“Disumano”: il manifesto impeccabile e ignifugo di Fedez

da | Recensioni album

L’ultimo album di Fedez è un’enorme cattedrale comunicativa eretta con cura da un esercito di professionisti visivi e musicali. Lanciato da una geniale campagna pubblicitaria che schernisce la muffa della nostra politica contemporanea, Disumano si rivela un prodotto esteticamente perfetto, ma pronto a tradire le sue premesse caustiche a favore di quelli che, talvolta, sembrano gli intermezzi di un musical ambientato nella lore del rapper milanese.

Conto alla rovescia

È mezzanotte e mezza quando su Instagram inizia la live di countdown per il lancio di Disumano. Nonostante il titolo dell’album, la scena rettangolare infestata di cuoricini risulta squisitamente umana, alla portata della normalità: Chiara Ferragni litiga con la busta del panettone, Fedez scherza sul fatto che lo champagne di Lady Gaga abbia lo stesso sapore di quello del supermercato e quando si riproduce qualche anteprima dell’album ci si preoccupa che i vicini non siano disturbati o che i bambini non si sveglino. Ogni cosa è all’apparenza familiare e, come spesso accade nella narrativa ferragneziana, pare di essere in una casa qualsiasi di una famiglia qualsiasi. Poi arriva l’una di notte, esce l’album e tutti brindano felici e, chiusa la live, è il momento di aprire Spotify. 

Scendere in campo 

Le premesse di Disumano sono ottime. L’album contiene quattro hit consumatissime nel corso del 2021, dei veri e propri colpi di genio produttivi: Bimbi per strada (children), Meglio del cinema, Mille e Chiamami per nome. Bisogna aggiungere altro? È come avere nello stesso disco Felicità, Hey Ya! e Despacito. C’è poi la famosa e fantomatica campagna elettorale di Fedez, la «discesa in campo» di berlusconiana memoria che si concretizza nella registrazione di un fantomatico dominio online per le Elezioni 2023. Un gioco intelligente che mette a nudo le debolezze di un certo giornalismo italiano, la sua fame di speculazione e, soprattutto, il confine sempre più deteriorato fra i politici e gli influencer, fra campagna elettorale e promozionale.

Vota Federico

Tutto funziona: dall’immaginario visivo dello «smaltimento dei valori tossici» e della nudità per chi non ha «nulla da nascondere».  A mezzanotte e 59 minuti sembra insomma di stare per assistere alla manifestazione di un autentico, sagace e prorompente gesto politico e culturale. Un album in grado di dare voce alla disperazione delle ragazzi Y, Z e Alpha. Un canto generazionale, un manifesto artistico che sfrutti la notorietà di Fedez e lo elevi a portavoce transgenerazionale. E dunque?

Tutto bellissimo

Dunque è tutto bellissimo, curato, rilucente. La fattura del progetto Disumano è semplicemente quella di un prodotto confezionato con la massima cura, arricchito dal coinvolgimento di un esercito di artisti, registi, giovani talenti appassionati alla causa: dalle animazioni di Marco Boleto alle visioni tridimensionali di Antoni/Marc Tudisco, dalla regia di Giulio Rosati e i featuring di livello (da Dargen D’Amico a Tananai, passando per l’inossidabile M¥SS KETA), fino al Masseo vestito da angioletto (irresistibile, in assoluto la mia «new thing»).

Musica (da) maestro!

In questa galassia sterminata di talenti spicca l’intelligenza musicale e produttiva di Davide Simonetta, che firma buona parte dei brani in tracklist. Ogni canzone vive di una natura qualitativamente inappuntabile, attingendo dai bacini antologici più disparati. Si va dall’elettro-pop anni ’80 di Bella storia al Sapore dal retrogusto un po’ Paul Kalkbrenner, dagli echi anni ’90 di Bimbi per strada (children), dal twist di Mille (prodotta da Antonio Giampaolo), fino alle suggestioni di kizomba de Le madri degli altri. La varietà acustica e musicale dell’album ha un po’ la virtù del menù With a Little help of my friends dell’Osteria Francescana. Un incontro curato fra esperienze sensoriali/sonore disparate e distillate. Ciò che caratterizza la cucina di Bottura e che invece manca qui è però la sperimentazione, l’abbandono almeno temporaneo dell’alta digeribilità musicale alla volta di piccoli escursioni sperimentali che possano destabilizare, magari incuriosire l’ascoltatore. Solitario, a tal proposito, il solo di tromba in Vecchio

Interlocutore immaginario

Ma è sui testi che il progetto Disumano lascia forse più delusi coloro che avrebbero voluto uno spessore politico e sociale pienamente compiuto. Molte delle canzoni presenti nell’album assumono un carattere marcatamente sentimentale (Bella storia, Sapore, Vittoria, Meglio del cinema, Chiamami per nome, Leggeri leggeri). Altre uniscono narrazione dell’”Io Fedez”, del suo vissuto personale e del rapporto con la contemporaneità (Morire morire, Stupido stupido, Guarda cosa mi fai fare, Vecchio, Fuori dai guai, Notte brava, Le madri degli altri, Problemi con tutti, Fede e speranza, Mi sto sul cazzo). Ne si ricava spesso dei testi che adottano l’espediente del dialogo con un interlocutore (spesso “-trice”) immaginario e il racconto reiterato del rapporto “Fedez-Contemporaneità”, “Fedez-Vita”, “Fedez-Moglie”, “Fedez-Figlia”.

Fly-on-the-wall

Solo nella dis/utopia di Bimbi per strada e poi nella deliziosa orgia musicale di La cassa spinge 2021 questa dimensione viene messa da parte. Per poi ritornare nella vera, unica canzone di orientamento esplicitamente politico di tutto l’album: Un giorno in pretura. Ecco, dalle premesse poste in queste ultime settimane avrei creduto che l’album fosse per buona parte «in pretura». Che parlasse dunque del Renzi D’Arabia e delle ubbie di Andrea Bocelli. E anche qui, a tratti, lo sguardo è sempre rivolto a Fedez che parla di Fedez che fa un dissing contro qualcuno che ce l’ha avuta con Fedez. Non c’è mai una narrazione fly-on-the-wall, capace di documentare la realtà senza che questa non sia vincolata al rapporto che c’è fra il cantante e quella stessa realtà. Spesso poi si finisce per lanciare qua e là qualche provocazione, lasciandola a prendere la polvere come un piccolo calembour autoconclusivo.

La Garzantina resta sugli scaffali

A prendere polvere è anche la Garzantina, perché i riferimenti culturali pop e tendono un po’ a mancare. Basta prendere ad esempio Noi, loro, gli altri di Marracash e le fioriture ipertestuali che possono scaturire dai suoi versi. Fedez è una figura estremamente colta, cita il linguaggio astratto di Eugenio Carmi e ha posato sul comodino Infinite Jest, ma sembra non sfruttare a pieno il mordente citazionista per i suoi testi, rendendoli oggetto di una lettura a tratti fin troppo scorrevole.

Un manifesto mancato (?)

Disumano, a conti fatti, è un prodotto di fattura curata, accattivante e artisticamente interdisciplinare. Ma resta, per chi si sarebbe aspettato un contenuto politico forte e trasversale, un manifesto generazionale incompiuto, risultando talvolta una specie di emanazione confettata dell’Universo espanso di Fedez: una punta di amarezza in più gli avrebbe permesso di essere un ritratto autentico, spietato da dedicare alle generazioni ferite e deluse di questi decenni. Forse alcuni dei suoi appartenenti si chiederanno: «dov’è quella voglia di fottere il mondo?».

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