Un viaggio dentro il mondo di Hu

da | Giu 16, 2021 | Interviste

Federica Ferracuti, in arte Hu, è una cantautrice, polistrumentista e producer, classe 1994.  Probabilmente la ricorderete a Sanremo Giovani con il suo singolo Occhi Niagara.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con lei. Hu racconta la sua visione del mondo e della musica: il suo storytelling travolgente ha reso difficile non appassionarsi ed emozionarsi dietro le sue parole.

Direi di iniziare con una domanda molto immediata, da dove nasce il nome Hu?

Sono sempre stata una grandissima appassionata della cultura egizia. Un giorno stavo leggendo la descrizione di tutte le divinità egizie e ad un certo punto mi imbatto in “Hu”. Cortissimo. Mi ha ricordato “who”, ovvero “chi” in inglese. Poi, leggendo il significato, ho trovato una divinità non personificata, quindi gender fluid, giusto per richiamare temi di attualità.
Questa divinità dava agli uomini la facoltà di pensiero e di parola. Me la sono immaginata come una sorta di forza che muove tutte le cose. Poi appunto, mi piaceva moltissimo che non avesse un’associazione legata al sesso, che fosse libera. Tutto questo è coinciso con il periodo in cui mi sono rasata a zero i capelli, e ti parlo di tanti anni fa.
Ad oggi mi sembra un nome più che attuale, per combattere gli stereotipi e tutta la situazione che stiamo vivendo legata alle leggi e all’omofobia. Sono quindi molto felice che questa cosa sia successa diverso tempo fa.

Che ne dici di raccontarci le origini del tuo progetto?

Il progetto Hu è nato nel 2016, anche se ho iniziato a stare sul palco da molto prima.  Ad 11 anni  ho potuto comprare la mia prima chitarra. Ho studiato chitarra jazz per dieci anni e poi mettendo da parte i soldi, sono riuscita ad acquistare il pianoforte, il sintetizzatore e altre cose. Perciò, io nasco strumentista, non “elettronica”.
Diciamo che ho fatto il percorso vecchia scuola! (ride)
Ho suonato tantissimo e ho lavorato con tantissime band quando vivevo ancora nelle Marche. Volevo imparare a suonare più strumenti possibili per metterli insieme e farci canzoni. Era questo ciò che desideravo.
A 14/15 anni ho preso il primo computer e avevo un programma lentissimo! Mi viene da ridere ogni volta che lo racconto, perché le note arrivavano davvero molto dopo rispetto a quando le suonavo. Un disastro! Ai tempi, tra l’altro, non c’erano tutorial né scuole, e se c’erano erano costosissime e lontane da dove abitavo. Quindi andavo negli studi dei più grandi della mia città e li guardavo lavorare.Ero sempre lì a fare domande.
Pensa che la prima cosa che ho imparato a fare quando facevo da assistente ad un fonico della mia città era “fare i cavi”, quindi metterli in ordine sul palco.
Facevo le scuole medie, i miei amici che uscivano, avevano altri interessi, per me esisteva solo la musica.
Se ci penso sembra una vita fa, ma neanche troppo lontano da ieri.

Devo dire che dai tuoi lavori emergono queste molteplici influenze.

È una cosa su cui ho iniziato a ragionare quando me lo hanno fatto osservare.
Qualcuno mi chiede se ho voluto mettere insieme tutte le mie influenze in una cosa. In realtà non so spiegare il mio processo creativo, è qualcosa che succede e basta. Inizio a scrivere e ad arrangiare, ed è un flusso unico. Non so dove vado a finire, però una volta finito il flusso mi dico: “oddio, cosa ho fatto?!” e poi mi emoziono. La verità è che mettere insieme tutte le mie influenze in una cosa sola non è mai stato voluto, anzi mi sto solo complicando la vita, però è quello che mi esce.

Mi ha molto colpito una frase di Occhi Niagara. “Il tuo nome è… Ma ti chiamo casa”.
Questa sospensione sul nome mi è sembrata una buona forma per interagire con l’ascoltatore. Ti va di parlarcene meglio?

Io credo che l’arte e la musica vivano d’interazione. Come il paradosso dell’albero: è caduto davvero se nessuno l’ha sentito?
Credo che la musica sia anche questo: per quanto noi scriviamo, produciamo, facciamo un milione di cose… dobbiamo ricordarci sempre che dobbiamo arrivare alle persone.
La comunicazione è quindi, fondamentale. E la comunicazione vive di curiosità ed interazione, ed è proprio per questo che mi piace creare queste cose. Mi fa piacere quando vengono notate.
“Il tuo nome è…” fa sì che ognuno ci possa mettere qualunque nome voglia. Può essere un qualcuno, un gatto, qualsiasi cosa, anche niente. È la tua dedica personale a quello che è il senso della canzone, una canzone che parla di attese, consapevolezza e stare ad aspettare, e alla fine di tutto stare bene perché ci si ritrova e ci si lascia andare.

Ho trovato che anche il videoclip rendesse bene l’idea, mostrando proprio in quel momento l’abbraccio con una persona di spalle. Cosa ci racconti del videoclip

La storia del videoclip è assurda. Avevo appena firmato con Warner, mi avevano appena detto che ero passata a Sanremo, dovevo finire il mio corso di laurea, lavoravo. Insomma, un uragano di cose. Io poi sono per le cose semplici. Quando già il contenuto è denso, l’aspetto visivo deve essere il più semplice possibile.
L’idea del videoclip è nata in un giorno, realizzata in un giorno. La parte centrale era l’abbraccio che era il focus della canzone. L’idea dei frequenti cambi d’abito era per far vedere diversi aspetti di me. Sai, ci sono sempre io in tante forme diverse. Il punto è che non ho mai voluto nascondere il mio essere e credo che dal videoclip si percepisca.
Ho lottato tutta la mia vita contro le strutturazioni. Io sono per la sincerità.
La cosa più importante che può fare un artista è trasmettere dei messaggi ed impersonificare lotte che appartengono a tutti quanti, come l’omosessualità, il coming-out, la questione del gender fluid, e la questione di essere sempre se stessi. Non bisogna caricarsi di maschere per farsi accettare dagli altri, perché tanto prima o poi ci fai i conti. E se non ci fai i conti, tu comunque stai male, quindi non ne vale la pena. Questi sono tutti i temi che mi piace lanciare con le mie canzoni, ma è anche il modo in cui vivo ogni giorno e con cui mi rapporto agli altri.

E tu come vivi questa comunicazione?

Chiaramente nel discorso musicale, sai già qual è il conflitto. Tanti devono strutturare la loro comunicazione. Io su questo sono una grande testarda e devo dire che ho un team che mi ha supportato al 100% in questo, ma non è facile.
La comunicazione poi, richiede i modi giusti. Se una persona si arrabbia, urla, magari dice anche qualcosa di vero, ma fatichi ad ascoltarlo.
Io credo che bisogni essere tranquilli nel dire le cose ed esporle, anche a chi ha un blocco mentale, come il discorso dell’omosessualità. Inoltre, in questo periodo si stanno scoprendo le carte in tavola. È come se il lockdown avesse estremizzato delle cose che stavano per esplodere. Ed ora è il momento di affrontarle.
Personalmente è un periodo molto strano, c’è una grande ripartenza, ma non vorrei che si perdesse mai il cuore delle cose. È come se avessero aperto la gabbia e ora c’è l’esplosione, ma dobbiamo ancora lottare per i diritti e le cose importanti oltre che fare festa e tutte le cose che ci sono state negate.

Hai fatto una riflessione molto interessante, e mi dispiace dover cambiare argomento. Ma vorrei chiederti di End, ovvero il singolo in collaborazione con M.E.R.L.O.T.  Sono rimasta colpita dalla perfetta coerenza e coesione del singolo, nonostante voi siate due artisti molto diversi.

Ti voglio raccontare tutta la storia dietro a questa canzone. Due anni fa aprii i Bloody Beetroots ai magazzini generali. Prima di me c’era il dj resident dei magazzini che si chiama Volantis. Umanamente ci siamo trovati subito benissimo e lui mi ha invitato a passare a trovarlo in studio per fare qualcosa insieme, per un progetto con lui e dei suoi amici. Non potevo che dire sì. Poi, però, è arrivato il lockdown e non se ne è fatto più nulla.
Dopo aver firmato con Warner, me lo sono ritrovato in studio. Stava lavorando come assistente tecnico, insieme a tutti i ragazzi della sua squadra. Allora, cogliamo l’occasione e mi fanno sentire delle cose su cui stavano lavorando. E in particolare c’era questo brano, un loop strumentale molto breve, di 30 secondi. Lo ascolto e gli dico subito: “Fermo, mandamelo, che sento che devo scriverci qualcosa”. All’inizio la mia idea era scrivere qualcosa per altri, ma ho capito che è sbagliato fare progetti quando si parla di musica.

E poi?

Passano due settimane e non mi era ancora venuto in mente nulla, avevo scritto una cosa, ma non mi piaceva. Mi stavo preparando per andare in studio e decido di mettere il pezzo in loop. Tra le altre cose, stavo vivendo un momento particolare: relazione finita da poco.
In realtà stavo molto bene, ero molto serena, ma, sai, c’erano degli strascichi da sistemare.
Insomma, ero in camera e mi stavo preparando. Ero davanti allo specchio, dove tra le altre cose ho scritto molte canzoni, e mi stavo truccando. Metto il telefono vicino e inizio a cantare e faccio “Mi hai detto end but I love you”. E ho detto: “ma cos’è?!”. Ho scritto il ritornello nel giro di 30 secondi. Mi mancava la strofa, ma ero già in ritardo. Ho scritto tutte le strofe in metro. L’ho registrata con il telefono. Ho ancora le note vocali, tutte cantate a bassa voce. L’ho scritta tutta ed è stata one-take, l’ho registrata in studio e non l’ho più cambiata.
Poi l’ho lasciata parcheggiata per un po’.

E quando l’hai ripresa? 

Un giorno facciamo gli ascolti in Warner, e la presento insieme a molte altre cose. Era un pezzo molto semplice, molto istintivo, son quelle cose che dici “boh, non so”. Ma sono impazziti tutti. Però ho detto loro che volevo farlo con un’altra persona. Il singolo parla di una cosa che si è rotta, di cui va valorizzata la rottura. L’idea è che alla fine trovi la tua consapevolezza e  stai molto bene  anche da solo. Ho scritto il pezzo mettendomi nei panni di chi viene mollato, ma mancava qualcosa. Quindi volevo condividere il racconto con un’altra persona. Allora ho sentito M.E.R.L.O.T.
Prima hai detto una cosa molto importante: spesso i feat sono delle grandi marchette ed è difficile che il testo sia connesso. Spesso ognuno scrive la sua parte e poi si mette insieme il tutto. Io non sono così, ma gli ho voluto lasciare molta libertà perché lo stavo mettendo davanti ad un qualcosa di molto diverso da lui. Dopo due giorni, mi ha inviato la sua parte, e devo dirlo: era perfetta.

E del videoclip cosa mi dici?

Ho lavorato molto anche alla sceneggiatura del video clip e mi sono divertita moltissimo. Ho scritto la sceneggiatura in una notte insieme alla mia art director e a Marco Placanica, il regista. Credo sia uno dei lavori più belli della mia vita, e lo dico con certezza.
È stato tutto curato nei minimi dettagli e ho trovato un gruppo bellissimo con cui lavorare. Poi pensa che storia!
Questo pezzo alla fine è nato con degli amici, l’ho sviluppato con delle persone, che prima di essere persone con cui lavoro, sono persone che mi vogliono bene e a cui voglio molto bene.
Il videoclip l’ho girato con questi ragazzi che mi hanno iniziato a seguire dal primo singolo che ho pubblicato da sola. Loro avevano questa casa di produzione e mi avevano detto di contattarli nel caso avessi avuto bisogno di un videoclip. Ho deciso, allora, di sentirli  e nel giro di poco tempo abbiamo fatto tutto. È stato incredibile: un periodo denso ma meraviglioso.

Che bella storia! So che stai per riprendere i concerti. Sei emozionata?

Allora, io domani ho il concerto a Bologna e sono ancora in alto mare, perché continuo a cambiarlo.
Ho suonato in tantissimi posti, lo faccio da tantissimi anni, eppure ogni volta che mi trovo a fare un concerto per la prima volta sono molto emozionata.
Riprendere è una grande responsabilità nei confronti degli appassionati di musica.  Io mi metto nei panni di chi ritorna ad un concerto, è incredibile no? È come tornare indietro ma con un’altra testa, con le cicatrici di due anni che sono stati terribili. E allora penso che voglio dare il massimo che posso per ricominciare.
La cosa assurda è che la settimana scorsa ho suonato all’arena di Verona. Sono stata in tour con Emma come pianista, sintetizzatore e chitarra. Ho fatto quattro date da sentirsi male, eppure ogni volta non importa il numero di persone, è sempre la stessa cosa.
Mio padre, ad esempio, mi ha detto: “Ora che hai suonato anche all’arena di Verona, non devi più avere paura”. Ed io gli ho risposto: “ma che scherzi, che mi sento male ogni volta!”.  Alla fine durante un concerto senti una grande energia dentro che ha bisogno di uscire fuori e ogni volta che esce è come se un pezzo di te si staccasse e andasse altrove, e non tornasse più. Certo, si rigenera, ma è una cosa che tu lasci, e proprio per questo voglio dare il massimo.

Ci vuoi dire qualcosa su questo tour?

 Chiaramente sarà un tour ridotto sotto qualunque aspetto, anche per l’aspetto esecutivo.  Il tipo di set che porterò sarà un set semplice di esecuzione ma non di ascolto, perché parte dalla neoclassica, corre un po’ di più, arriva al club, esplode in una suite elettronica e poi finisce. Quindi è una sorta di viaggio, di rincorsa verso la ripartenza, me lo sono immaginato così. Per questo sto riformulando tutto. Non mi piace pensare al concerto come “ho la mia canzone e te la suono”. Io devo riaprirla, modificarla, cambiare delle cose. È un lavoro molto lungo e molto impegnativo. Qualcuno mi chiede chi me lo faccia fare, ma io sento di avere una grande possibilità, sia con una persona davanti che con centomila. È la stessa cosa e bisogna sempre dare il massimo. Mi aspetta una lunga notte!

Allora in bocca al lupo! Per concludere, ti va di consigliarci un artista o un album da ascoltare? 

A primo impatto direi “The Köln Concert” di Keith Jarret, ma questa è un’altra cosa.  Per andare verso un altro tipo di mondo, che è  peraltro un mondo a cui mi sento molto vicina, vi consiglio il progetto elettronico di Ry Cuming. Si chiamano gli Howling e il disco che voglio consigliarvi è “Sacred Ground”. È un album meraviglioso. Lui nasce chitarra e voce, e ha avuto molti progetti paralleli: stesse canzoni, ma diverse forme di esecuzione. Ha trovato questa chiave in cui c’è lui chitarra e voce, ma c’ è anche l’elettronica e l’orchestra. È una cosa di un’intimità ma anche di un’energia straordinaria. È un viaggio.

 

 

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