamente più intimo ma allo stesso tempo a tratti inquietante: La mia vita per te è una breve ballad spoglia di ogni orpello. Il virtuosismo della chitarra ed una semplice linea di basso fanno da cornice all’espressione sbiascicata del dolore tipico della fine di una storia

Ho perso tempo della mia vita

Per te

Questo è anche un disco dai forti contrasti , e ce lo dimostrano brani come La Luce, un dove più che mai la musica accompagna molto bene il significato delle parole. il testo ben esprime il cercarsi ed il volersi tra due amanti, l’effetto salvifico che una persona può avere sull’altro in una relazione.

Una positività di cui si racconta che però contrasta con quello che viene espresso dalla voce , che ad un tratto addirittura diventa graffiata, potente, espressione vera di visceralità.

Puoi essere te è un brano dall’iniziale incidenza reggae, forse il più riflessivo dell’album, che sottolinea l’importanza di trovare il proprio posto nel mondo, ma di farlo prendendosi tempo, imparando dai propri errori e trovando anche del tempo per se stessi.

Puoi essere te

Tra la massa

Sei qui per qualcosa

E’ a questo punto del viaggio che i The Fields ci trasportano in un altro mondo; Dimmi Dimmi è una traccia dove il testo è solo un pretesto, questi ragazzi ci portano di nuovo tra gli anni ’50 e ’60. Questo è un brano che all’inizio sembra fuori dal tempo; per un attimo sembra di tornare a quando la musica si ascoltava sul divano di casa su un buon giradischi.

Il tutto cambia quando il tempo raddoppia ed il basso ed i riff di tastiere diventano dominanti e chiudono il cerchio di questo meraviglioso esercizio di stile.

Questo breve viaggio nel tempo conduce poi ad un nuovo cambio di atmosfera. Il castello del fanciullo è un brano in cui una chitarra arpeggiata fa da padrona; gli archi e la voce che entrano subito dopo definiscono un mood che sembra quasi sognante ma in realtà ha dell’irrequieto.

Questo brano è un vero e proprio racconto: si parla dello smarrimento di un fanciullo all’interno di un castello. Tutto questo è una metafora in cui chiunque potrebbe riconoscersi. Anche noi potremmo essere i fanciulli impauriti dalla vita e dalle sfide che questa ci mette davanti.

Questo racconto sembra continuare nel brano successivo, E’ ora , dove sembra che si sia arrivati alla consapevolezza che nonostante vivere in questo mondo non sia così semplice, forse vale la pena trovare un vero motivo per imparare a farlo.

Mi avete messo qui senza un motivo

Devo cercarlo io

Paese è invece un brano raffinato nella sua essenza in cui solamente chitarre e percussioni definiscono l’assetto ritmico; il testo esprime però una grande voglia di evasione, di scappare, bruciare le tappe ed essere anticonformisti.

Cambiare inquadratura

Creare confusione

Per poi andarcene da paese

Prima di arrivare a Cala il Sipario, la traccia strumentale con cui si chiude questo visionario lavoro, c’è ancora spazio per Siamo a cavallo, il brano più complesso e maturo dell’intero album. Sette minuti che potrebbero costituire da soli un piccolo gioiellino; questo brano sembra partire come la più semplice delle ballad.

Un intro di chitarra lascia presto spazio all’introduzione di suoni psichedelici e le chitarre esprimono benissimo il messaggio veicolato dal testo, quest’idea di avercela finalmente fatta, di aver trovato la quadra giusta in questo percorso di espressione artistica, di “essere a cavallo”, appunto. L’intro di questo brano dura quasi due minuti, ma c’è spazio per tutti , perfino per la batteria che da metà brano in poi si cimenta in uno spettacolare solo.

Che cosa abbiamo capito ascoltando i The Fields?

Abbiamo capito che questi ragazzi sono stai davvero coraggiosi, hanno fatto musica senza etichettarsi ad un genere predefinito e portando all’interno del loro lavoro il frutto di tutti i loro studi. Si sono anche distinti per le strutture dei loro brani, che poco hanno di lineare, in quanto non rispecchiano mai il prototipo della classica canzone pop. Il rock e la psichedelia sono il binario principale, ma c’è molto altro. C’è il jazz, il reggae ed anche quello shuffle tipico del blues. il tutto condito da liriche introspettive ricche di metafore ed a volte molto ricercate.

From the Fields è un meraviglioso biglietto da visita per questi ragazzi, che pur non volendosi dare una definizione, sono riusciti comunque a lasciare il segno.

La Playlist di Cromosomi